SELLA DI MONTELUCE

 

 

 

 

 

VERITA’

SULLA FINANZA

ITALIANA

 

 

 

 

 

 

 

EDIZIONI

Problemi del Ceto Medio Produttivo

ROMA

 

SECONDA EDIZIONE - MAGGIO 1957

 

(VI-X migliaio)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Proprietà letteraria riservata - Printed in Italy, 1957 - Copyright 1957 by «Edizioni Problemi del Ceto Medio Produttivo, Roma ».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

COPERTINA DI MAURIZIO PISONI

 

 

«A proposito delta famosa restrizione creditizia si deve ribattere che essa non costituì la causa principale delta svolta del 1947. Sebbene il giudizio consueto sia in questo senso, e moltissimi abbiano interesse a che il giudizio medesimo si ponga in tale direzione, lo evento storico è differente. E verrà il tempo in cui sarà dimostrato che il governo e i governi dell' epoca fecero praticamente nulla. A quella epoca, in quel senso, l'artefice di quella svolta porta un nome straniero; quanto ai reggitori italiani essi garantirono semplicemente la svolta in parola.

Senza quell’artefice straniero, la svolta sarebbe durata pochissimo: diciamo una settimana ».

 

(Così il prof. De Maria, della Università Bocconi di Milano. in « Giornale degli Economisti », pagina 529, n. 9-10, settembre-ottobre 1951).

 

 

 

PREFAZIONE

 

Questo libro lascerà perplessi molti lettori, ognuno dei quali, seguendo l'A. nelle sue argomentazioni, si chiederà: la scuola ortodossa è dunque tramontata? La dottrina che, per tanto tempo, ha ispirato i nostri economisti di rango elevatissimo e di fama internazionale, deve essere definitivamente seppellita, per far posto alle nuove teorie delle scuole moderne? E’ tutta negativa la posizione degli economisti del rango di Einaudi, ed è tutta positiva la posizione dell' A. di questo libro?

Hanno ragione gli ortodossi, e torto gli innovatori, o viceversa?

Una risposta non è facile, e la perplessità e gli interrogativi permangono, soprattutto nella mente del profano, il quale, tuttavia, non può non prescindere dalle considerazioni fondamentali che seguono.

L'Italia è un paese con un elevato numero di disoccupati - due milioni - permanente, e con un rilevante numero di sottoccupati. Il reddito pro-capite è uno dei più bassi del mondo; la pressione fiscale una delle più alte, con un prelievo sul reddito che arriva al 37 per cento. Il costo del denaro è elevatissimo (negli Stati Uniti d'America il denaro costa non più del 3-4 per cento; in Italia, in media, il 10-12 per cento, e solo per il medio-credito si ha il 6,50 per cento); il credito a medio termine è limitatissimo, e gravato di pesanti garanzie; il credito di esercizio è insufficiente; il livello dei consumi e bassissimo; la bilancia commerciale in deficit pauroso; la circolazione cambiaria enorme; il numero ed il valore dei protesti spaventoso (un miliardo al giorno).

A parte, quindi, i tradizionali motivi (densità di popolazione, carenza di materie prime, alti costi di produzione anche per l'incidenza di elevati oneri sociali, ecc.) è fuor di dubbio che nella nostra economia qualcosa non và.

Gli ortodossi affermano: se abbandoniamo i principi tradizionali, - restrizione del credito, limitazione dei consumi, elevata riserva di liquidità imposta alle banche, - tutto il nostro sistema economico crolla. I modernisti proclamano: la salvezza sta nell'attuazione dei principi delle scuole moderne: dilatazione del credito, espansione dei consumi, politica del massimo impiego. E da qui, ovviamente, tutte le opposte impostazioni e conclusioni che ne discendono.

Per gli uni il pareggio del bilancio è una meta; per gli altri è un atto trascurabile. Per i primi la lira va difesa con i sistemi tradizionali (niente inflazione, anzi, deflazione); per i secondi,. l'inflazione, attraverso la circolazione cambiaria, è in atto: quello che non fa lo Stato, si afferma, gli individui, - sotto la spinta delle urgenti necessità quotidiane, - lo fanno da sé.

 

E’ una semplice posizione polemica, fra gli uni e gli altri, o ci troviamo, - in Italia, - dinnanzi ad una vera e propria crisi del sistema?

E’ un episodio, nella lotta che si combatte, oppure, ci troviamo ad una svolta decisiva?

Si afferma: le esperienze, - positive, - di altri paesi non ci dicono nulla, perché la situazione del nostro paese è, - sostanzialmente, - diversa. Non pare, al lume di quanta afferma e sostiene l'A. di questo libro, che l’obiezione abbia, oggi, un serio fondamento.

E lasciano perplesse, infine, le considerazioni che l'A. fa sul sabotaggio dell'economia italiana.

Ho sempre sostenuto, personalmente, che l'Italia non ha perduto l'ultima guerra, bensì una « campagna ». Che la guerra continua. E continua perché essa aveva origini di natura strettamente economica, cioè, di natura strategica in funzione di predominio economico. (Non aveva, infatti, nessun motivo ideologico: basti pensare all' alleanza fra Inghilterra, Stati Uniti e Russia per convincersene). L'idea del sabotaggio, quindi, non è tanto lontana dalla realtà, anche se bisogna porla come un interrogativo, uno dei tanti interrogativi ai quali le argomentazioni dell' A. inducono il lettore.

Sella di Monteluce ed io veniamo da due esperienze diverse, e non si può dire che le nostre reciproche posizioni ammettessero ieri la possibilità di un compromesso sul piano concettuale, né su quello dell'attivismo politico.

 

Ma io ritengo che, oggi, dinnanzi alle incognite che incombono sulla vita e sull' avvenire del nostro paese, possa e debba prevalere, - sulle diverse concezioni e posizioni personali, - lo sconfinato amore che nutriamo per la nostra Patria, nel cui nome ogni contrasto può e deve essere superato.

Se questo libro riuscirà a dare, - come vuole dare, - un serio contributo alla ricerca di una nuova linea economica che segni l’avvento di una nuova e più prospera era per la nostra Italia, l’A. potrà essere soddisfatto, al di là di ogni interpretazione polemica, della fatica compiuta. Alla quale queste poche righe di presentazione intendono dare, non il suggello di una autorevole voce di pensiero e di dottrina, - il che sarebbe mera presunzione, - ma il conforto di chi, avendo sempre creduto nelle maggiori fortune della Patria, e per esse avendo sempre operato, considera anche queste pagine come un atto di fede nelle capacità e nelle risorse inesauribili, - sia di azione che di pensiero, - del popolo italiano.

 

ANSELMO VACCARI

 

 

 

 

CAPITOLO PRIMO

 

 

IL SABOTAGGIO INGLESE DELLA ECONOMIA ITALIANA

 

 

Ci sono delle cittadine nella Brianza in cui la moneta è scomparsa; gli industriali ricevono cambiali, e pagano i loro operai con cambiali. Gli operai le girano al droghiere ed al macellaio; dalle botteghe passano alla campagna. quante cambiali ci sono in Italia?

Si fa presto il calcolo. Il tre per mille rende all'erario settanta miliardi all'anno: in un anno in Italia circolano oltre quindicimila miliardi di cambiali.

Quanti anni ci vogliono per pagare questa valanga? II reddito nazionale è di undicimila miliardi, di cui quattromila se li prende lo Stato. Ai privati ne restano appena settemila. Con settemila miliardi gli italiani potrebbero pagare i loro debiti arretrati in due anni, a condizione di ridursi nel frattempo a vivere d'aria. Evidentemente è impossibile.

Cosa significa questo?

Si è sostituita dovunque la promessa di pagare al pagamento. Da dieci anni la più gran parte degli italiani non dice più «pago»; dice sommessamente «pagherò».

Non lo fa per malvagità, ma perché vi è stata costretta. Un piccolo provvedimento contenuto nelle poche righe di una circolare inviata a tutte le banche ha improvvisamente ristretto il credito, ossia, ha ridotto il volume della moneta in circo]azione. Pareva una cosa da niente, ma privando tutti gli italiani dello strumento monetario li ha costretti a vivere in una giungla, dalla quale la moneta è sparita, e nella quale il costo del denaro ha raggiunto vertici strozzineschi. La moneta che lo Stato si è rifiutato di fare, i privati se la sono fabbricata da se.

 

La civiltà aveva faticato molti secoli per dare al mezzo monetario una elasticità che lo rendesse adeguato al volume crescente dei commerci. Dalla moneta metallica dei romani e degli egizi, si era passati alla moneta cartacea dei banchieri. Il credito consente di adeguare la massa monetaria alle transazioni che si compiono. Se il credito non funziona, le transazioni tra i produttori avvengono lo stesso, perché la gente continua a vivere, a mangiare, ad abitare, a viaggiare: nessuno può scendere sotto un livello minimo di consumi. Ma quando la moneta non c'è, si sostituisce il pagamento, con la promessa.

Le cambiali che circolano non figurano nel bilancio della Banca d'Italia. In quel bilancio figura solo la moneta che circola e che è di 1.300 miliardi. Se tutte le cambiali italiane scadessero nello stesso giorno, tutta la moneta in circolazione potrebbe pagare appena il sette per cento del debito.

In questa situazione si impreca contro coloro che emisero le cambiali. In realtà essi sono gli ignari protagonisti di un dramma che sono costretti a recitare. Le cambiali che hanno firmato non sono il frutto della loro incompetenza; sono la conseguenza tecnica di un errore di politica finanziaria.

 

La scarsità di moneta crea inflazione

 

Ogni prodotto, quando è scarso. diventa più caro.

Cosi la moneta rarefatta è diventata di giorno in giorno più costosa. A Roma si presta il denaro fino al 10% al mese. In media si può dire che il giro cambiario costi il 10% all'anno. La circolazione cambiaria costa circa duemila miliardi. Tutta la moneta in circolazione deve passare almeno una volta nelle mani dei privati perché questi possano pagare gli interessi, i quali si scaricano sui consumatori. Si trasformano in aumenti di costi, e poi in aumenti di prezzi. E questo spiega perché, la scarsità di moneta, provoca una spinta al rialzo, e quindi inflazione.

L'inflazione esplode tutte le volte che qualche fattore produttivo scarseggia. Allora si provoca una corsa all'accaparramento. Che scarseggi la energia elettrica, la materia prima, o la mano d'opera o la moneta, il fatto è identico. Causa della inflazione sono le strozzature del mercato. Sono le strozzature che provocano le spinte al rialzo.

Naturalmente la strozzatura monetaria è la peggiore di tutte le strozzature, perché la moneta è il fattore meno sostituibile e i suoi surrogati sono i meno funzionali. Mentre gli altri fattori produttivi possono trovare facili surrogati e la loro scarsità influisce solo su settori limitati, invece la scarsità di moneta influisce su tutto il mercato, paralizza tutti i settori, e genera la corsa al surrogato cambiario, che mette in ansia, e che paralizza. La rarefazione della moneta, tra i crimini contro la produzione, è il peggiore e il più universale, perché colpisce i più deboli, e quindi coloro che meno sono preparati a reagire.

Un rovesciamento è irrevocabile come l'alba, dopo la notte porterà il benessere, non il caos. Rafforzerà la moneta, contro tutte le previsioni degli economisti ortodossi; svilupperà orizzonti produttivi che oggi nessuno sospetta in un paese come il nostro. Sopratutto ridarà la iniziativa a milioni di privati, e farà svanire il fantasma della statizzazione, che ha consistenza, in questo clima crepuscolare di ogni attività, solo per colpa della paralisi della iniziativa privata.

Ma perché questo passaggio avvenga senza scosse, con coraggio e con serenità, senza sbandamenti speculativi e senza disorientamenti, è necessaria che ciascuno conosca il problema. E partecipi consapevolmente alla riconversione, con documentata coscienza di ciò che si crea. E’ soprattutto necessario che si conoscano anche ]e cause - drammatiche - che fino ad oggi hanno impedito il verificarsi di una linea moderna. E’ necessario che tutto ciò sia conosciuto e valutato senza rancore, come un data di fatto, e come la conclusione di una esperienza oggettiva, di cui tutti assieme siamo decisi a fare tesoro. Perché noi siamo un popolo adulto, e deliberato ad agire. E nessuna tragedia ci abbatte. Nessuna ferita ci uccide. E nulla turba la nostra fiducia e la nostra serenità.

 

 

II sabotaggio inglese della economia italiana

 

 

Gli errori che hanno paralizzato la nostra ricostruzione postbellica possono essere ricapitolati in questi punti:

1) La nuova scuola economica proclama la necessita di un intervento dello Stato per dilatare la spesa e ampliare il consumo, per mantenere costante il livello delle vendite, e regolare il ritmo della produzione.

Gli economisti italiani hanno proclamato lo smantellamento dei consumi, il che, attuato, ha portato alla paralisi delle nostre industrie. L'aumento dei costi ha fermato le esportazioni.

2) La nuova scuola economica proclama la necessità di aumentare la spesa globale della nazione, o emettendo carta moneta, o allargando il credito, fino alla integrale utilizzazione di tutto il potenziale produttivo del mercato, perché tale aumento di circolazione non provoca inflazione, anzi, riduce i costi.

In Italia si e contratta la circolazione monetaria. Si è cosi creata la rarefazione del denaro. E’ stata paralizzata la espansione creditizia sterilizzando il meccanismo bancario. E per questa ragione si è indotto tutto il mercato in difficoltà.

3) La nuova scuola economica afferma che la percentuale di deposito che deve essere conservata liquida dalla banca non ne garantisce mai la solvibilità; perché, in caso di panico, questa liquidità e insufficiente a effettuare i rimborsi richiesti; ed in caso di stabilità, è eccessiva ed inutile. Afferma che la solvibilità delle banche è garantita dalla equivalenza tra il flusso dei depositi nuovi e il flusso dei prestiti. Questa equivalenza la si ottiene con una moneta adeguata ai bisogni effettivi del mercato. E la si distrugge, facendo mancare il denaro.

Gli economisti italiani hanno invece sostenuto la dottrina frusta della garanzia attraverso un aumento della riserva liquida delle banche; e cosi affermando hanno avallato il principio della restrizione del credito.

4) In Italia ci siamo lasciati imporre una sopravalutazione della lira, che si traduce in un dazio che colpisce tutti i nostri prodotti esportati, e li rende più cari. Questa situazione si perpetua ormai da anni grazie al credito che ci fanno i nostri concorrenti esteri, che preferiscono regalarci (o perdere qualcosa) nelle poche merci che ci forniscono, piuttosto che subire il disturbo della nostra concorrenza.

La lira è una bandiera, ma la nostra industria è uno straccio.

 

Dietro questa situazione c'è la bancarotta. Ma quali sono le cause? Di chi la colpa? Gli italiani sono responsabili o sono vittime?

Noi affermiamo che gli italiani sono vittime. Essi non sono responsabili. Né gli industriali, né gli agricoltori, né gli artigiani, né gli operai debbono rispondere di questa catastrofe. L'economia italiana è crollata per opera di un sabotaggio. La disintegrazione della produttività italiana fa parte di un piano politico di dominio del Mediterraneo e di balcanizzazione della Europa. Esso costituisce un episodio dell'equilibrio internazionale del dopoguerra.

 

L'unificazione europea minaccia gli inglesi

 

Russia e Inghilterra sono sempre state alleate nei secoli contro tutte le potenze che tentarono di unificare l'Europa. L'unificazione del continente ha sempre determinato la alleanza di Londra e di Mosca, indipendentemente dai regimi. Ieri l’Europa non doveva essere unita dal fascismo, oggi non deve essere unita dalla Chiesa cattolica. La crisi della economia italiana è un episodio di questa lotta.

Dal giorno in cui l'Inghilterra è scesa in guerra, la classe dirigente inglese ha previsto che la conseguenza della vittoria anglo-americana sarebbe stata la distruzione della classe dirigente borghese in tutti gli Stati di Europa e la comparsa di un pericolo nuovo. In queste condizioni la direzione della cosa pubblica avrebbe dovuto passare dalla classe antagonista della borghesia: al proletariato. Ma l’Inghilterra sapeva che questa soluzione non si sarebbe potuta attuare perché l'Europa allo scoppio della pace sarebbe stata controllata dagli eserciti di occupazione anglo-americani, obbedienti al credo capitalista. In questa situazione una sola struttura avrebbe inevitabilmente assunto il potere. Quella struttura organica che ha sempre ereditato il potere dalle classi politiche, quando queste sono crollate sotto il peso della disfatta. La Chiesa cattolica. E difatti nel dopoguerra è la organizzazione clericale che ha portati al potere i partiti cattolici in tutti i paesi europei. In Belgio, in Olanda, in Danimarca, in Francia, in Germania, in Italia. Tutta l’Europa del dopoguerra (compresa la Spagna franchista) fu cattolica. La classe dirigente Inglese ha previsto questa evoluzione. Essa costituiva una minaccia imponente per Londra: non sul terreno religioso ma sul piano politico. Londra sapeva che questa esplosione di partiti cattolici avrebbe avuto tendenza ad imprimere un moto unitario alla Europa. Londra sapeva che non appena fossero state superate_ le difficoltà di_ organizzazione interna i partiti cattolici sarebbero stati travolti in un moto di unificazione continentale.

 

Londra contro Vaticano

 

Bisognava dunque ritardare la riorganizzazione del paesi cattolici mediterranei, primo fra tutti l'Italia. Perché dall'Italia sarebbe partita la spinta.

L'unificazione europea ha sempre costituito una preoccupazione che ha riavvicinato Londra e Mosca in alleanze che hanno avuto per scopo di abbattere ogni tentativo di egemonia europea. Napoleone I, Guglielmo II, Hitler e Mussolini, sono stati sconfitti dall’alleanza tra Londra e Mosca. Era chiaro che si sarebbero unite anche contro il papato!

Mosca è interessata quanto Londra a dividere l'Europa. La debolezza europea è la premessa della sua sicurezza. Solo l’Europa è debole, Mosca può operare in Cina e in Asia!

 

Churchill dona i Balcani a Stalin

 

Così per impedire l’unificazione europea Londra fu portata a collaborare con Mosca durante e dopo la guerra. Con alcuni accordi memorabili essa alzò barriere contro S. Pietro. Il più importante di questi accordi fu la cessione alla URSS dei popoli danubiani. Perché? _ Perché Polonia, Romania, Ungheria, Cecoslovacchia, Austria sono i paesi della grande tradizione cattolica. Le loro popolazioni, fedelissime al Pontefice di Roma, avevano costituito il nerbo popolare della controriforma! Se questa massa di 60 milioni di cattolici fosse rimasta in zona occidentale avrebbe impressa una irresistibile spinta alle forze vaticane. Stalin non prevedeva certo di poter assorbire questi territori. Infatti prima di andare a Yalta stava trattando segretamente con l'ex premier Betlen (suo prigioniero) per ottenere modeste concessioni territoriali. Ma a Yalta Churchill gli offerse inaspettatamente il controllo di tutta la zona danubiana. Londra realizzava così il primo grande obiettivo. Toglieva al Vaticano una massa popolare di urto di 60 milioni di cattolici che si sarebbe opposta con il suo contenuto ideologico esplosivo al materialismo dialettico. Indeboliva Vaticano ed URSS, opponendoli.

La seconda mossa Inglese fu la creazione di una barriera politica capace di separare permanentemente il Vaticano dai paesi cattolici danubiani.

Questo baluardo fu costituito dalla Jugoslavia di Tito, sotto la tenda del quale fu inviato nel 1943 il figlio di Churchill per tenere a battesimo la nuova potenza.

Trieste fu organizzata come focolaio di localizzazione degli attriti italo-jugoslavi; tra i due popoli l'accordo doveva essere impossibile; e Trieste alimentò i rancori. II dissidio perennemente rinfocolato ha garantito sempre l’impossibilità di contatto tra San Pietro e i paesi cattolici del Danubio. La Jugoslavia è una barriera anglo-russa opposta a S. Pietro.

La terza mossa fu lo sbarco alleato in Sicilia e la lentissima ascensione degli eserciti lungo la penisola agonizzante. Lo smantellamento e la terra bruciata centellinata metro per metro. Il disfacimento morale di tutte le nostre strutture unitarie e il crollo della nazione. La violazione dei termini di annuncio dell'armistizio; il caos. Occorreva che la disintegrazione italiana fosse massima. Se fosse stata rallentata l'opera di riorganizzazione interna, sarebbe stata ritardata la esplosione delle forze unitarie cattoliche sul piano europeo.

La guerra si chiuse con una resa incondizionata che mascherò questo immenso gioco diplomatico che la grande massa del popolo italiano, e la maggior parte del clero cattolico ignorava e subiva.

 

Lo scopo della guerra economica

 

La quarta operazione di difesa concordata tra Londra e Mosca, contro il tentativo di riunire l’Europa, si è svolta in Italia nel corso del decennio 1946-1956. Questa operazione si è svolta sul piano economico. Essa ha avuto per iscopo di ritardare la nostra riorganizzazione produttiva.

La povertà italiana crea la esplosione dei rancori popolari e dei lieviti sociali. Mette la penisola a regime di mezzadria sotto il controllo dei partiti di ispirazione moscovita e dei dirigenti di orientazione inglese. Indebolisce la struttura organizzata del cattolicesimo politico e attenua la sua spinta verso l’unificazione continentale.

Il sabotaggio della nostra economia è stato un episodio tattico di una vasta operazione strategica. A questa operazione Londra ha dato i cervelli e i generali. I partiti marxisti hanno dato le masse di urto. I produttori le vittime.

Scoppiata la pace è chiaro che, contro il Vaticano, Londra e Mosca non poterono applicare la guerra delle armi. Potevano solo applicare la guerra economica.

 

La tecnica del controllo

 

Questa guerra si combatte in regime di pace apparente, insinuando i propri guastatori nelle posizioni chiave che controllano la organizzazione avversaria. I soldati di questo tipo di guerra sono dei guastatori di altissima qualificazione tecnica. Dirigenti bancari, industriali, finanzieri, la cui opera è mascherata da strutture di copertura. Rappresentanze commerciali, cattedre universitarie bastano a controllare le posizioni essenziali attraverso le quali transita la linfa vitale di una nazione.

Una di queste posizioni di controllo può essere una banca di emissione: chi controlla, indirettamente, la banca di emissione di una nazione la domina. Perché domina la borsa e la spesa, e può - sempre - strozzare tutto e tutti.

Altra posizione di controllo è l’università. Di qui con pochi uomini qualificati si può controllare la circolazione delle idee. Basta influenzare poche cattedre di economia per rendere cieco il paese, per privarlo della visione teorica del baratro a cui esso è inconsapevolmente portato. L'universitario è la pupilla della critica. Se l'occhio della critica è influenzato dallo straniero il paese muore senza vedere e senza sapere di che male muore.

La terza posizione di controllo della vita produttiva di un paese è costituita dalle fonti di energia. II controllo del settore elettrico, petrolifero, carbonifero, o atomico, permette di rallentare o accelerare lo sviluppo di tutti gli altri settori.

E potremmo seguitare. Ci limiteremo ad indagare se la tattica del sabotaggio contro la produzione italiana si è sviluppata influenzando soprattutto i due settori chiave della nostra struttura nazionale. L’università e la banca.

Era possibile questo gioco?

 

Il controllo della banca in Italia è facile

 

Sì, era possibile!

Abbiamo detto che il sabotaggio della economia italiana è stato compiuto applicando al nostro mercato delle direttive controproducenti corrispondenti alla dottrina ortodossa della economia. Nulla di più facile per gli inglesi di fare operare in questo senso inconsapevolmente taluni nostri uomini.

Bastava raccomandare alla loro fiducia poche venerande personalità, tenacemente attaccate alle loro vecchie idee; bastava tessere attorno a quelle personalità un serto di lodi: e il gioco era fatto. Sotto la spinta del tecnici, illusi e convinti della verità dei loro vecchi credi, tutta la macchina culturale, politica e burocratica si sarebbe avviata per la diabolica china precipitando il produttore nella rovina.

La struttura bancaria italiana rendeva estremamente facile l'orientamento della macchina creditizia, in questo senso.

La banca nazionale è per la maggior parte nelle mani dell'IRI. L'83% del nostro risparmio passa per questa catena organizzata.

Le nostre banche operano su direttive teoriche di dottrina finanziaria. E’ sufficiente dominare poche cattedre universitarie per imprimere attraverso l’università a tutta la banca, e attraverso la banca a tutta l’economia, o una accelerazione che sviluppa il benessere, o un rallentamento che porta alla disintegrazione ed alla paralisi.

Tra il 1933 ed il 1945 migliaia di opere teoriche avevano seppellito le infauste dottrine dei classici. Nel 1946 Belgio, Olanda, Danimarca, Svezia, Norvegia, indipendentemente dal colore del propri governi avevano adottato i nuovi principi come strumenti teorici della ricostruzione. Contemporaneamente davano loro una ampiezza di applicazione pratica non prevista. La Germania occidentale. letteralmente rasa al suolo, offre la più clamorosa dimostrazione della loro efficienza, e prova che sulla nuova teoria un popolo può ricostruire dal niente una attività, un benessere, e una dignità umana.

Mentre il mondo ricostruiva su queste premesse teoriche un nuovo tipo di vita, l'Italia si e vista imporre quelle dottrine classiche, della economia, che la scienza in tutto il mondo ha rinnegato riconoscendole responsabili della disoccupazione, delle crisi, e di tutti i mali e di tutte le retrocessioni del capitalismo.

A questo punto viene spontaneo porsi una domanda: come mai queste dottrine sono state applicate dappertutto fuorché in Italia? Come mai sono state divulgate in ogni paese ma non tra noi?

Qui l’autore deve fare una dichiarazione: egli è convinto che ciò sia avvenuto perché fa parte di un sabotaggio economico, attuato secondo direttive strategiche preparate con molta cura e molto in alto. Non in Italia.

La guerra non e stata condotta per annientare gli eserciti italiani; gli eserciti italiani sono stati battuti per annientare la nostra concorrenza. La concorrenza che disturba i mercati mondiali non e quella dell'automobile, delle grandi aziende chimiche; della gomma; delle fibre tessili. Questi gruppi sul piano internazionale hanno zone di rispetto, di controllo, in base ad accordi di mercato.

Sul piano internazionale disturba il nostro artigianato, la nostra organizzazione produttiva minuta, differenziata, attivissima, pronta a comparire ovunque, e a proporre sempre un prezzo su cui non e possibile porre il vincolo di un accordo. Grave elemento di disturbo! Questo elemento doveva essere eliminato. La guerra era stata condotta per questo.

Distrutti gli eserciti, l'Italia fu alla mercé dei vincitori.

Per un economista di rango sarebbe stato facile prevedere che l’applicazione al nostro mercato delle dottrine classiche avrebbe provocato questo effetto dirompente e disintegrante. La manovra era attuabile perché la scienza economica in Italia è poco diffusa, e venticinque anni senza dibattiti ci avevano cloroformizzato. A questo punta era sufficiente trovare l’uomo, dotato di sufficiente prestigio, per imporsi alla obbedienza di tutta la nazione, come tecnico di una scienza su cui pochi osavano avventurarsi. Bastava cercarla tra gli anziani. Tra coloro che credevano ciecamente alle vecchie idee, che più tenacemente rifiutavano di adeguarsi alle nuove correnti di pensiero. E’ in questo atteggiamento, bastava confortarlo, invogliarlo; con tutto quell’insieme di atti a cui l’orgoglio degli uomini, soprattutto avanzati negli anni, è particolarmente sensibile.

Il professore Einaudi, tenacissimo nelle sue idee, sensibilissimo alle lodi e ai biasimi universitari inglesi, fu la prima vittima della diabolica strategia.

E’ probabile che dopo averla inconsapevolmente subita, egli persista candidamente, nella cieca convinzione di avere seguito la sola via giusta, la sola via di salvezza proponibile al paese. Tanto potente è il suggello che le idee apprese nella gioventù imprime ai riflessi condizionati, che determinano il concatenamento delle nostre abitudini logiche e mentali e di cui gli anni ci rendono prigionieri.

Non Einaudi è colpevole di essere stato solo ed integralmente se stesso; né colpevole è il paese, di non aver saputo opporsi alle sue antiche tesi; il paese impreparato, il paese distratto da troppi orrori e da troppe paure. Affidato ad una classe politica polarizzata su troppi diversi contrastanti obbiettivi, non aveva forse in se stesso né la forza, né gli uomini.

Noi abbiamo perso la guerra perché eravamo deboli, di fronte a nemici forti. Ma la nostra debolezza, prima che produttiva, fu di informazioni; fu culturale.

L’Italia ha perso la guerra! Ma non per essere liberata, ma per essere piegata sulle ginocchia. Il Fato ha voluto che nella città dei Cesari, regnasse, dopo il crollo del fascismo, il Pontefice al vertice di una organizzazione che domina mezzo miliardo di cattolici.

Per Londra, l'unità europea era un pericolo nelle mani di Napoleone. Una minaccia nelle mani di Hitler. E un incubo nelle mani del Pontefice. Bisogna sbarrargli la strada, seminando il terreno di mine.

Fu fatto! Nelle fabbriche, nelle cascine, nelle botteghe d’Italia si combatte una disperata battaglia. Ogni produttore vive in una trincea. E non lo sa. E’ preso a fucilate. E lo ignora.

Onoriamo i caduti! La guerra continua.

 

Una secolare tecnica inglese

 

Tutto ciò potrebbe sembrare frutto di una brutta fantasia.

Ma non per coloro che conoscono la storia della diplomazia inglese. In ogni epoca, lo strumento monetano è stata l'arma principale dell’imperialismo britannico. E’ fatale che il peso della tradizione determini il comportamento inglese. Anche i popoli sono prigionieri delle loro abitudini.

Pochi sanno che il metodo inglese di dominio delle colonie nord americane fu quello di proibire la costituzione di banche locali, di rendervi scarsa la moneta, per comperare con poche sterline tutta la produzione di quei territori. La Banca di Inghilterra ottenne la chiusura delle banche dei quaccheri americani, che effettuavano i finanziamenti alla agricoltura. « Scarsissimo vi correa il denaro; scrive uno storico, e la comune miseria, tutti manteneva facilmente in servitù. Mentre essi (gli inglesi) con poche monete accaparravano tutto il prodotto di quelle regioni ». La deficienza di mezzi monetari, ossia la politica di restrizione creditizia, provocò tale miseria da rendere impossibile il pagamento delle tasse. E per ribellarsi alla gabella sul the scoppiò la rivoluzione che liberò quei territori ed armò Washington.

La stessa tecnica fu usata dalla diplomazia inglese in Francia. In questo paese, in materia finanziaria, il governo subì la scandalosa influenza di un agente Inglese, durante la reggenza di Luigi XV. Il tentativo di Law di rinnovare le finanze francesi si è spezzato contro gli intrighi di Dubois, agente Inglese per documentate prove storiche. In accordo col governo di Londra Dubois operò con ogni mezzo per infrangere il tentativo di dilatazione creditizia: sopraffece Law, divenne arcivescovo di Chambrai, fu cardinale il 25 giugno 1721; l'anno successivo divenne primo ministro mentre il reggente stava morendo, e il re era tredicenne. Con lui Londra fu onnipotente in Francia. Ma le finanze della nazione disperate.

Si! Tutto ciò potrebbe sembrare frutto di fantasia. Purtroppo non lo è! Negli anni scorsi abbiamo letto infinite volte che lo sbarco alleato in Sicilia, la rinuncia a sbarcare in Grecia, la cessione del paesi danubiani a Stalin, furono errori di Roosevelt. Nelle memorie di sir Winston Churchill, queste tesi sono riconfermate e documentate: pure noi abbiamo avuto infinite volte il sospetto che le cose non stessero così e che dietro le quinte della storia ci fossero retroscena ignoti ai popoli, che prima o poi avrebbero finito per venire alla luce. Indizi raccolti nei nostri viaggi e nei nostri colloqui, con uomini politici tra i più qualificati, ci avevano persuaso che il gioco diplomatico non era stato condotto dagli USA, ma dall’Inghilterra. Con una abilità diplomatica consumatissima, corrispondente alla sua altissima qualificazione di nazione civile, essa doveva avere mosso le fila, lasciando credere che i promotori delle iniziative fossero gli americani: e non a caso. Ciò era servito a disorientare gli avversari; quegli avversari cioè che essa combatteva, senza che gli interessati sapessero neppure di essere combattuti. Sempre ed ovunque era stato scritto che Churchill era stato fautore di uno sbarco a Salonicco e che Eisenhower aveva imposto la Sicilia!

Ed oggi, mentre scriviamo queste pagine, un episodio fa improvvisamente luce sulla verità di quanto affermiamo. La documentazione che lo sbarco in Italia è stato imposto da Churchill è stata offerta in questi giorni dalla Casa Bianca, per rispondere a una mossa di Truman turista in Italia. Il fatto è importante perché prova esplicitamente che « Churchill si oppose anche allo sbarco nei Balcani ». Quale è la portata di queste rivelazioni, e quale era il gioco diplomatico che Londra perseguiva?

Se lo sbarco alleato fosse avvenuto in Grecia, se le armate anglo-americane avessero risalito il bacino danubiano, Grecia, Romania, Bulgaria, Austria e forse Polonia sarebbero state liberate. Gli eserciti alleati si sarebbero incontrati coi russi ben più a nord di Vienna. Il bacino danubiano si sarebbe organizzato con delle libere democrazie; e la prevalenza cattolica delle popolazioni, le avrebbe fatte gravitare verso S. Pietro. La Jugoslavia sarebbe restata monarchica e cattolica. L'Italia infine sarebbe stata liberata senza colpo ferire, per semplice manovra di aggiramento. Gli eserciti risalenti dalla Grecia al Danubio puntando su Vienna avrebbero costretto i tedeschi a ritirarsi dalla penisola, prima di essere tagliati nella loro strada del ritorno.

Lo sbarco in Grecia e la penetrazione nel bacino danubiano avrebbero posto la pietra angolare alla nascita di una Europa cattolica, organizzata intorno a una Italia intatta. La minaccia di un controllo sul mediterraneo e sul continente, da parte di una potenza protetta dalla croce di Cristo, capace di influenzare con la sua voce oltre mezzo miliardo di cattolici sparsi in tutti gli angoli della terra, era ben più grave per Londra, della minaccia di un impero fascista, rivendicante il mare nostrum, sempre in potenziale antitesi con la Francia e con gli altri stati rivieraschi.

Londra corse ai ripari. Churchill prese in mano la situazione.

Lo sbarco a Salerno fu effettuato in apparente accordo tra gli anglo-americani. II velo del retroscena non fu mai sollevato. II giorno in cui l’ex presidente degli Stati Uniti Truman venne per una visita di piacere in Italla, giunto a Roma, benché battista, si recò a rendere visita al sovrano Pontefice. Si ignorano gli argomenti trattati nel colloquio. Dopo tre giorni, Truman si recava a Salerno. Visitava il luogo dello sbarco alleato. Molte colline circondavano la località; col suo più grande candore, dichiarò che la località era stata scelta male, era costata una massa enorme di perdite; concluse: «La scelta deve essere opera di qualche testa di scoiattolo di generale ». Il generale che comandava il settore era il presidente in carica degli Stati Uniti: Eisenhower. La notizia piombò come un fulmine alla Casa Bianca, dove si stava preparando la campagna presidenziale. Nella precipitosa necessita di scaricare il presidente, gli archivi segreti furono aperti ed il mondo sbalordito venne a sapere che lo stratega dello sbarco in Italia, e della bocciatura dello sbarco in Grecia, era lo stesso personaggio che aveva orientato la mossa strategica con cui gli alleati cedettero graziosamente gli stati danubiani a Stalin. II signor Wiston Churchill primo ministro di S. M. britannica: era il 23 maggio 1956.

Era evidente che lo sbarco a Salerno. come lo sbarco in Sicilia, non erano serviti a liberare l’Italia, e tanto meno a liberare l'Europa. Servirono a passare il rullo compressore suI territorio italiano per predisporre quella disorganizzazione della penisola che avrebbe impedito alla Chiesa cattolica di dedicarsi immediatamente alla riorganizzazione del continente europeo. Faceva parte di un piano il cui sviluppo era previsto per il «tempo di pace ». La paziente e preveggente iniziativa britannica aveva predisposto il suo gioco con una visione a largo raggio sorprendendo alleati ed avversari. Certo nello stesso tempo Londra stava già studiando le azioni che avrebbero portato a completare lo smantellamento (anche economico e produttivo) della nostra nazione.

Sullo sbarco in Italia, la sera del 23 maggio 1956 Washington diramava queste comunicazioni riportate da tutta la stampa:

« Le battaglie, si osserva al Pentagono, furono il risultato della « diretta consultazione » degli Stati Maggiori inglese e americano. Esse tendevano a eliminare l’Italia dalla seconda guerra mondiale. Se poi si vuole risalire alla persona che ha la responsabilità di queste operazioni, si dice a Washington, allora bisogna varcare l'Atlantico e cercarla in Inghilterra. Fu il primo ministro Winston Churchill che ideò il progetto britannico di «knocking Italy out of the war », ossia di mettere l’Italia fuori combattimento. In un certo senso, nota un militare di consumata esperienza, questo progetto fu per mesi l’idea fissa di Churchill. Fu la sua « intuizione strategica ». Egli difese vigorosamente la sua tesi durante la conferenza di Washington del maggio del 1943, e allora ottenne una parziale approvazione. Poi segui l’invasione della Sicilia; Mussolini cadde senza spargimento di sangue. Churchill torna alla carica con la sua « intuizione strategica », e i capi di stato maggiore inglese e americano studiarono il piano di sbarco a Salerno. L'operazione portava naturalmente la firma del generale Eisenhower.

« Anche lo sbarco di Anzio si ricorda al Pentagono, faceva parte del disegno di Winston Churchill. Egli lo sostenne vigorosamente. Lo ideò come un mezzo per rompere la stasi sul fronte di Cassino. Una testa di ponte ad Anzio, egli disse ai generali, avrebbe disfatto la resistenza tedesca, e avrebbe condotto alla rapida conquista di Roma.

« II primo ministro inglese, ricordano a Washington, era così innamorato della sua idea, che partecipa ad alcune .conferenze strategiche. Alcuni generali americani, tra cui Eisenhower, considerarono il piano con sospetto e preoccupazione, e ritennero che in ogni caso le forze dislocate per lo sbarco erano troppo esigue. Tanto per accontentare gli americani, e aggirare le loro obiezioni, le forze furono raddoppiate. Ma alla resa dei conti il generale Clark si avvide che non erano sufficienti per il grosso obiettivo: Roma.

« La testa di ponte di Anzio fu occupata da truppe al comando del generale John P. Lucas. II primo scontro violento avvenne all' alba del 22 gennaio 1944. Si era sperata in una rapida penetrazione attraverso i Colli Albani, il che avrebbe permesso di rompere le linee di comunicazione che portavano al fronte tedesco del Sud: in particolare la roccaforte di Cassino. Ma gli alleati fecero troppo affidamento sulla loro superiorità aerea. I tedeschi riuscirono a contenere la testa di ponte senza indebolire le loro linee difensive.

« II capro espiatorio fu naturalmente il generale John Lucas. Gli fu tolto il comando della testa di ponte. Ma non pochi storici e studiosi di arte militare sono del parere che il generate Lucas sia stato la «vittima silenziosa» che ha coperto gli errori dello statista insigne. Le truppe asserragliate nella testa di ponte di Anzio non riuscirono ad aprirsi la strada che nel maggio, e Roma, malgrado i piani e le previsioni di Churchill, non fu conquistata che il 4 giugno. Dal 1944 la quinta armata americana perdette 52.130 uomini.

« Nel suo libro Crusade in Europe, il generale Eisenhower ha rivelato le obiezioni che fece al primo ministro Churchill durante una conferenza in Tunisia.

Eisenhower predisse delle «pesanti perdite» e suggerì di rivedere il piano con Ia massima attenzione. Ma Churchill era ormai deciso a mettere in azione il suo piano ».

II generale Mark W. Clark alla domanda: «Quali errori sono stati commessi dagli alleati? », ha risposto: «Avremmo dovuto sbarcare nei Balcani. A quest’ora la Russia non sarebbe a Berlino ».

 

 

 

 

 

CAPITOLO SECONDO

 

LE PERICOLOSE CONCEZIONI DI EINAUDI

 

 

In una lettera a l'on. La Pira, il senatore Luigi Einaudi ha scritto: «Sul "Mondo" Ernesto Rossi si è meravigliato giustamente che in Italia i disoccupati siano soltanto due milioni. Io vorrei aggiungere essere miracoloso che in Italia i disoccupati non siano quattro o cinque o più milioni.. ». Da questa premessa di carattere generale Einaudi passa a successive affermazioni: «La esistenza della disoccupazione è un assurdo teorico. A un certo salario gli imprenditori sono sempre disposti ad assorbire tutta la mano d'opera che si offre sul mercato ». Siamo nel 1956. C'è da restare di sasso.

Perché queste concezioni sono delle vecchie conoscenze. Ricalcano fedelmente le affermazioni della cosiddetta scuola classica della economia, che trionfò nel secolo scorso. Ripetono i postulati di Say e di Ricardo. Ma è facile obbiettare a Luigi Einaudi che la dottrina moderna ha corretto queste affermazioni e in parte le ha sepolte. E’ stato merito della scuola di Cambridge e di Oxford l'avere rinnovato le concezioni su questi punti, aprendo la strada a quelle dottrine del benessere e del pieno impiego che sono state largamente applicate. Queste dottrine hanno praticamente sconfitto la disoccupazione.

Lord Keynes, governatore della Banca d'lnghilterra, ha avuto il merito di avviare i centri culturali anglo-americani al rinnovamento del pensiero economico: invece, il suo ex collega italiano pare che si voglia conquistare il merito di essere l'ultimo economista europeo attaccato alla difesa di principi economici che sono considerati da tutta la letteratura moderna come responsabili delle crisi drammatiche del capitalismo, culminate nella tragedia del 1929 di Wall Street.

 

 

 

 

La legge di Say

 

 

Einaudi non ignora che già nel 1827, in un famoso colloquio sulle rive del lago Lemano, a Ginevra, Simon de Sismondi polemizzò col padre della economia classica proprio su questo argomento. II testo è riprodotto nell'opera del Sismondi. La tesi ufficiale affermava: nell'atto di produrre, ogni produttore crea il prodotto, e crea contemporaneamente altrettanto reddito monetario che corrisponde ai differenti componenti di costo di quel prodotto. Per ogni prodotto immesso nel mercato, è immessa contemporaneamente altrettanta capacita di acquisto. Gli economisti classici concludevano: se nel mercato esiste tanta capacità di acquisto quanta produzione, tutta la produzione deve venire sempre assorbita. E tutti i fattori impiegati nella produzione, (materiali macchinari e uomini) possono sempre continuare a lavorare, perché il loro lavoro crea sempre i redditi corrispondenti alla permanenza del loro livello di impiego. Produzione e consumo vanno sempre d'accordo.

E concludevano: la disoccupazione non può esistere altro che per ragioni di spostamenti di operai, o di modificazioni di impianti, da un settore all'altro o da un metodo all'altro della produzione. Negavano la disoccupazione ciclica per ammettere solo una disoccupazione tecnologica.

 

Come nasce il sottoconsumo

 

Questo secondo tipo di disoccupazione, per definizione, era temporaneo! E trovava sempre la sua fine nella convenienza dell'imprenditore a riassumere i fattori provvisoriamente disoccupati, a prezzi un poco più bassi.

Sismondi invece obbiettava che la tesi non reggeva al confronto con la realtà. Era vero che nell'atto di produrre ogni produttore creava col prodotto il reddito monetario corrispondente; era vero che per questa ragione nel mercato esisteva sempre una quantità di reddito corrispondente alla quantità di prodotti creati. Ma era anche soprattutto vero che questi redditi monetari non si distribuivano uniformemente nel mercato. Tendevano ad essere accaparrati da pochi privilegiati, per cui si creavano nel mercato delle sacche di reddito monetario congelato e tesaurizzato, che non si trasformava in consumo.

Un secolo più. tardi, questa posizione è stata rivalutala dalla scuola di Cambridge e di Oxford. Si fa oggi distinzione tra reddito globale, e quella parte minore del reddito che il mercato è disposto a tradurre in effettivo consumo: si parla di « propensione a consumare; di propensione ad investire e di propensione a risparmiare» come di tre comportamenti umani, influenzati da abitudini psichiche. Hobson ha dedicato alcuni volumi alla analisi della ripartizione irregolare dei redditi all'interno della società, sotto la pressione di forze organizzate, che possono essere i monopoli e i sindacati.

 

Gli economisti scoprono la disoccupazione ciclica

 

Tutta la scienza economica moderna, tutta la letteratura inglese, americana, svedese, germanica confermano teoricamente la dolorosa esperienza che l'umanità ha fatto nel 1929: esiste una tendenza endemica nella civiltà moderna per cui una parte del reddito monetario prodotto tende a non trasformarsi in consumo, ed a congelarsi. II congelamento di una parte del reddito monetario determina una tendenza al congelamento di una parte del gettito produttivo. La giacenza delle merci nei magazzini provoca il crollo dei prezzi, la contrazione della produzione da il via al principio dei licenziamenti. A questo punto comincia la riduzione del reddito per inizio di disoccupazione. II fenomeno ha carattere accelerato: tende a dilatarsi. Di rovina in rovina, contrariamente alle affermazioni degli economisti classici, il mercato procede fino alla sua disintegrazione massima. E qui sta: non si risolleva, così insegna la scuola economica moderna; e corre ai ripari.

La scuola classica, come ripete Einaudi, insegnava: « La esistenza della disoccupazione è un assurdo teorico: a un certo salario gli imprenditori sono sempre disposti ad assorbire la mano d'opera». La precisa formulazione della scienza economica moderna afferma: esiste una disoccupazione ciclica dovuta a una riduzione delta propensione al consumo, ed al parallelo congelamento di una parte del reddito monetario. Questo fenomeno è irreversibile, e si arresta ai livelli minimi di disintegrazione del mercato, senza riuscire a risolversi automaticamente. Occorre un intervento per modificare la situazione che diversamente permane a livelli minimi di occupazione.

Einaudi non polemizza su questa tesi: semplicemente la ignora. Ma ignorandola disconosce gli ultimi trenta anni di letteratura economica. Ciò non sarebbe grave se questo atteggiamento fosse il risultato di una convinzione personale capace di influenzare solo il suo insegnamento. Ma diventa gravissimo in un economista che con la sua dottrina ha influito e determinato gli sviluppi di un popolo di 45 milioni di anime ignare, che giurarono ed obbedirono senza discutere in verbum magistri.

 

II compito del Governo: debellare la disoccupazione

 

E a questo punta bisogna riassumere la domanda che Luigi Einaudi pone in testa al suo scritto polemico contro La Pira. «A leggerLa, (scrive) parrebbe che coloro che posseggono le leve del comando della economia della finanza e della politica debbano adempiere ad un solo ufficio: Dare a tutti lavoro... ». Prescindiamo dall'asprezza polemica di quel «parrebbe» un poco dispregiativo, avvicinato a quel « a leggerla» che lo completa, che ci rivela un professore, che sorride con sufficienza alla obbiezione dello scolaretto, illuso, ed un poco ingenuo, che ha avanzato una tesi insostenibile! Sta il fatto inoppugnabile, provato da tonnellate di volumi pubblicati in lingua inglese, americana, francese, tedesca, norvegese, olandese, che tutte le correnti moderne della scienza economica, più serie, ed accreditate, affermano che il compito primo e più importante che si è prefisso la repubblica degli economisti è proprio quello di debellare la disoccupazione.

E’ veramente strano che un economista del rango di Luigi Einaudi, che ad Oxford è stato salutato se non come il più grande, almeno come il decano degli economisti italiani, mostri di volere ignorare un fatto scientifico universalmente noto, una preoccupazione mondiale e documentata, distorcendo una polemica di tanto valore, con dubitativi ironici. Altro che «parrebbe! ».

Sui piano teorico questo dubitativo ricalca la posizione dei classici. Per cui la disoccupazione ciclica non esiste, quella tecnologica va a posto da se. Certo! II problema della disoccupazione per i classici non si poneva. Ma dal principio del secolo la scienza ha fatto dei passi; Einstein ha rivoluzionato la matematica; Curie, la fisica; e una falange di economisti ha rinnovato la economia politica. Perfino La Pira se ne è accorto. Non pare che neppure la eco di tanto fermento di nuove idee abbia scalfito la polvere del tavolo del professore Einaudi.

 

Nuove idee delle scuole nuove

 

Le numerose correnti di pensiero scientifico, che dopo il 1934 hanno rielaborato questa materia, sono concordi nell’affermare che per debellare la disoccupazione occorre introdurre nel mercato una capacita di acquisto supplementare corrispondente alla capacità di acquisto congelata. La teoria della integrazione della spesa pubblica là dove è insufficiente la spesa privata ha sviluppato la teoria della dilatazione del consumo. Queste dottrine hanno rovesciato i concetti classici I) sulla Banca, II) sul bilancio dello Stato, e III) sulla moneta. Queste dottrine affermano che quando la spesa privata si riduce, lo Stato deve integrarla aumentando la propria spesa, affrontando il deficit del bilancio, allargando il credito, stampando moneta.

Sulla banca le idee di Einaudi sono le idee classiche! Egli si chiede: «Tra coloro che posseggono le leve (per debellare la disoccupazione) dobbiamo annoverare i banchieri? Se si, debbo osservare che il progetto di dare a tutti lavoro è perentoriamente subordinata ad una condizione: che il banchiere faccia tutto il necessario allo scopo di soddisfare l'obbligo di restituire ai depositanti le somme che gli hanno affidato. Se il banchiere non soddisfa a questo obbligo il banchiere è un malversatore del denaro altrui », e dimostra di volere ignorare tutta la evoluzione del pensiero scientifico moderno sulla banca e sul credito. Non solo; ma qui egli sposta arbitrariamente la discussione dal tema del « volume» dell'investimento al tema della «solvibilità» dell'investimento. E da per accettato che la dilatazione del volume degli investimenti comporti automaticamente la diminuzione della solvibilità bancaria. Il che non solo non è accettato, ma è contraddetto da tutte le scuole moderne. Per Einaudi vale il ragionamento che la banca più solvibile è quella che mantiene liquide tulle le sue scorte. Ma questo ragionamento comprensibile sulle labbra di un profano, è meno comprensibile sulla punta della penna di un economista, anche se l'argomento è semplicemente sottinteso e dato per ovvio.

Il gettito del risparmio di un mercato non è determinato dalla volontà dei privati, ma dalla politica della banca centrale. Dilatando o restringendo il credito, lo istituto di emissione può dilatare o restringere la spesa globale della nazione. E siccome la spesa globale è uguale al reddito nazionale (e siccome il risparmio globale è una quota del reddito nazionale), la .banca centrale restringendo o dilatando il credito, determina il volume del risparmio, e determina altresì la solvibilità media del mercato.

Entro queste medie, si inscrivono i comportamenti dei singoli operatori, che sono liberi di muoversi, come i viaggiatori chiusi in un vagone ferroviario. Così ragiona la scienza moderna.

Si direbbe che si voglia deliberatamente ignorare che in una economia in sviluppo, i depositi superano i prelievi. Sembra che si voglia deliberatamente ignorare che il risparmio cresce proporzionalmente al reddito. E che per queste lapalissiane ragioni la solvibilità delle banche è determinata dalla stessa politica della banca centrale.

 

Le dottrine moderne insegnano che la funzione della banca è precisamente quella di creare moneta bancaria, sotto forma di crediti alla clientela. Se nel mercato esistono accantonamenti di materie prime, di mano d'opera, di impianti non utilizzati per la produzione, il banchiere crea la moneta corrispondente a queste giacenze, di uomini, di impianti, di macchinari. Perché queste giacenze rappresentano il risparmio reale del mercato, ed i simboli monetari emessi dal credito bancario non sono che la rappresentazione contabile del fenomeno.

La funzione della banca non è di rendere i depositi ai depositanti ma di adeguare il volume della circolazione alle effettive esigenze produttive del mercato, in modo che tutti i fattori siano impiegati. Se la banca esercita questa funzione entro questi limiti, espande il reddito della nazione e crea la propria solvibilità.

 

Non pare che questi concetti, ovvi per chi segua la recente letteratura economica anglo-americana, siano noti al professore Einaudi. E se lo sono non pare che siano condivisi. Egli è fermo su concezioni antiche. Alla formula quantitativa del valore della moneta. E sembra ignorare che quando, in un paese, (come avviene oggi in Italia) il sistema bancario rifiuta di assolvere la funzione di adeguare la circolazione monetaria al volume delle transazioni che potrebbero essere attuate, in rapporto ai fattori della produzione (uomini, merci, impianti) disponibili e non occupati, in tale caso la banca crea la propria insolvibilità. Perché per la sua insufficienza di reddito i prelievi superano i depositi. I ritardi di pagamento (cambiali) diventano universali. E il pagherò incerto sostituisce la moneta certa.

Ma qui il discorso sarebbe lungo. Passiamo oltre.

 

 

Sul bilancio: il deficit sistematico

 

Einaudi si chiede: «Tra coloro che presiedono a quelle tali leve (che impediscono la disoccupazione) sono compresi i ministri del Tesoro? «Se si, essi possono consentire stanziamenti intesi a dare lavoro entro i limiti nei quali essi hanno coscienza di non distruggere tanto altro lavoro che sarebbe creato se i contribuenti fossero spinti alla disperazione da imposte troppo feroci ». E’ evidente che per Einaudi il ministro del Tesoro può spendere solo quello che incassa. E può disporre solo di ciò che gli fornisce il gettito fiscale.

Ignora quindi deliberatamente la tesi della scuola del pieno impiego a cui pure si riferisce La Pira. Gli economisti e gli statisti di questa scuola in Inghilterra, in Olanda, in Belgio, in Svezia, in Norvegia, in Germania, in Austria, sanno che per debellare la disoccupazione bisogna integrare la insufficiente capacità di acquisto compensando il reddito tesaurizzato con una iniezione supplementare di reddito nel mercato. Questa dilatazione di redditi si ottiene riducendo il carico fiscale. Adottando il deficit sistematico di bilancio, ed espandendo il credito con una politica di spesa. II deficit sistematico di bilancio ha ricevuto una piena giustificazione teorica in tutto il mondo civile. Esso è alimentato dal ministro del Tesoro con una espansione della circolazione monetaria.

Ancorato alla concezione classica della moneta ed alla formula quantitativa, Luigi Einaudi ignora che la scienza moderna ha precisato che la dilatazione della circolazione monetaria non provoca inflazione quando nel mercato esistono operai disoccupati, merci disponibili, ed impianti fermi, perché in tale caso l’aumento del gettito produttivo, compensa con l'offerta di nuovi prodotti, (a costi decrescenti) la maggiore quantità di denaro.

Scrive che i ministri del Tesoro «per dare lavoro, devono avere la coscienza di non dovere stampare quella tale carta falsa che per ben due volte in Italia ha distrutto le classi sociali. Una prima volta nel 1918, ed una seconda dopo l'ultima guerra ».

E’ troppo facile obbiettargli che le emissioni di carta attuate nel corso delle due guerre hanno provocato la svalutazione, perché sono servite a creare delle merci, che sono state definitivamente distrutte; bombe, trincee, e cannoni. Se le emissioni di carta e di credito fossero servite a bonifiche, fabbriche, strade e case, la moneta non si sarebbe svalutata, perché in corrispondenza con la maggior quantità di moneta, ci sarebbe stata in Italia (e ci sarebbe restata) una maggiore quantità di servizi e beni: non la carta, le merci erano «false ».

Non la stampa della carta falsa, ma la distruzione di una mercanzia falsa e sterile ha provocato la perdita, che si e socializzata con la svalutazione della moneta. Non confondiamo.

Ci sono tonnellate di libri di solida dottrina che insegnano che i ministri del Tesoro debbono dilatare la circolazione monetaria e creditizia ogni volta che vi è disoccupazione.

Stupisce la violenza puramente verbale usata da un economista di rango per difendere la teoria quantitativa della moneta, che è stata - come è noto - superata da tre decenni! Non basta definire falsa la moneta che si stampa, per riaccreditare una teoria frusta. Si legge sul Samuelson: «La maggior parte degli economisti non accetta la teoria quantitativa che cum grano salis. Essi ricordano i lunghi anni del 1930-1939... anni nei quali aumenti della quantità di moneta non provocarono nessun mutamento corrispondente nei prezzi. Invece che alla teoria quantitativa, oggi si bada al volume degli investimenti in rapporto alla piena occupazione ». E conclude: «Se questi investimenti sono inferiori al livello a cui si realizza la piena occupazione, il reddito globale della nazione permane a un livello basso, e la insufficienza di consumo provocherà una spinta dei prezzi al ribasso, anche se per favorire questi investimenti si stampa moneta, o si dilata il credito (che è lo stesso) ».

 

Catastrofiche conseguenze

 

Quali sono le conseguenze di questo orientamento? La moneta è un mezzo di trasporto. Trasferisce il valore, nel tempo e nello spazio. Senza moneta, le merci non si scambiano, i prodotti non si compongono e le trasformazioni economiche non avvengono. Quindi più è grande la produzione delle merci, più è grande la quantità di moneta che occorre.

Ma ancora più importante della quantità di produzione, è il modo in cui la produzione si compie. Nella tecnica moderna la divisione del lavoro diventa sempre più esasperata. Alla perfezione di ogni singolo prodotto collaborano innumerevoli industrie, innumerevoli specialisti divisi e differenziati in infinite attività. Per mettere in contatto queste qualificazioni occorre una massa crescente di moneta. Una massa assai più grande di quella che non fosse necessaria per produrre analoghi prodotti, in un'era della civiltà in cui la produzione era meno specializzata.

La massa della moneta dunque non è solo funzione della quantità delle transazioni. Ma la quantità delle transazioni è funzione del grado di specializzazione che ha raggiunto un mercato nel suo sviluppo tecnico.

La civiltà moderna, sospinta dal progresso scientifico, tende verso forme di sempre maggiore specializzazione e di sempre maggiore integrazione. La moneta vi opera come strumento di coordinazione, in quanto serve a mettere in contatto fattori diversi della produzione. Ma è anche strumento di specializzazione tecnica in quanta rendendo facile la collaborazione tra elementi differenziati ne favorisce la specializzazione. E poiché la specializzazione è origine di efficienza, la differenziazione del mercato ché si compie sotto la spinta di una agile e sana circolazione monetaria è fonte di riduzione di costi.

 

La civiltà moderna ha dunque bisogno di masse crescenti di moneta per poter funzionare; solo così il fenomeno della integrazione produttiva degli elementi che la costituiscono può effettuarsi.

In Italia si è invece distrutto lo strumento della integrazione tra i gruppi specializzati e differenziati delle strutture produttive. Impedendo questa integrazione si è retrocesso il mercato nazionale all'era del trogloditismo economico, proprio mentre il mondo si avvia per lo sviluppo tecnico a forme di sempre maggiore e più accanita specializzazione. Tutto il sistema è stato costretto a perdite astronomiche e di efficienza.

 

Verso l’inflazione

 

Tuttavia un mercato ha una sua vitalità incomprimibile. E’ quando lo Stato distrugge la moneta, la necessità forza la mano agli operatori, e li costringe a surrogare la moneta con altri strumenti. Le trasformazioni produttive debbono compiersi; non si possono contrarre al di sotto di un determinato livello pena la morte fisica. E sono queste trasformazioni incomprimibili che creano la coraggiosa spinta alla creazione dei surrogati.

I surrogati della moneta sana le cambiali e le merci. La cambiale surroga la moneta, perché sostituisce al pagamento, una promessa di pagamento. Le merci sono un surrogato della moneta quando surrogano uno scambio monetario, col baratto. In Italia coesistono oggi i due fenomeni: il baratto e le cambiali.

Entrambi i surrogati provocano perdite, oneri, aggravi di costi generali. E la insufficienza dello strumento monetario, e la surrogazione di questo strumento con altri mezzi provoca come conseguenza la perdita di efficienza del sistema produttivo nazionale. Ossia l’aumento dei costi. Questo aumento di costi non è determinato dalle cambiali, non è determinato dai baratti, ma si determina, malgrado le cambiali e malgrado le forme di baratto, per le difficoltà che incontrano gli operatori economici a integrare le loro differenziate qualificazioni essendo stati privati dello strumento monetario capace di metterli tra loro in contatto e in collaborazione.

E chiaro che il crollo della efficienza produttiva di un sistema nazionale provoca un aumento dei costi, per cui si arriva alla inflazione per deficienza di moneta.

Dal decano dei nostri economisti, in polemica con La Pira, avremmo voluto qualche cosa di più di una semplice ripetizione di vecchi concetti classici, superati da tutta la recente letteratura scientifica.

Le ripetizioni non provano nulla. Contano i fatti. I quali sono questi: la disoccupazione è annientata in tutti i paesi del mondo, meno che in Italia. E la efficienza è aumentata in tutti i paesi del mondo: meno che in Italia, i cui costi di produzione (riferiti al mercato internazionale) sono di più in più alti.

II professore Luigi Einaudi è padrone di rimanere fedele ai postulati appresi ai tempi della sua gioventù. Ma se non accetta le posizioni scientifiche nella scienza contemporanea, dovrebbe almeno spiegarcene le ragioni; dovrebbe opporre a chi gli parla della obiettiva possibilità di adottare una politica di pieno impiego, con l’uso di moderni strumenti teorici, perché non è d'accordo. Tanto più che non si tratta di una disquisizione accademica e platonica ma di discussioni su direttive di governo.

Diversamente, i suoi scritti potranno stupire gli ingenui e gli sprovveduti. Ma resteranno senza presa per coloro che seguono, con trepidazione e angoscia, lo sforzo teorico e pratico dei paesi civili alla soluzione di tale grave problema.

«Triste epoca la nostra, in cui è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio» ha scritto Einstein. I radicatissimi pregiudizi della scuola classica, difesi dall' antica fama del professore Luigi Einaudi, stanno mandando al creatore la sventurata economia italiana.

Non è tempo di vederci chiaro? Cerchiamo di farlo.

 

 

 

 

 

CAPITOLO TERZO

 

UNA NUOVA SCUOLA ECONOMICA

 

 

Esiste una scuola di economisti che ha rinnovato il pensiero scientifico. Essa ha realizzato il pieno impiego nei paesi in cui i suoi criteri sono stati adottati. E' formata da uomini che appartengono a vari paesi del mondo civile; che sono collegati ed uniti come una famiglia, ed hanno impresso alla economia una rivoluzione paragonabile a quella che Einstein e i Curie hanno impressa alla scienza della materia.

I classici della economia credevano in alcune leggi. Ma questi uomini hanno discusso le vecchie leggi. Hanno riesaminato i fatti, ed anziché invogliare i governi a fare entrare i fatti negli schemi antichi, hanno adeguato le teorie alle necessità nuove dei popoli. Così molte cose sono apparse mutate, e molti problemi si sono risolti, perché molte difficoltà erano nelle parole, e nelle abitudini di chi le ripeteva.

 

Abitudini mentali

 

Le abitudini mentali costituiscono delle terribili barriere che ci separano dal benessere; delle catene che ci incatenano alla miseria. D'altra parte coloro che si accingono a infrangere un modo di pensare sanno cosa li aspetta. Tutti i profeti sono stati ammazzati, prima che venisse una nuova generazione che accettasse il loro linguaggio. La maggior parte della umanità è formata da esseri in cui prevale lo spirito di adattamento, ed è bene che sia così, perché diversamente non sarebbe possibile sviluppare la struttura organizzata della società moderna.

Ma i nuovi tempi procedono rapidamente verso radicali rinnovamenti, e richiedono uomini in cui prevalga lo spirito di innovazione. I rinnovatori che penetrano con le loro anticipazione nei tempi, sono la punta della umanità; sono come le cellule apicali delle foglie e delle piante a cui è affidato lo stimolo della crescita. Sono pochi, isolati, incompresi, e sono sacrificati al loro compito biologico. La legge della specie è questa.

Queste parole provocheranno scandalo, perché spezzano un conformismo intellettuale.

 

Conformismo universitario

 

Gli esperti che sanno tacciono, perché il conformismo attuale, benché fondato sulla menzogna di una verità antica, che la scienza ha travolto nella polvere, serve. Giustifica il grosso monopolio bancario, che controlla il 90% del risparmio Italiano. Le teorie che rafforzano la scarsità del denaro, facilitano il trasferimento del reddito nazionale dalle mani di chi lavora a quelle dei banchieri. I quali sono i soli che finanziano gli uffici studi, le riviste tecniche, i giornali, su cui si scrivono le dottrine antiche che oltre confine screditerebbero uno scienziato. Così la grande banca monopolistica e statale è spinta dalla ignoranza e dal silenzio degli esperti a perseverare in questo dorato errore.

Vi sono alcuni coraggiosi universitari che parlano o cercano di farsi sentire, e contro di loro è in atto la persecuzione, l’ostracismo e quello che è peggio, il silenzio.

Eppure oggi è giunto il momento di parlare, perché la condanna del sistema è nei fatti. Queste parole accennano ad una spiegazione. Chi vorrà approfondire il problema dovrà consultare molti volumi, compiere studi che onorano il pensiero moderno. Qui troverà solo una traccia, un invito, un orientamento. Qui troverà solo la parola di chi avendo trovato una strada, credendola utile, la vuole additare a molti altri, perché accompagnandolo, sopravanzandolo, la percorrano.

E’ la grande strada del lavoro, del benessere, della dignità.

 

La dottrina del pieno impiego

 

Queste pagine sono una polemica contro Luigi Einaudi. Egli, con la sua azione politica, e con la sua linea, ha imposto all'Italia una dottrina che è la netta antitesi delle dottrine del pieno impiego e del benessere, che pure da venticinque anni sono studiate e applicate nei paesi più civili. Egli sa che, in tutti i paesi progrediti, questa espressione ha assunto un significato preciso, un valore tecnico e scientifico.

Esiste una scuola economica del pieno impiego, come una economia del benessere, che si è definita per una sua dottrina. una sua teoria, una sua interpretazione dei fatti economici in antitesi ai principi della cosiddetta scuola classica a cui ci ha asservito la linea Einaudi.

Questa scuola ha al suo attivo un corpo di studi, che si sono andati stratificando in tutte le biblioteche del mondo. Gli economisti delle università di Cambridge e di Oxford sono stati i primi a dare il primo colpo di piccone al venerando edificio delle dottrine del secolo scorso. Queste dottrine non sono uniformi. Non si sono cristallizzate in dogmi. Ma hanno un orientamento comune e, - ciò che più conta, - hanno comuni esperienze concrete di governo, che sono state attuate infrangendo quei dogmi a cui noi ancora obbediamo.

Le teorie del pieno impiego riconoscono in Lord Keynes, Governatore della Banca di Inghilterra, se non il caposcuola, per lo meno la propria figura più rappresentativa e coraggiosa. Sono dottrine ormai controllate. Convalidate dalla esperienza dell'amministrazione di Roosevelt, dalle attuazioni del Governo Inglese, del Governo Belga, del Governo Olandese, del Governi Svedese, Finlandese, Germanico, Australiano e Canadese.

In tutti questi paesi queste dottrine hanno smantellato qualche cosa di più dei principi teorici della economia classica: hanno smantellato anche la disoccupazione. Hanno consentito l’integrale utilizzazione di tutte le risorge disponibili. E il fattore uomo è stato da loro valorizzato sempre come la prima ricchezza.

La Germania alla fine della guerra non possedeva più né riserve di materie prime, né impianti, né capitali finanziari; per contro aveva una popolazione di milioni di operai e di dirigenti altamente qualificati. Essa costituisce un esempio di come, paesi privi di tutto, possano impiegare tutti i propri figli adottando una giusta via, in base a una giusta interpretazione dei fenomeni economici e delle leggi che li governano.

 

La popolazione è una ricchezza della Nazione

 

Queste considerazioni ci confortano a porre una premessa: la esistenza di una densa massa di popolazione costituisce una ricchezza potenziale per una nazione. La nuova scuola considera come suo obbiettivo lo sfruttamento di questa energia umana.

Per le nuove dottrine, non i conti in banca né i segni monetari fanno la ricchezza delle nazioni. E neppure le miniere, le ricchezze del sottosuolo, le materie prime, e gli impianti.

Ciò che costituisce veramente la ricchezza delle nazioni sono i suoi uomini, soprattutto il grado della loro qualificazione tecnica; il livello della loro capacita organizzativa; il coraggio della loro iniziativa individuale e collettiva, nell'affrontare comuni problemi di trasformazione dell'ambiente in cui vivono.

La Svizzera non possiede che pascoli ruscelli e rocce. Ma la qualificazione tecnica dei suoi abitanti, il loro gusto per la precisione e per il metodo, ne ha fatto degli artigiani abilissimi. Senza materie prime vendono in pochi grammi di acciaio gli orologi più perfetti. Il cacao nasce nei tropici. Ma la più grande società dolciaria del mondo, la Nestlé, ha la sua sede a Vevey!

A Biella si producono stoffe con lana australiana. Non ci sono pecore sui monti biellesi. Ma c'e una alta qualificazione nei suoi abitanti.

 

L'uomo crea la ricchezza dei territori

 

Non l’ambiente fa la ricchezza dell'uomo. E’ la mentalità dell'uomo che fa la ricchezza dell'ambiente. La base della ricchezza è la cultura scientifica e tecnica: è il pensiero.

I seguaci delle utopie classiche ripetono che l'America è ricca per le sue risorse naturali. E’ facile rispondere che per millenni, le ricche risorse naturali che oggi alimentano la grande avventura tecnica della civiltà americana sono rimaste inerti, ed hanno a stento sostenuto la vita di poche tribù di indiani, che morivano di fame utilizzando i soli prodotti della caccia. Se la ricchezza dei territori determinasse la ricchezza delle nazioni le ricche regioni del nord America avrebbero dovuto alimentare da secoli lo sviluppo di una altissima civiltà, anche tra gli indiani. Ed i negri del Congo da secoli sarebbero civilissimi.

Invece gli indiani sono stati incapaci di sorpassare il livello di una civiltà di cacciatori, finché gli europei non importarono nei loro territori la mentalità, i metodi, i sistemi di una nuova tecnica produttiva. Fu questa tecnica che mise in valore le ricchezze. Le immense possibilità di iniziative offerte da una terra che liberava i capaci dai vincoli e dalle paure tradizionali, consentì la esplosione di forze umane incalcolabili.

Immense regioni, prodigiosamente ricche, come il Congo, come il centro Africa, come l’Arabia, come il Brasile, non raggiungeranno gradi di ricchezza superiore, fintantoché non saranno popolati da una generazione di uomini nuovi. Tecnicamente qualificati essi potranno spezzare le barriere della loro povertà. Se saranno moralmente armati di audacia, potranno immaginare metodi nuovi per aprire gli scrigni delle immense ricchezze, che esistono in natura: ovunque.

 

La tecnica crea ricchezza dovunque

 

Per i selvaggi i fiumi non sono nulla: per i popoli civili sono sorgenti di energia elettrica. Per i selvaggi le foreste sono agguati vegetali: per i civili sono fonti di inesauribili materie, che si trasformano in tessuti, in giornali, in battelli.

Per un popolo primitivo la terra coi suoi prodotti serve appena per produrre pane. Per un popolo evoluto il prodotto agricolo costituisce il primo scalino di una immensa trasformazione industriale, che crea acque minerali, bevande, profumi, essenze, succhi concentrati, vitamine, concimi, prodotti chimici. E la dove per popoli arretrati non esistono materie prime, per popoli progrediti sorgono dal nulla infinite ricchezze.

Non ci sono più paesi poveri e paesi ricchi. Oggi tutti i paesi hanno sorgenti di materie prime, per alimentare e sviluppare cicli industriali capaci di creare lavoro. Ci sono popoli qualificati e popoli ignoranti. La sola povertà è la ignoranza. La sola ricchezza è la scienza. Anche il coraggio e l’iniziativa sono figli del conoscere.

Dove non esiste nulla, le materie prime possono dedursi dall'azoto, che è nell'aria; dal carbonio che è nei cieli; dall’ossigeno che noi respiriamo. Questi elementi costituiscono la base di sintesi sempre più compiesse, da cui tutto può essere ricavato e prodotto. E sono dovunque. II giorno in cui creeremo energia dall'atomo le sorgenti della potenza saranno dovunque. E di questo giorno noi vediamo gia sorgere l'alba. Ma bisogna conoscere la nuova vita che ci si offre.

 

La scienza libera l’uomo e riduce i costi

 

Quanto più progredisce la scienza, tanto più l'uomo si svincola dalle catene della propria povertà. La scienza apre possibilità di iniziative, la dove non esistevano. Ma la scienza chiede che il nuovo condottiere di benessere il nuovo costruttore di lavoro, sia non solo coraggioso; sia qualificato.

Alla base del progresso c'è la qualificazione. II primo investimento che dobbiamo fare è un investimento per creare degli uomini che siano cittadini del mondo moderno; che abbiano occhi per vedere le vere possibilità che sono latenti intorno a noi; che vivano cioè nel 1957; e che non siano succubi delle vecchie idee, e delle concezioni che appartennero ai nostri nonni.

Perché per l'uomo ignorante il mondo più ricco é una landa deserta, arida di ogni prospettiva, e priva di ogni possibilità. Mentre per l'uomo qualificato ogni zona nasconde una ricchezza. Ford diceva che nel mondo moderno ci sono più occasioni che uomini. « Ma la maggioranza degli uomini è cieca ».

 

L'Italia è ricca

 

Si dice che l'Italia è un paese povero, perché è abitato da troppa popolazione. E’ una dottrina antiquata, che il progresso del pensiero scientifico ha smantellato. Malthus nel secolo scorso scatenò il demonio affermando che quando la popolazione raddoppia è esattamente come se il mondo si dimezzasse. Di restrizione in restrizione, cibo e mezzi di sussistenza sarebbero divenuti insufficienti. A causa della legge dei rendimenti decrescenti ciò era logicamente vera. Egli non previde i miracoli della rivoluzione industriale e la sua logica è andata in frantumi. La scienza ha dilatato i confini del mondo. Ha moltiplicato le possibilità del nostro ambiente. La terra è diventata più piccola per le comunicazioni; ma più grande per le risorse. Nell’era atomica, ogni metro quadrato del suo territorio con la scoperta della disintegrazione della materia e della fotosintesi, contiene più potenza e nutrimento che un Regno del XV secolo.

Questa modificazione di rapporti, non si è verificata perché la terra è mutata. E’ mutato solo il cervello dell'uomo. E’ frutto della qualificazione. E’ conseguenza del pensiero. II progresso scientifico ha reso i costi marginali decrescenti.

L'Italia è un paese ricco, proprio perché possiede la materia prima più importante, per la costruzione di una civiltà. Questa materia prima è la sua razza; è l'Uomo.

L'Italia possiede una razza intelligente, assimilatrice, coraggiosa, che non chiede che di essere istruita, educata, e qualificata. Se assimilerà la scienza, moltiplicherà le sue possibilità.

Educare ed istruire la popolazione di una nazione significa insegnarle a sfruttare delle possibilità che prima ignorava; significa dilatare i confini della realtà in cui vive. Aprirle nuove vie di iniziativa, di sviluppo, di ricchezza.

Per queste ragioni noi concludiamo questa prima parte del nostro discorso, con questa dichiarazione.

I disoccupati d'Italia sono la grande riserva della nostra ricchezza futura. Sono la forza su cui dobbiamo agire per dilatare il nostro raggio vitale. Ogni sforzo fatto per istruire e qualificare questa massa potenziale, dilata i limiti concreti della realtà geografica in cui viviamo, e sposta le barriere e i confini che ci rinchiudono.

Istruire un italiano è come conquistare un pezzo di territorio. In questo senso possiamo dire che veramente un grande impero è in Italia. Un impero da scoprire. Lo scopriremo se costruiremo delle scuole. Questo insegna la dottrina del pieno impiego su l'argomento che si chiama «Uomo ».

 

 

 

CAPITOLO QUARTO

 

LA PARSIMONIA E' LA ROVINA DEI POPOLI

 

Perché in Italia ci sono due milioni di disoccupati ? La disoccupazione è stata debellata ovunque. In Germania, in Inghilterra, in America, in Belgio in Australia. Paesi poverissimi di materie prime, come la Svizzera, non solo non hanno disoccupati ma importano lavoratori. Ed importano lavoratori il Belgio, l'Olanda e l'Inghilterra. Importa lavoratori la Germania risorta dalla polvere.

Solo in Italia, unico paese del mondo occidentale, due milioni di italiani sono privi di lavoro.

Perché ?

 

 

 

 

Vecchi pregiudizi

 

Perché l'Italia è il solo paese dell'occidente che continui ad orientare la sua finanza pubblica secondo i principi della cosiddetta scuola classica della economia. Di quella scuola che è responsabile delle catastrofiche crisi del 1929 culminata col crollo di Wall Street, e con 9 milioni di disoccupati.

In Italia la disoccupazione è fabbricata per decreto legge.

Perché le direttive governative, ispirate a una scuola antica, non possono fare altro che provocare la disoccupazione. Gli sforzi di tutti gli imprenditori, la capacità di tutti gli operatori, l'attività di tutti gli uomini politici, è disarmata di fronte alle conseguenze che sono provocate da questi principi: è quindi necessario che ciascuno di noi si renda conto, in modo chiaro e possibilmente sintetico, della profonda differenza che intercede tra la nuova e la vecchia scuola economica. Tra la cosiddetta dottrina classica e la dottrina del pieno impiego.

 

Gli errori dei classici

 

 

La scuola degli economisti classici insegna i seguenti precetti per aumentare la ricchezza di una nazione.

            1) Bisogna consumare di meno, per risparmiare di più.

 

Tutto ciò che non si consuma, lo si risparmia. Tutto ciò che si risparmia, lo si investe. L'investimento quindi è uguale al sottoconsumo.

 

 

            2) Anche lo Stato deve cercare di consumare pochissimo per consentire che il privato investa di più.

Bisogna contenere la spesa dello Stato nei termini minimi. Non bisogna spendere più del previsto. Il bilancio dello Stato deve essere in pareggio.

 

            3) Per favorire il risparmio, si deve pagare un alto interesse al denaro.

E se nel paese il denaro è scarso, occorre aumentare il costo del denaro per invogliare la formazione delle scorte liquide.

 

4) Per la stessa ragione la moneta deve essere forte. Perché la stabilità di una moneta forte costituisce la garanzia di un costante orientamento dei risparmiatori ad accumulare scorte monetarie, (che corrispondono ai loro sottoconsumi), che verranno poi dagli imprenditori trasformate in nuovi investimenti.

Queste direttive purtroppo non provocano la ricchezza; ma avviano le nazioni alla miseria, alla disoccupazione ed alla fame. La nuova scuola economica del pieno impiego détta norme per la sana amministrazione dei popoli, che sono esattamente l'opposto di quanto è stato insegnato.

Cominceremo per illustrare quello che gli economisti moderni chiamano ufficialmente il «paradosso del risparmio» e smantelleremo per primo il mito che la ricchezza nasca dalla astensione del consumo e dalla parsimonia.

 

Il paradosso del risparmio

 

Se un individuo risparmia fa la sua ricchezza; se tutti gli individui di un paese risparmiano fanno la loro miseria...

Questo paradosso si spiega col fatto che le regole che governano il comportamento privato non sono le stesse che regolano il comportamento collettivo.

Infatti se tutti gli individui di un paese risparmiano, essi, nel loro complesso, ridurranno la complessiva spesa nazionale di una somma pari al loro risparmio. La immediata conseguenza sarà la contrazione delle vendite, che determinerà un inizio di difficoltà tra i produttori. Prima avremo un aumento delle scorte; poi una riduzione di prezzi. Tutti cercheranno di vendere a prezzi più bassi. Ma se persisterà l’orientamento al sottoconsumo e al risparmio, i produttori saranno costretti a licenziare parte dei loro operai, e a vendere in perdita.

Per questa ragione il reddito complessivo della nazione sarà ulteriormente ridotto. Le scorte invendute aumenteranno. E siccome non si potrà ridurre la capacita di produzione degli impianti esistenti, questi in parte si fermeranno. I loro costi generali fissi graveranno su un volume minore di prodotti. I costi aumenteranno proprio mentre crolleranno i prezzi. Così spariranno gli utili. In queste condizioni nessuno vorrà investire e diminuirà il flusso degli investimenti.

 

 

 

 

 

II risparmio crea miseria

 

Si arriva alla conclusione paradossale del risparmio che crea la miseria. In un paese in cui tutti i cittadini risparmiano, ci si avvia alla sicura povertà, per il crolla dei consumi e l’arresto degli investimenti. Infatti, in queste condizioni, nessuno sarà disposto ad immettere nel mercato, sotto forma di investimenti, quelle somme liquide che avrà tesaurizzato. La propensione a trasformare i risparmi in investimenti sarà notevolmente frenato dalla generale insicurezza che è provocata dalla contrazione del consumi, degli impieghi e delle attività. Il crollo dei prezzi invoglierà ciascuno a persistere nella tesaurizzazione dei propri capitali, attendendo ulteriori ribassi, così tutto il mercato sarà travolto in una spirale di distruzioni e di smantellamenti, che si aggraverà sempre più provocando la generale povertà, tra l'abbondanza di prodotti invenduti, di impianti efficientissimi paralizzati, di validi lavoratori senza impiego, e di somme dl denaro tesaurizzate. Questo è il paradosso del risparmio.

 

 

L’errore di Einaudi: la parsimonia

 

Ma se leggete gli scritti e le direttive di Luigi Einaudi vi troverete che l'Italia, per investire di più, deve consumare di meno. E questa direttiva, da dieci anni, ispira l’azione del nostro governo.

 

Un bilancio attivo impoverisce il Paese

 

Gli economisti della scuola classica insegnano che una modesta spesa statale ed un bilancio attivo fanno la ricchezza delle nazioni. Questa affermazione è falsa.

Questa affermazione si fondava sulla convinzione che tutte le risorse monetarie che lo Stato spende le ricavi dai suoi cittadini con prelievi fiscali.

Quando la massa della produzione si contrae, si riduce la massa degli scambi e dei redditi su cui il governo preleva i propri tributi; anche il gettito fiscale. diminuisce. II bilancio dello Stato tende quindi a precipitare nel deficit.

Gli economisti della scuola classica a questo punto si presentano a ricordarci che il deficit del bilancio è un male che deve essere evitato con qualsiasi mezzo. Essi invitano i cittadini a una maggiore austerità. Insistono sulle virtù della parsimonia e del risparmio. Si presentano sul mercato esausto per mancanza di capacità di acquisto, e pretendono nuovi tributi. Ma più prelevano, più riducono la capacità di acquisto. Più si contrae la produzione, più si riduce l’area dei prelievi fiscali. Più aumenta il deficit del bilancio.

Quanto più aumenta questo deficit, tanto più aumentano le pretese degli economisti classici verso un mercato sempre più povero. Così il governo diventa nemico della nazione e la sua azione invece di attenuare, aggrava la depressione del mercato.

L'errore di questa interpretazione è dovuta alla ingenua persuasione che lo Stato possa spendere solo ciò che incassa, e possa ridistribuire solo la ricchezza che «preleva ai privati ». In realtà lo Stato può distribuire anche la ricchezza che non ha ancora prelevato, aumentando la spesa globale della nazione e quindi aumentando il reddito e la occupazione, salvo a rimborsarsi dopo di queste anticipazioni monetarie che hanno per effetto di dinamizzare e tonificare il mercato.

La scuola degli economisti moderni insegna che il pareggio del bilancio, in un mercato in crisi, riduce il volume della spesa globale della nazione. Riduce la capacita di acquisto. Aggrava la paralisi e la disoccupazione del mercato. Rende di più in più difficile il pagamento di nuovi tributi, perché impoverisce sempre di più il paese.

Chi persegue in tempo di crisi il pareggio del bilancio porta sicuramente la nazione alla rovina.

 

L’alto prezzo del denaro scoraggia gli investimenti

 

Gli economisti della cosiddetta scuola classica credono che la riduzione degli investimenti della nazione sia dovuta al fatto che il volume del risparmio è insufficiente. Offrendo un'alta remunerazione al denaro, essi pensano che si possano invogliare i risparmiatori a risparmiare.

Se si aumentano le scorte di denaro liquido in cerca di impiego, essi pensano che, in definitiva, si aumenta il volume dell'investimento. Essi pensano che il volume dell'investimento sia eguale al volume del risparmio.

L' esperienza ha dimostrato che questo meccanismo non funziona in questo modo. Purtroppo la scoperta di questo errore è costata molta fame e molta miseria perché ha provocato l'aggravarsi della crisi del 1929, fin che tali metodi non furono abbandonati, e tali illusioni revisionate.

L'esperienza ha dimostrato che la propensione ad investire non è funzione della massa di risparmio disponibile; ma della convenienza che l'imprenditore presume di ricavare dall'investimento: ed è in rapporto al guadagno che egli pensa di realizzare. Questo guadagno è rappresentato dalla differenza che c'e tra il costo del denaro che prende in prestito e quanto gli renderà il denaro che investe.

Se il costa del denaro è alto, questo margine diventa piccolo e la convenienza a trasformare le scorte liquide in investimenti va a farsi benedire.

Contrariamente a quando credevano gli economisti della scuola classica, aumentare il costo del denaro scoraggia l'investimento. Per favorire l'investimento occorre ridurre il costo del denaro e favorire una politica di denaro facile, con una adeguata politica di facilitazioni creditizie.

Aumentare il costo del denaro è come fabbricare la disoccupazione. E noi lo stiamo facendo da dieci anni. L'Italia è l'impero degli strozzini.

 

La moneta forte rende il mercato debole

 

Gli economisti classici predicano la necessita di una moneta forte.

Ecco come ragionano gli economisti ortodossi.

Per favorire il risparmio bisogna che la moneta sia stabile. La stabilità della moneta è garantita dalla sua scarsità. Più la moneta è scarsa, più vale. Più vale, più i privati sono indotti a preferire moneta ad altre merci quindi a risparmiare.

Il ragionamento si fonda sulla cosiddetta teoria quantitativa del valore della moneta. Questa teoria insegnava che il valore della moneta è determinato da un rapporto che sta tra la massa di moneta (moltiplicata la sua velocità di circolazione) e la massa della produzione, (moltiplicata la velocità di trasformazione); ossia per la massa delle transazioni produttive.

Partendo da questa legge, i classici pretendono che il volume della circolazione non deve aumentare e che lo si deve regolare sulla massa delle transazioni produttive esistenti sul mercato.

Siccome in tempo di crisi la massa di queste transazioni si restringe, essi riducono la espansione della moneta, seguendo la restrizione delle transazioni. Vietano allo Stato di stampare moneta e vietano al sistema bancario di creare quella moneta di conto, che si chiama moneta bancaria, e che è il credito.

La restrizione creditizia per i classici è un'arma per mantenere alto il valore della moneta e per renderla forte. Per aumentare il risparmio e l'investimento.

Ma come abbiamo visto, quantio più è scarsa la moneta, tanto più essa è costosa. Tanto più basso diventa il margine di guadagno che l'imprenditore presume di ricavare correndo il rischio di un lavoro. Per questa ragione non pensa a fare investimenti e la disoccupazione cresce.

Per conseguenza la moneta scarsa, e forte, provoca la progressiva paralisi del mercato, per difetto di investimento, il crollo del reddito nazionale e infine la contrazione della propensione a risparmiare.

 

Virtù che sono errori

 

Concludendo: la esperienza ha dimostrato che predicando la parsimonia dei privati e dello Stato, ossia riducendo la spesa privata e statale, si riduce la spesa globale delta nazione, si riduce il volume degli acquisti e si inizia la spirale della disoccupazione.

In secondo luogo:

Aumentando il costo del denaro, e riducendo La quantità di moneta in circolazione, si crea una moneta forte, perché si crea la borsa nera del denaro. Ma non una moneta sana perché l’alto costo del denaro, unito alla scarsa capacità di consumo del mercato, riduce il margine di guadagno degli imprenditori, e non li seduce a dilatare gli investimenti.

E ciò concorre a dilatare la disoccupazione.

Si arriva così a questa conclusione:

L' aumento del risparmio e la rarefazione monetaria sono la causa principale della disoccupazione e della miseria.

 

 

 

Fallimenti per decreto legge

 

 

I principi teorici che abbiano volgarizzato nei punti precedenti, chiariscono le cause che hanno provocato l’attuale congiuntura italiana e la presente disoccupazione.

Ci siamo mantenuti su un tono volutamente semplice, e non siamo scesi in dettagli, perché il nostro scopo non è di scrivere per coloro che queste cose conoscono; ma di chiarire nelle grandi linee al grande pubblico degli operatori economici le ragioni che spiegano la congiuntura in cui viviamo.

In Italia tutti i fenomeni descritti come conseguenza degli errori dei classici coesistono e operano sotto i nostri occhi. Costituiscono la «linea» del governo.

In ogni scritto del Corriere della Sera gli economisti accreditati invitano gli italiani a consumare di meno per investire di più.

In ogni rapporto della Banca d'Italia si legge una lode alla moneta forte. Per rafforzare la moneta si è imposta da dieci anni una restrizione creditizia che paralizza tutte le branche. Esiste una borsa nera del denaro dovuta a una insufficienza del mezzo circolante in rapporto alle normali esigenze del mercato: abbiamo 15 mila miliardi di cambiali in circolo, per cui si pagano 70 miliardi annui di bolli al tre per mille. I produttori che usano questo surrogato della moneta non pagano meno di 1300 miliardi di interessi passivi all'anno; ossia tutta la circolazione cartacea deve girare almeno una volta nel sistema, per pagare gli oneri passivi creati dalla insufficiente moneta.

Per questo il flusso del risparmio è scarso; perché il volume della produzione non lascia margini a nessuno. Il gettito fiscale è insopportabile, e il bilancio dello Stato in deficit.

Possiamo quindi concludere che non la incapacità degli italiani ha causato l'attuale stato di disagio, di marasma, di miseria e di disoccupazione. Ma le direttive che sono state impartite e che hanno orientato la nostra vita produttiva, ci hanno condotto a questo stato di cose.

Queste direttive recano un nome e risalgono a una responsabilità; sono le direttive della «linea Einaudi ».

 

Si potevano evitare questi errori?

 

A questo punta ci si domanda: questa dolorosa esperienza poteva essere evitata? Ci sono delle dottrine che aprono prospettive differenti di azione a un governo preoccupato di difendere i produttori e di assicurare il massimo impiego di tutte le attività che potenzialmente esistono in una nazione?

A questo interrogativo si risponde di si.

Esporremo sinteticamente le direttrici fondamentali della nuova scienza degli economisti. E terremo un linguaggio semplice.

Coloro che vorranno approfondire i problemi a cui accenniamo potranno consultare i volumi - innumerevoli - che arricchiscono e onorano questa corrente di pensiero, che è ormai diventata la corrente dominante, in tutti i paesi progrediti del mondo, meno che in Italia.

 

Nuovi principi della economia del pieno impiego

 

Le dottrine del pieno impiego rovesciano totalmente i criteri che sono stati adottati dagli economisti classici.

Esamineremo dal punta di vista della nuova scuola i punti che abbiamo sfiorato, e precisamente:

I) Il consumo.

2) Il bilancio statale.

3) Il costa del denaro.

4) La circolazione monetaria.

 

 

 

 

CAPITOLO QUINTO

 

IL CONSUMO CREA LA RICCHEZZA

 

 

Le nuove scuole degli economisti del benessere partono da due rettifiche fondamentali del pensiero tradizionale.

Primo: ciò che è vero per un individuo non è vero per tutti gli individui di una nazione. Per esempio: se io risparmio divento più ricco. Se tutti risparmiamo diventiamo inevitabilmente tutti più poveri.

Secondo: ciò che è vero in un mercato in piena occupazione non è più vero in un mercato dove esistono dei disoccupati. Per esempio: se io voglio dilatare gli investimenti in un mercato in piena occupazione, devo distogliere dei lavoratori (o degli altri fattori della produzione) dalle occupazioni in cui sono impegnati, per destinarli ai nuovi investimenti; in altre parole devo ridurre i consumi di qualche settore, per dilatare gli investimenti.

Invece in un mercato in cui vi sono dei disoccupati, delle merci accantonate nei magazzini, e altri fattori disponibili, ossia in un mercato che non ha raggiunto il suo pieno sviluppo potenziale, se voglio dilatare l'investimento, non è necessario che io riduca il consumo. E' sufficiente che io utilizzi le merci, gli operai, e gli altri fattori inutilizzati. In questo caso l'investimento non ha bisogno di essere alimentato dal sottoconsumo. Anzi, viene alimentato da un maggiore consumo.

La scuola classica non faceva distinzione tra mercato in regime di pieno impiego e mercato in regime di sotto occupazione. Adottava un criterio unico. E per difetto di analisi, incorreva nel grave errore spesso ripetuto di proclamare la necessità di consumare di meno per investire di più. Il che, nelle condizioni attuali, è una vera follia. Inoltre la scuola classica non distingueva mai tra individuo e collettività nazionale. Ciò che era utile e saggio per l’uomo, era automaticamente utile e saggio per tutti gli uomini. Ma ciò non e conforme alla realtà.

 

 

Il reddito nazionale è eguale alla spesa nazionale

E’ sufficiente analizzare un concetto classico ripetuto infinite volte da Einaudi. Per aumentare la ricchezza nazionale bisogna consumare di meno come singoli, e spendere meno come nazione. La frugalità sarebbe la fonte della ricchezza.

Questo concetto è vero solo se lo si applica al singolo individuo; in questo caso è evidente che la ricchezza di un uomo è la differenza tra ciò che incassa e ciò che spende. Quanto gli rimane può essere accantonato. Questo costituisce la sua riserva e il suo patrimonio.

Ma lo stesso concetto non è assolutamente applicabile alla totalità degli individui di una nazione. Infatti se si considera il fenomeno globale, si scopre che il reddito globale della nazione è esattamente eguale alla spesa globale della nazione. Per cui se qualcuno riduce la propria spesa, qualcun altro riduce il proprio reddito della stessa cifra. E se qualcuno dilata la propria spesa, qualcuno altro dilata il proprio reddito. Perché nella nazione, nel suo complesso, ogni spesa diventa un reddito.

 

Chi contrae la spesa, contrae il reddito nazionale

 

SuI piano nazionale, predicare la frugalità dei singoli e la frugalità dei bilanci, ossia propagandare la contrazione delle spese, significa fare propaganda per la contrazione del reddito globale della nazione, e fare propaganda per la miseria.

Il solo criterio che vale in questo caso è quello di invogliare privati e collettività a dilatare la propria spesa globale. E la sola forma di parsimonia da istillare è quella che consiste nell’educare tanto i privati che la collettività (ossia lo Stato) a spendere bene la propria spesa; ossia a esigere in corrispettivo della propria spesa una alta efficienza. Quella efficienza riduce i costi dei servizi, e consente di assolvere alle funzioni richieste da ogni spesa, con un minor impiego di mezzi reali, (ore lavoro, materie prime, impianti ecc.). Oggi il solo risparmio che si può attuare è quello dei fattori che sono impiegati dentro il ciclo produttivo. Non è risparmio invece avere dei beni che giacciono inerti fuori del circuito della produzione e del consumo.

II risparmio si chiamava frugalità finché la produttività era scarsa. Oggi si chiama efficienza perché la produttività è alta. Ieri si risparmiava sull'elemento « uomo », oggi si risparmia solo sull’elemento «macchina».

Da questo rovesciamento di concetti deriva questa conseguenza: la dilatazione della spesa privata e pubblica sono due strumenti per la dilatazione del reddito della nazione. II che è contrario non solo a ciò che ci insegnarono gli avi, ma anche a ciò che insegna Einaudi.

 

 

Fino a che limite si può dilatare la spesa?

 

 

A questo punto ci si pongono due domande: fino a che punto si può dilatare la spesa della nazione

E secondariamente, come si può dilatare la spesa?

Rispondiamo prima all'una e poi all'altra domanda.

 

La spesa globale deI!a nazione deve essere dilatata fino all’integrale utilizzazione (nel ciclo della produzione) di tutte le sue risorse produttive.

Le risorse produttive sono la mano d'opera, le materie prime, gli impianti, e le scoperte tecniche utilizzabili sul piano industriale. Le risorse produttive sono anche i prodotti finiti.

Procediamo per ordine.

Abbiamo affermato che fino a che esistono dei fattori della produzione non impiegati; ossia degli operai disoccupati, delle materie prime, dei prodotti finiti ecc. si può dilatare l'investimento senza ridurre il consumo di altri settori produttivi. In altre parole ciò significa che in tale caso è possibile aumentare l'investimento aumentando puramente e semplicemente la spesa monetaria globale.

La spesa globale può essere aumentata? Si, può essere dilatata per deliberazioni del governo. Per esempio: dilatando il credito possiamo dilatare la spesa privata. Riducendo il carico fiscale possiamo anche dilatare la spesa dei privati.

Possiamo dilatare la spesa pubblica, per esempio, con un deficit di bilancio. Prescindendo per ora dai metodi che possiamo impiegare, facciamo il punta su questa considerazione: noi possiamo fissare il volume complessivo del reddito nazionale fissando con degli opportuni interventi il volume della spesa privata e della spesa statale.

A che livello deve essere fissata la spesa globale? Al livello in cui tutti i fattori potenziali della produzione che esistono nel mercato vengono impiegati.

 

 

 

 

 

Il reddito nazionale si « determina » non si subisce

 

 

La spesa monetaria globale di una nazione – per noi moderni - non è la risultante del caso, o di un equilibrio qualunque, ottenuto empiricamente. Non è neppure un dato retrospettivo che viene considerato a posteriori, per curiosità statistica, per la soddisfazione di dire « quest’ anno la nazione ha speso tanti miliardi, per avere altrettanti miliardi di reddito ».

La spesa globale della nazione per noi moderni è una meta, chiaramente vista, e proiettata consapevolmente nel futuro, come un obbiettivo finale a cui intendiamo coordinare i nostri sforzi. Noi ragioniamo quindi in questi termini « per impiegare tutto il potenziale produttivo che esiste nell' azienda che si chiama Italia dobbiamo spendere una cifra globale di tanti miliardi. Noi dobbiamo agire sulla spesa pubblica e sulla spesa privata in modo che, assieme, queste due spese arrivino al livello globale che ci siamo proposto, per assicurare il pieno impiego di tutte le nostre risorse ».

Gli economisti di un tempo affermeranno che la immissione nel ciclo produttivo di tanta moneta e di tanto credito provocano inflazione. No! La erogazione di mezzi monetari e di credito, in un mercato in cui esistano dei fattori di produzione non occupati, non produce inflazione finché tutti i fattori non siano stati riassorbiti nel circuito produttivo. Infiniti esempi, tra tutti gli Stati occidentali, confortano sperimentalmente questa correzione della teoria monetaria. Passiamo oltre.

Tra gli obbiettivi che si deve porre un governo efficiente vi è dunque quello di determinare il livello del reddito. Posizione ben diversa da quella classica di Einaudi, che subisce il livello del reddito che gli impone il mercato. Ben diversa da quella dei classici, che non si propongono mai di determinare il livello globale del reddito monetario.

Questa posizione è teoricamente ineccepibile, non solo perché sostenuta da tutta la dottrina moderna delle scuole americane, inglesi, svedesi, austriache e germaniche. Ma sopra tutto perché conforme alla realtà sperimentata, in queste nazioni, negli ultimi quindici anni.

 

 

La moneta è sana se i costi sono bassi

 

 

Non si agisce diversamente, per la buona amministrazione di una nazione, dal come si agisce per la buona amministrazione di una azienda, dotata di determinati impianti, di determinate scorte di merci, e di determinati operai, e di determinate spese generali fisse.

Il proprietario di una azienda, che conosca il suo mestiere, sa che per rendere redditizio il suo affare, deve determinare il volume della produzione, che consenta il massimo rendimento di tutti i fattori che ha disponibili. Se il volume delle sue vendite si riduce, e parte dei fattori non vengono utilizzati o vengono utilizzati parzialmente o saltuariamente, i suoi costi crescono.

Una nazione è un'azienda. Come un'azienda possiede scorte di magazzino; impianti, spese generali fisse, e masse di operai al lavoro. Poi possiede delle riserve, che non sono altro che scorte eccedenti il fabbisogno corrente. Il buon governo che la dirige può con rapido calcolo precisare a se stesso quale volume di vendite deve realizzare per rendere efficiente il suo affare, e per utilizzare tutto il potenziale produttivo che è a sua disposizione senza lasciare inutilizzata nessuna scorta e nessun impianto. Nella sua azione e facilitato rispetto all'industriale che bada alla sua fabbrica di stoffe, di scarpe, di chiodi. II governo che presiede ai destini di quella azienda che si chiama Italia, nel fissare il volume delle vendite, non deve preoccuparsi del volume degli acquisti. Perché tutto ciò che egli produce lo può vendere a se stesso; basta che lo voglia. Fissare il volume globale delle vendite di una nazione significa fissare il volume globale della spesa della nazione. E’ nel preciso istante in cui il governo avrà fissato questa spesa, avrà fissato contemporaneamente il volume degli acquisti globali. Ossia avrà determinato il livello della occupazione e del reddito nazionale. I costi nazionali saranno bassi se il livello della spesa nazionale sarà stato capace di utilizzare tutto il potenziale produttivo della nazione. A un livello più basso il potenziale inerte è un onere che per una via o per l’altra viene sopportato dalla collettività e finisce per gravare sui costi delle minori produzioni.

 

 

La dilatazione della spesa ha un limite

 

 

L'obiettivo che si propone un governo moderno con la manovra della spesa nazionale, è quello di utilizzare integralmente tutto il potenziale produttivo esistente nella nazione.

Questo obbiettivo fissa i limiti invalicabili oltre i quali la spesa non può essere dilatata. Infatti se la creazione di mezzi monetari e creditizi, supera il livello dell'integrale utilizzazione dei potenziali produttivi disponibili, si creerà nel mercato una scarsità di prodotti che provocherà delle spinte di prezzi e degli aumenti di costi. Avvierà il sistema alla inflazione.

E - si noti bene - non è necessario che tutti i fattori produttivi siano sottoposti a una eccessiva richiesta. E’ sufficiente una tensione nella domanda di alcuni prodotti, di alcuni beni, di alcuni tipi di servizi, perché su quei punti si verifichino delle spinte all'aumento.

Gli effetti psicologici che questi rialzi parziali determinano nel mercato sono molto più vasti di quanto si sia portati a credere. Perché ingenerano degli stati di animo diffusi, che si traducono in quelle che gli economisti chiamano le « aspettative » del mercato. Se l'aspettativa del mercato è al rialzo, tutti agiranno automaticamente favorendo il rialzo. Ed il rialzo potrà provocarsi per semplice effetto psicologico.

Ma precisato questo periodo, è doveroso dire che i governi moderni preferiscono mantenere il mercato sul filo del pieno impiego e delle aspettative al rialzo, e non sul regime della disoccupazione e delle aspettative al ribasso. Perché coi mezzi moderni, un mercato caricato di un eccesso di ottimismo, e di aspettative al rialzo, che realizza forti redditi, e impiega tutte le sue risorse, è un mercato dotato di un forte potere espansivo, che imprime ai suoi operatori una corrente di fiducia nel lavoro, nella onestà e nella moralità delle iniziative. In questo tipo di mercato l’eccesso di potere di acquisto viene facilmente rastrellato. Una politica fiscale energica può togliere dal circuito il reddito che eccede, senza incontrare la opposizione dei contribuenti, che sono alti di morale per il buon vento che li porta.

Mentre in mercato depresso, il contrario è purtroppo in corso di essere esperimentato. E le risorse sperperate, la miseria, la sfiducia, la disoccupazione, i crimini, il rancore contro il fisco, sono perdite reali, anche se non contabilizzate in nessun documento della contabilità privata e nazionale.

 

 

II deficit sistematico del bilancio

 

 

Abbiamo affermato che il compito che un governo moderno è quello di fissare il volume della spesa nazionale, e cioè del reddito nazionale, al livello della integrale utilizzazione di tutto il potenziale produttivo della nazione.

Ci si chiede a questo punto: come si può dilatare la spesa globale della nazione?

Rispondiamo: le scuole moderne degli economisti insegnano che si può dilatare aumentando la spesa pubblica o la spesa privata.

Cominciamo a dire come si può dilatare la spesa pubblica.

 

A) . La spesa pubblica si può dilatare con un deficit sistematico di bilancio. Se il governo spende più di quanto preleva dai cittadini, il governo immette più potere di acquisto di quanto ne tolga.

Quella parte di spesa del governo, che viene coperta con prelievi fiscali, è solo una spesa che si trasferisce dalle tasche del cittadini alle mani del governo, che paga per conto di tutti i cittadini, quello che i cittadini non potrebbero comperare da soli, per esempio: strade, ponti, porti.

Ma quella spesa che eccede le entrate, il deficit di bilancio, quella è una integrazione di spesa; è una aggiunta che si fa alla spesa globale del privati. II deficit del bilancio può essere utilizzato per aumentare la spesa globale; e quindi per aumentare il reddito monetario nazionale, fino ai limiti dell'integrale sfruttamento di tutto il potenziale produttivo della nazione.

 

B) . A questo punta ci si può chiedere entro quali limiti sia da preferirsi la dilatazione della spesa pubblica, attuata con il deficit di bilancio, sulla dilatazione della spesa privata, attuata per esempio con esoneri fiscali o con facilitazioni creditizie.

E’ evidente che la spesa privata deve sempre essere preferita. Una dilatazione dei redditi monetari messi nelle mani dei privati crea correnti di spese più efficienti, più controllate, di quelle che non siano le spese dello Stato.

Quindi è sempre da preferirsi il metodo di dare la precedenza alla dilatazione della spesa privata. Ma in periodi di depressione, di insufficiente impiego delle risorse del mercato, la nazione è mantenuta in regime di sottoconsumo permanente, dalla sfiducia dei privati; dalla insufficienza degli investimenti; dalla tesaurizzazione di somme liquide in attesa di ribassi di prezzi. La ripresa del mercato non può essere determinata, - secondo le dottrine delle scuole moderne - che da un intervento della spesa statale. In periodi di depressione, solo una maggiore spesa governativa può tonificare il mercato dalla sua depressione e risollevare il livello della spesa globale, e quindi del reddito, e quindi dell'impiego.

 

 

Il bilancio è un volano stabilizzatore

 

 

C) . Partendo da questa premessa, le scuole moderne hanno definitivamente assegnato al governo il compito di agire sul mercato come elemento stabilizzatore del flusso della spesa e del reddito.

II bilancio dello Stato ha assunto, quindi il ruolo di compensare le flessioni del mercato: come un volano.

Quando il mercato flette per insufficienza di spesa privata, il governo riduce le tasse per aiutare i privati a spendere; aumenta le sue spese, per compensare la minore spesa dei privati, e iscrive sui suoi registri un deficit di bilancio.

            II mercato procede così in Pieno sviluppo, utilizzando integralmente tutto il suo potenziale.

            E il deficit del bilancio? chiedono gli ortodossi seguaci della linea Einaudi.

D) . II deficit di bilancio viene riportato a nuovo nell'anno successivo. E ciò non costituisce il peggiore del mali. Ed è anche facile intuirlo.

            Innanzitutto perché i fenomeni nazionali non possono essere valutati contabilmente nel periodo ristretto di dodici mesi. Un anno rappresenta un periodo sufficiente per valutare l'andamento di un affare individuale, o di una piccola azienda. Il bilancio in ragione di anno è stato adottato per aderire al ritmo della produzione prevalente dei tempi passati, quando la ricchezza era frutto del ritmo delle stagioni, e i raccolti si susseguivano di dodici in dodici mesi.

Di li, il periodo è stato trasferito ai bilanci delle nazioni agricole. E successivamente è stato adottato dalle aziende industriali, che nell'ambiente agricolo della civiltà hanno posto le radici, ed attestato, nell'800, le loro prime timide affermazioni.

Ma il ritmo del fenomeno industriale non obbedisce ormai più al tempo agricolo; i fenomeni di espansione e di recessione industriale del secolo scorso ebbero andamenti decennali che furono lungamente studiati da alcune scuole. Già ai tempi del Faraone, le crisi si alternavano ai periodi di benessere, con sette anni grassi e sette anni magri, in periodi di quattordici anni. Le sette vacche magre sono note ai fanciuIli delle scuole. è dunque evidente che se il governo deve intervenire nel mercato con la sua spesa per compensare le flessioni della spesa privata, esso non potrà chiudere i conti, alla fine dell’anno solare, ma solo ed unicamente alla fine del ciclo di depressione e di espansione che esso e chiamato a compensare: ogni quattordici anni.

 

 

Come si salda il deficit statale

 

 

E) - Quella che gli economisti della scuola moderna chiamano la politica di intervento e del deficit sistematico del bilancio, costituisce un deficit puramente apparente e formale. Il deficit esiste solo perché esaminiamo la situazione dei conti, all'inizio della operazione, e precisamente all’atto della erogazione della spesa.

Esaminiamo l'operazione alla fine degli interventi. Dopo una serie di successive erogazioni deficitarie, il mercato riprende il suo andamento ascendente. Superata la tendenza depressiva, si orienta alla espansione.

 

Le sette vacche sarebbero state magre, e non lo sono state perché il governo ha speso quello che i privati non avrebbero speso; e sono finite. Cominciano le sette vacche grasse. I privati hanno riacquistato fiducia. Si allarga il consumo e si dilata l'investimento.

La spesa privata da sola è così ampia che travolge e utilizza tutto il potenziale produttivo del paese, non solo, ma crea tecniche nuove per utilizzare sempre più intensamente ogni frazione di potenzialità creativa. II reddito monetario sale, e sale al punto che supera il livello del pieno impiego. Occorre allora che il governo intervenga con la politica contraria per la durata delle sette vacche grasse, che rastrelli la capacità di acquisto eccedente, e la accantoni. è il momento in cui i prelievi fiscali consentono la politica della serie successiva di bilanci attivi. La successione di questi saldi attivi serve a compensare la successione dei saldi passivi. Quattromila anni fa il Faraone non fece nulla di diverso. Nell'antico Egitto il grano era merce e moneta. Nelle sette vacche magre il Faraone ha dilatato la spesa statale. Nelle sette vacche grasse ha dilatato il prelievo fiscale statale. II saldo del bilancio si è chiuso dopo quattordici anni.

Se il bilancio dello Stato si chiudesse, come lo chiudeva il Faraone, ogni quattordici anni, non ci sarebbe passività, né attività. Ci sarebbero operazioni di uscita e di entrata che si compenserebbero. Le quali avrebbero due caratteristiche: di misurarsi su un ritmo che non è il ritmo della vita delle singole aziende. E di erogare la spesa quando i privati la contraggono; e di dilatare i prelievi quando esplodono i redditi privati.

Considerazioni difficili per gli economisti classici! Abituati a ragionamenti che dilatano su un piano collettivo delle esperienze individuali, essi non badano alle profonde differenze che esistono tra una cellula del nostro organismo e il carro umano; tra l'uomo e la nazione, tra il tempo aziendale e il tempo sociale.

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO SESTO

 

IL SISTEMA BANCARIO DILATA E RESTRINGE LA SPESA PRIVATA

 

 

II reddito nazionale si può dilatare non solo dilatando la spesa pubblica, ma anche dilatando la spesa privata.

La spesa privata si può dilatare riducendo il prelievo fiscale. La riduzione del prelievo fiscale però lascia nelle mani dei privati delle somme che sarebbero passate nelle mani del governo: provocherà dilatazione della spesa globale del mercato solo a condizione che il governo non restringa la sua spesa abbassandola fino al volume delle sue entrate effettive.

Procediamo oltre.

Si può dilatare la spesa privata aumentando le disponibilità liquide nelle mani dei privati, con una politica di facilitazioni creditizie.

 

La dilatazione della spesa privata

 

Dobbiamo precisare la funzione della banca, in un regime di pieno impiego. Essa non è conforme al pensiero dei classici.

Come la funzione del bilancio dello Stato è quella di compensare l'andamento della spesa globale, integrando le flessioni della spesa con una maggiore spesa statale, e abbassando le punte nei periodi di eccessiva spesa privata, con un più forte prelievo fiscale; Così la funzione della banca è quella di creare la liquidità corrispondente alle effettive riserve di potenziale produttivo esistente nel mercato; e di ridurre la liquidità quando tutto il potenziale produttivo è impiegato nella produzione. La banca adegua la moneta al risparmio reale della nazione.

La banca crea moneta.

La moneta bancaria si chiama moneta di conto, o credito. E’ moneta vera come quella emessa dallo Stato.

E’.moneta che si aggiunge alla massa di biglietti stampati dallo Stato. Ed è giusto che sia così perché il mercato non è un carro rigido e gli affari non hanno sempre lo stesso ritmo, né lo stesso volume. E’ quindi necessario che il flusso della moneta che serve a trasferire i valori si adegui alle variazioni dei fattori reali, di cui essa non è che il simbolo e la rappresentazione. La moneta è come un camion. Serve a trasferire merce. Se la merce è tanta, ci vuole molta moneta. Se la merce è spedita con urgenza, ci vuole un ritmo di circolazione veloce. La scarsità dei camion rallenta i trasferimenti di merce, anche se le merci abbondano.

La funzione della banca è di adeguare il volume e la velocità di circolazione della moneta alle effettive necessità produttive del mercato. Il credito è un grande ammortizzatore di questo adattamento che si opera giorno per giorno.

 

 

Come la banca crea il risparmio monetario

 

 

La creazione di moneta bancaria - o credito -- non avviene a caso. La dilatazione del credito si attua sulla base di una continua valutazione del potenziale produttivo inerte ed utilizzabile che esiste sul mercato.

Quando un uomo di affari va da un banchiere a chiedergli il eredito, gli prospetta un affare, e gli indica che egli oltre a una indiscussa competenza nel ramo (qualificazione disponibile) può trovare materie prime a prezzo conveniente (merci disponibili) e mano d' opera (disponibilità di personale) e impianti (disponibili) che coordinati dalla sua iniziativa possono concretare un determinato prodotto. Egli dimostra cioè al banchiere che sul mercato esiste una disponibilità di fattori produttivi non impiegati che egli può mobilitare. Dimostra che esiste un potenziale produttivo inerte.

Quel potenziale, quelle merci, quegli operai, quelle macchine, quella capacita dell'imprenditore, cosa sarà se non ricchezza accantonata, ricchezza risparmiata, che chiede di essere impiegata? La banca concedendo il credito non fa che creare la espressione contabile e monetaria di una ricchezza che c’è. Ma creando questa espressione monetaria fa come lo spedizioniere che mette a disposizione i camion per trasferire delle merci che ci sono. Rende possibili le trasformazioni economiche in tre direzioni: nello spazio, nella qualità e nel tempo.

Senza la banca e senza il credito, la ricchezza giace e la economia muore.

 

La creazione del credito e la espansione della moneta bancaria vanno affidate ai privati; al produttore che chiede e al banchiere che controlla e concede. Perché? Perché nessun governo può controllare che la espansione dei mezzi creditizi avvenga in aderenza alle scorte reali di fattori produttivi potenziali effettivamente esistenti nel mercato. Questa operazione richiede un giudizio decentrato specializzato per settori. Un giudizio continuamente sottoposto a revisione e correzione. Non può essere centralizzato.

Dove viene centralizzato, attraverso il monopolio bancario e al concentramento delle direttive creditizie come in Italia nell'ultimo decennio per infausta iniziativa della linea Einaudi, si crea il distacco tra la realtà e la moneta; tra il potenziale produttivo e la circolazione monetaria. La banca perde la sua funzione di adeguatrice della moneta al volume delle potenzialità produttive. La insolvibilità è la diretta conseguenza del distacco del credito dalle sue radici reali che ne sono la naturale garanzia. E la elasticità monetaria, rifiutata dagli organismi centrali delle banche, viene assolta di nuovo dai privati col surrogato delle cambiali. Pessimo surrogato! Il fallimento della attuale esperienza einaudiana ha dotato il nostro paese di un volume di oltre 15 mila miliardi di cambiali.

Cento lire di cambiali per ogni dieci lire di moneta. Da meditare!

 

 

Sono sacrificati i piccoli

 

 

La scarsa aderenza del sistema bancario al potenziale produttivo del paese ha provocato in Italia il progressivo abbandono di determinati settori. Naturalmente sono stati sacrificati i settori più deboli, formati da aziende più piccole, più differenziate, più disperse. Cosi il credito come una marea, si è ritirato dalle campagne, lasciando a secco milioni di agricoltori; si è ritirata dai settori delle piccole e medie industrie, si è ritirato dall'artigianato; mettendo nella disperazione milioni di abilissimi artefici. L'Italia è come un malato, in cui la «circolazione periferica» si sia a poco a poco annientata. I grandi monopoli, che corrispondono agli organi profondi dell'organismo, continuano a vivere e ad essere sopra alimentati. Ma i tessuti periferici cadono in decomposizione e muoiono, per difetto dl circolazione.

Si corre ai ripari, e si creano istituti speciali per il «credito alla agricoltura» per il «credito alla piccola e media industria» per il « credito all'artigianato ». Ma il problema così non si risolve. Non bastano i cataplasmi di istituti specializzati. E’ come mettere un revulsivo su questa o quella parte del carro. Bisogna ripristinare la circolazione creditizia net suo insieme; ridare volume e ritmo a tutto l'apparato. In caso diverso, se il flusso che parte dal cuore della banca centrale è scarso, (rallentato arbitrariamente da cervellotiche prevenzioni), sempre, e sempre più la cancrena divorerà i tessuti. più deboli, e la proliferazione maligna dei monopoli ingigantirà i privilegiati ed i forti.

I profittatori della sventura affermano che l'insufficienza della iniziativa privata deve essere medicata, con interventi creditizi centralizzati che orientino il flusso del risparmio verso quelle ricchezze che «inspiegabilmente (per loro) giacciono inerti ».

Ma anche questo cataplasma è basato sulla menzogna. Perché se il flusso della spesa. non fosse contenuto; se la circolazione monetaria e creditizia non fosse. anemizzata si avrebbero investimenti sufficienti, per opera del privati. E se non si dilata il volume e non si rafforza il ritmo della circolazione, sarà vano aggiungere, nel corpo anemico della nazione, accanto al cuore sfiancato, un organismo irrazionale, che spinga il poco sangue ora qua ora là cervelloticamente, sperando di salvarci da una catastrofe inevitabile.

 

 

 

Quanta moneta può creare la banca?

 

 

Quali sono i limiti della espansione della moneta creditizia?

In altre parole, quanta moneta può creare la banca?

La quantità di moneta che può essere creata dal sistema bancario è limitata da una barriera rappresentata dalla entità della riserva liquida obbligatoria imposta alle banche dalla Banca Centrale di Stato. La riserva liquida obbligatoria è un retaggio del secoli. Una venerabile mummia. Vediamo come opera.

Prendiamo due esempi: l'Italia e l'Inghilterra.

In Inghilterra quando un cittadino deposita cento sterline, la banca ne deve accantonare dieci a garanzia del deposito, e ne può prestare novanta ai terzi. Infatti, in Inghilterra la riserva obbligatoria è del 10 per cento del depositi.

In Italia la riserva obbligatoria è del 25%. Ossia se un cittadino Italiano versa in banca 100 lire, la banca deve trattenere liquide 25 e può prestare solo 75. Ma questo prelievo della Banca d’ltalia può raggiungere anche il 40% (1).

 

(1) La riforma del 1936 ha stabilito l'obbligo delle banche che avevano un volume di deposito superiore a 20 volte il proprio patrimonio, di versare la eccedenza in titoli di Stato presso la B. d'I. Nel 1946 l'obbligo è stato riconfermato; ma senza fissare il rapporto. E’ stato invece demandato alla B. d’I. il compito di stabilire a proprio insindacabile giudizio tale rapporto riferendolo, non ai depositi, ma al complesso delle passività degli istituti di credito. Nel 1947 si modifico la disciplina (già riconfermata dal 10 marzo 1946) riducendo il rapporto tra patrimonio e depositi a un decimo e prescrivendo il vincolo del 20% della eccedenza. Dal 1° ottobre successivo sulla ulteriore maggiorazione dei depositi le banche sono obbligate a versare il 40% dei depositi dell'importo eccedente la consistenza del 30 settembre 1947.

 

Vediamo come la differenza delle riserve liquide agisce sulla quantità della moneta che la banca può creare.

Torniamo all'esempio Inglese. Consideriamo il fenomeno che avviene nel complesso di tutte le banche inglesi, quando un cittadino deposita 100 sterline.

La prima banca ne trattiene dieci liquide e ne presta 90 ad un secondo cittadino inglese, che le versa nel suo conto corrente bancario. La seconda banca, che ha ricevuto le 90 sterline, allarga il credito a un altro inglese di 81 sterline, tenendone liquide 9. II terzo cittadino con le 81 sterline crea a sua volta un nuovo deposito. La terza banca sulle 81 sterline ne presta 72 e ne tiene liquide 7, e così di seguito.

Al decimo passaggio avremo questo risultato.

Nel sistema bancario complessivo vi saranno 100 sterline come garanzia di liquidità, più 900 sterline di moneta creditizia creata dall'insieme delle banche. Cioè il sistema bancario avrà dilatato la circolazione nel rapporto di 1 a 9.

E in Italia? In Italia le banche sono obbligato a tenere liquido il 25 % dei depositi. Quindi il sistema bancario nel suo insieme non potrà creare che 300 lire di moneta bancaria su ogni 100 lire di depositi originari.

 

 

La riserva liquida domina il sistema bancario

 

 

Se il sistema creditizio non è intralciato da disposizioni restrittive il deposito di 1 milione crea 4 milioni di moneta creditizia, e 1 milione di fondo di liquidità bancaria; in tale sistema la riserva obbligatoria è del 20% dei depositi.

In un sistema in cui la riserva obbligatoria sia solo del 10% per 1 milione di deposito originario esso creerà 9 milioni di moneta creditizia e 1 milione di liquidità bancaria: ossia 10 milioni di moneta. II doppio.

Un sistema in cui la riserva obbligatoria sia del 5% creerà proporzionalmente una espansione di moneta creditizia ancora maggiore.

Ecco una tabella che espone la successione delle operazioni attraverso le quali si «crea» la moneta bancaria in un sistema in cui la riserva liquida obbligatoria sia del 20%.

 

 

Posizione iniziale:                                            Depositi                        Riserve                         Prestiti

Liquide                                    bancari

 

 

banca numero uno                                            1.000.000                     200.000                        800.000

banca numero due                                             800.000                       160.000                        640.000

banca numero tre                                              640.000                       128.000                        512.000

banca numero quattro                                        512.000                       102.400                        409.600

banca numero cinque                                         409.600                        81.093                         327.680

banca numero sei                                              327.678                        65.54                           262.140

banca numero sette                                           262.140                        52.50                           209.700

banca numero otto                                             209.700                        41.95                           167.770

banca numero nove                                            167.770                        33.55                           134.220

banca numero dieci                                           134.220                        26.95                           107.370

 

Banche successive                                            537.000                       107.370                        429.100

 

 

Sistema Bancario

TOTLALE GENERALI                                       5.000.000                     1.000.000                     4.000.000

 

POSIZIONE FINALE                                         NUOVI                          RISERVE                     PRESTITI

                                                                       DEPOSITI                     LIQUIDE                       BANCARI

 

 

II deposito originario di 1.000.000 crea 4.000.000 di nuovi depositi e 1.000.000 di riserve liquide, se la riserva obbligatoria è del 20%. Se la riserva obbligatoria fosse inferiore (p. es. 10%) un milione originario creerebbe 9 milioni di nuovi prestiti bancari e 1 milione di riserva. Ossia 10 milioni complessivi.

Concludendo: la riserva liquida obbligatoria limita la moneta bancaria.

La vecchia scuola degli economisti dice che questo risparmio creato dalla banca è fittizio. Secondo i classici, questo risparmio sarebbe una creazione della banca, che la farebbe sorgere dal niente, come un gioco di bussolotti.

Invece il deposito originario, quello su cui la banca trattiene la prima riserva liquida, quello è «vero» Il. risparmio, un risparmio «originario ». Bisogna chiarire la confusione che si cela dietro questi concetti.

 

 

La banca crea la liquidità che corrisponde al risparmio reale

Quando un individuo va in banca a fare un deposito di quel risparmio che Einaudi definisce «vero risparmio» che cosa ha fatto? Ha rinunciato a un consumo. Che abbia consumato meno per riprodurre una merce o che abbia consumato meno per mantenere il capitale della sua persona il fatto non muta. Egli ha. riprodotto una situazione precedente impiegando minori fattori di produzione. Egli cioè ha riprodotto una situazione anteriore liberando una parte delle componenti di costo che nel ciclo anteriore aveva dovuto utilizzare. E per questa ragione ha realizzato il suo utile. La espressione monetaria del suo guadagno non è che il simbolo dei fattori da lui liberati. Questi fattori non impiegati non sono spariti. Sono rimasti nel mercato! Sotto forma dl materiali ancora disponibili, di mano d'opera utilizzabile per altri scopi.

Il risparmio monetario che viene depositato in banca il cosi-detto risparmio vero non rappresenta dunque che la forma monetaria e liquida di una ricchezza che non sta nella banca ma che resta nel mercato. Presso la banca ci sono i simboli monetari, i titoli rappresentativi di una ricchezza reale, che l'operatore ha nelle sue mani perché nella differenza tra costo e prezzo, questi simboli sono rimasti nelle sue mani.

 

Cosa succede invece quando si crea in banca un « deposito fittizio» ossia un credito

II banchiere che sta per aprire un credito a un cliente lo fa perché sa che c'e un produttore capace e libero; ossia c'e un capitale personale che è disponibile. Sa che nel mercato esiste la disponibilità di impianti di manodopera e di materie prime per svolgere il ciclo produttivo. Cioè nel mercato esistono dei fattori di produzione non utilizzati. Infine egli sa che si utilizza il credito per iniziare una attività produttiva che consente di produrre a un costo più basso della concorrenza.

Quindi il banchiere non crea il risparmio. II banchiere rende semplicemente liquido un risparmio che preesiste nel mercato e che è rappresentato dal capitale personale che è l'imprenditore qualificato; dalle merci disponibili dagli impianti utilizzabili; tutti fattori liberi e disponibili. II conto corrente attivo che si apre al beneficiario non è una creazione della fantasia, non è il frutto del sogno. E’ la contropartita liquida di un accantonamento di ricchezza precedente accumulata, che la banca rende liquida perché possano compiersi quelle trasformazioni economiche, che creano il rinnovamento perenne della ricchezza. Quindi anche in questo caso una ricchezza reale c'è. Nel mercato.

 

 

Le banche: uno strumento di contabilità nazionale

 

 

Concludendo? Sta nel caso di cosi-detto risparmio vero che nel caso di così-detti depositi fittizi, la banca non fa che contabilizzare una espressione monetaria che è puramente formale, e che non è che una rappresentazione di un accantonamento di fattori produttivi (merci ore di lavoro, impianti) resi liberi dal ciclo produttivo, sotto forma di utili gia conseguiti (risparmio vero) o sotto forma di utili conseguibili (deposito fittizio alimentato dal credito) da altri fattori liberi e disponibili.

Dunque la moneta è simbolo di merce, e rappresenta merce. La banca crea la liquidità, non crea la ricchezza. Ma creando la liquidità, rende utilizzabile la ricchezza che è formata da merci, perché la rende trasferibile e trasformabile. Perché la fa comparire sulla scena delle trasformazioni economiche. La banca è dunque il burattinaio che può mettere in scena la rappresentazione a condizione che i burattini (le merci) ci siano e siano disponibili per recitare la loro parte.

Ma se non c'e la banca ad inscenare la rappresentazione, e se non c'e lo strumento che crea la moneta bancaria capace di rappresentare le realtà produttive, queste realtà possono essere immense, svariate, ed appetitosissime ma tutte giacciono inerti.

 

 

La vera ricchezza è sempre reale

 

 

Quindi? La distinzione tra depositi veri e depositi fittizi è una scemenza che basta da sola a squalificare un bue. In Italia siamo ridotti a credere che la ricchezza stia nelle banche, mentre nelle banche non stanno che i simboli di una ricchezza che è nel paese. Crediamo che risparmio sia quantità di moneta; mentre risparmio è sempre quantità di merci o di servizi liberati rappresentati dalla moneta. Crediamo che il credito crei qualche cosa di nuovo, mentre il credito può solo rendere liquido un capitate già accantonato in forma reale. Crediamo che la base del credito sia la fantasia mentre la base del credito è la oggettiva valutazione di una previsione produttiva fatta da tecnici che di produzione se ne intendono, e che fanno credito in contropartita di ricchezze vere.

RISPARMIO NAZIONALE SONO TUTTE LE RICCHEZZE CONTENUTE IN UNA NAZIONE RAPPRESENTATE DA IMPIANTI DA MANODOPERA DA MERCI NON UTILIZZATE NEL CICLO DELLA SUA PRODUZIONE ATTUALE. Tutte queste ricchezze possono essere mobilitate attraverso il meccanismo, bancario, che espandendo il credito, può RENDERLE LIQUIDE.

 

 

 

Il risparmio monetario deve adeguarsi al risparmio reale

 

 

I segni monetari possono essere creati dalla volontà del governo o dalla volontà delle banche. Ma sempre devono «rappresentare» la concreta realtà produttiva del mercato. Non sono quindi che simboli; e acquistano significato solo se riferiti alle cose. La moneta, cartacea e bancaria non è che uno strumento di contabilizzazione della realtà produttiva. Ed alla realtà si deve adeguare. Il suo volume non è quindi statico; ma variabile, e cresce e decresce, a seconda dei ritmi produttivi dell'investimento e del disinvestimento delle merci, della accelerazione e del rallentamento, dello assorbimento dei fattori in nuove intraprese, e della esplosione repentina dei raccolti (2).

 

 

(2) Gli economisti sono unanimi nell'ammettere la convenienza di espandere i mezzi monetari se questi sono destinati ad ottenere l'investimento a costo decrescente di fattori produttivi disponibili, non utilizzati. Citiamo il FANNO; il KEINES; BRESCIANI TURRONI; CLARK; SMITHIES; URI; CALDOR; WOLKER; LUTZ; il dissenso non è sul principio, ma sui limiti entro cui vi sarebbero fattori produttivi disponibili (cfr. P. FERRARO . Investimenti contro occupazione. Cedam 1954).

 

Il risparmio, non è mai nella banca, così come non è mai nelle casse dello Stato. Nelle tesorerie degli istituti centrali, bancari o statali, non ci sono che i titoli di credito di un risparmio che è nel mercato: Simboli!

Se nel mercato i magazzini sono pieni, le fabbriche ferme, gli operai disoccupati, se cioè esiste un «risparmio reale» che non viene utilizzato, perché - per colpe che preferiamo non approfondire - una parte dei segni contabili e monetari sono stati accaparrati e ne è stata ridotta artificialmente la circolazione. in questo caso il governo e la banca debbono riadeguare il volume dei simboli alla concreta realtà del paese, e debbono aumentare la circolazione.

In tale caso, banche e governo agiscono contro i monopolizzatori dello strumento monetario, come agisce ogni buon governo; spezzando una incetta che tende a trasformare la moneta, da strumento a servizio di pochi, a strumento a servizio di tutti.

I classici partivano dal presupposto che la moneta non dovesse influenzare il mercato: essendo il gettito del reddito eguale al gettito della produzione, doveva esserci sempre tanto reddito monetario quanta produzione effettiva.

Le scuole moderne hanno messo in rilievo il fatto che la moneta, come qualsiasi altro « strumento », può essere accaparrato da pochi, i quali si servono di questo monopolio per create delle strozzature del mercato, e fare strapagare il servizio che rende lo strumento di cui restano possessori i più privilegiati.

Il discredito più grave, nei tempi presenti, è che questa monopolio viene esercitata da un sistema bancario che appartiene allo Stato, e che quindi per definizione avrebbe dovuto essere immune da questi atteggiamenti. La esperienza prova che quando si creano le condizioni oggettive per attuare un monopolio, la burocrazia statale cade nella tentazione come ci cadono i privati.

Concludiamo!

 

 

La scarsità del capitate in Italia

 

 

La dilatazione della spesa privata è alimentata dal credito bancario il quale crea moneta bancaria. Questa moneta la banca la mette nelle mani dell'imprenditore o del mercante, per scopi produttivi. La sua espansione di volume è determinata da un rapporto, ancorato allo scarto liquido, che la banca nazionale impone alle banche periferiche. Questo scarto liquido in Inghilterra è del 10%. Ciò significa che il sistema bancario nel suo insieme può creare moneta nel rapporto dl 9 volte quella che è il volume dei depositi.

In Italia dove lo scarto è del 25% il sistema bancario può creare moneta solo nel rapporto di 3 volte quella che è il volume dei depositi.

La capacità del sistema bancario di adeguare il volume della moneta al potenziale produttivo disoccupato esistente in Italia è quindi molto inferiore a quella inglese.

Si arriva a questo paradosso: un paese ricco come l' Inghilterra crea moneta abbondante; un paese povero come l'Italia crea la ristrettezza monetaria.

Tanto è potente la influenza dei pregiudizi sugli uomini. La ristrettezza monetaria crea la insicurezza e la insolvenza. Così lo scarto liquido del 25% che dovrebbe garantire le banche le rende insicure.

Siamo guidati da ciechi?

 

 

Errori costosi

 

 

Per dilatare o contrarre la spesa globale della nazione, ossia per dilatare o contrarre il reddito nazionale, ci sono molti altri sistemi, oltre il deficit sistematico del bilancio, la manovra di espansione e restrizione creditizia, il prelievo o l'alleggerimento fiscale. Ma non ne parleremo, perché sono argomenti noti agli studiosi e ai tecnici. Ci limitiamo qui ad esporre i due casi più vistosi, che maggiormente colpiscono la fantasia. Soprattutto per smantellare due luoghi comuni che fanno le spese di tutti i conservatori e di tutti gli sprovveduti.

Ogni giorno capita sentire semplicemente ripetere sull'assurdità dei maestri defunti, che bisogna ridurre le spese e portare il bilancio al pareggio. Ogni giorno si sentono uomini politici, che esprimono agli affamati e ai disoccupati questa meta, come la suprema speranza, ed il porto della comune salvezza.

Ogni giorno si sentono dei ben pensanti i quali ripetono che bisogna difendere la lira, e che si compiacciano di ogni restrizione monetaria, come di un passo salutare verso la difesa del risparmio. Il loro ideale è una moneta forte, così come la loro meta sarebbe un bilancio in pareggio.

Ma non esistono né una moneta forte né un bilancio in pareggio senza una economia sana.

Bilancio, moneta e fisco, sono tre strumenti che debbono essere coordinati per mantenere costante il livello della occupazione. Sono al servizio del mercato, e non sono i padroni del mercato. Perché là dove essi operano da padroni, non esiste la libertà, ma la tirannide delle cose e la miseria.

 

 

 

CAPITOLO SETTIMO

 

DIECI ANNI DI ERRORI

 

 

Alla fine del conflitto la situazione italiana era questa: nel mercato esisteva una forte massa di popolazione altamente qualificata, che ardeva dal desiderio di riprendere l'attività. Al vertice una classe dirigente formata di uomini capaci.

Gli impianti, per la massima parte, si erano salvati grazie alle loro dimensioni ridotte e alla loro dispersione geografica. Non bisogna dimenticare che la grande massa della produzione industriale italiana è artigiana, e piccolo industriale. Che non è centralizzata ed urbana; ma dispersa e paesana. La guerra non aveva scalfito la produttività delle aziende agricole, per la massima parte di modeste dimensioni, e disperse in un territorio vasto. Queste aziende sono la vera forza d'Italia. Per la loro struttura individuale e familiare sono difficilmente dominabili. Non si possono imporre loro accordi di rispetto su zone del mercato mondiale. Né accordi sui prezzi. Costituiscono una massa di concorrenti indisciplinata, attiva, pericolosissima, capace di repentine azioni di grande disturbo. Tutte queste strutture produttive erano rette da una classe dirigente abile e pronta alle decisioni; la riconversione della produzione di guerra alla produzione di pace venne affrontata celermente. Le modeste dimensioni delle aziende, come avevano favorito la loro sopravvivenza dai pericoli della guerra, facilitavano un rapido adattamento alle produzioni di pace.

Inoltre ogni azienda aveva riserve: finanziarie, e di materie prime. Nel corso del conflitto ogni produttore non aveva fatto il bilancio in lire: lo aveva fatto in merci. Aveva badato ad immagazzinare tonnellate di prodotti, di materie prime, di semilavorati, di prodotti finiti. Il suo portafoglio era nel magazzino. La economia del paese era sana. Sarebbe bastato lasciare il mercato libero di fare. Nei primi mesi la spinta delle produzioni e delle esportazioni fu cospicuo (il gettito delle produzioni manteneva stabile i prezzi). Gli impianti nord-americani e inglesi, per la loro mole, avevano bisogno di due o tre anni di tempo per operare la loro riconversione; nel frattempo i mercati mondiali erano alla mercé di chi se li sapeva prendere: di chi era pronto a effettuare delle forniture. E i produttori italiani erano in queste condizioni. In quel momento l'Italia avrebbe veramente potuto vincere la pace. Molti lo credettero e lo sperarono. Fu una ingenuità.

 

 

 

 

Paralisi inspiegabile

 

 

Improvvisamente la ripresa industriale italiana fu paralizzata. Si direbbe, che la pace non segnasse la fine del conflitto contro l'Italia, ma solo il mutamento nel carattere delle ostilità.

Parve che le ostilità passassero dal piano militare al piano economico. Già al momento della richiesta di armistizio si era rivelata una spietata volontà di distruzione della nostra vita civile. I bombardamenti delle nostre città erano stati effettuati dopo che la resa incondizionata era stata richiesta. Quando la guerra era virtualmente finita, da Londra erano partiti i massicci bombardieri che polverizzarono Milano e Torino.

La firma dell' armistizio si direbbe che segni il vero inizio della polverizzazione delle strutture della nostra vita civile. Quelle industrie, piccole, decentrate, periferiche, che non erano state indebolite dalla guerra, costituivano il nerbo della forza civile del paese. Erano la grande spina che tormentava sul piano internazionale i nostri concorrenti. Forse proprio quelle industrie dovevano essere fiaccate e indebolite, perché in esse erano la potenza, l'aggressività e la dignità della Italia. La potenza d'Italia non era nella. Fiat, non nella Montecatini, non nei grandi complessi monopolistici, legati da forti vincoli finanziari, attraverso pacchetti di azioni, ai grandi gruppi internazionali. Quelle aziende erano sottoposte per le loro cospicue dimensioni alla minaccia della rappresaglia area impossibile invece per i piccoli e medi produttori. Nelle piccole industrie albergava l'anima indipendente e fiera della casta coraggiosa dei nostri imprenditori. E la distruzione di questa spina dorsale della nostra struttura sociale fu - verosimilmente - attuata con un piano finanziario, varato dopo lo scoppio della pace.

Il comportamento, in Italia, è stato tale da far pensare che si sia inconsapevolmente agito sotto la suggestione straniera, interessata a smantellare le strutture dei nostri piccoli e medi produttori; pare che si sia voluta concentrare la potenza in pochi gruppi mono-politici, facilmente controllabili; e che si siano voluti rafforzare la struttura e l'intervento dello Stato in modo da poter più facilmente dominare attraverso burocrazie statali, e monopolistiche, i destini e le reazioni del popolo, annientando la media e piccola industria e indebolendo l’artigianato, roccaforte di individualismi.

Uno Stato forte con un paese debole: monopoli forti con industria debole. Organizzazioni forti con individui deboli. Questa è la formula della servitù attuale.

 

 

La congiura dei medici (della finanza)

 

 

Nel 1945 le dottrine del pieno impiego erano di dominio pubblico, tanto che presiedevano alla ricostruzione di tutti i paesi civili dell'occidente europeo, dell'America, e della Australia. Belgio, Olanda, Svezia, Norvegia, Danimarca, per non parlare della Germania e degli U.S.A., di Londra e della Australia, della India e del Pakistan adottavano i criteri affermati in sede teorica dagli economisti della nuova scuola sperimentati da Roosevelt. confermati da Schacht. La guerra era passata nel mondo, confermando la esattezza di quelle affermazioni teoriche. Dappertutto la manovra anticiclica dei governi aveva contenuto la spinta inflazionistica in termini ragionevoli, mai preoccupanti. Lo sforzo immenso, le tensioni impresse ai prezzi delle materie prime; la formidabile distruzione di mezzi, non avevano provocato quelle catastrofiche aspettative che, durante e dopo il primo conflitto, avevano determinato la esplosione delle domande, dei prezzi, i boom al rialzo e le svalutazioni incontrollate. L'apporto teorico delle nuove scuole aveva fornito gli strumenti per controllare i fenomeni, e se non era possibile annullare le perdite della irreparabile distruzione, era stato possibile annullare gli effetti secondari delle psicosi; e determinare una ragionevole ripartizione delle perdite reali tra tutta la popolazione, senza provocare squilibri e tensioni sociali.

Le dottrine del pieno impiego erano note anche in Italia. Illustri studiosi, tra cui citiamo Iannacone, avevano ripreso proprio in quel torno di tempo il tema, pubblicando seri studi, e documentate indagini.

E quindi inspiegabile, o meglio si desidererebbe avere una spiegazione direttamente dai responsabili della nostra finanza nazionale, sul fatto inconcepibile che tali dottrine siano state integralmente ignorate solo nel nostro paese. Per i profani sarebbe come dire che nel 1956 i fisici italiani ignorino la esistenza della energia atomica. O che i medici del nostri ospedali ignorino la esistenza delle culture antibiotiche. Nel 1946 Einaudi ha impressa al paese una direttiva che ignorava integralmente le nuove correnti di pensiero scientifico. Quelle correnti di pensiero economico che nel 1946 presiedevano alla ricostruzione degli altri paesi del mondo occidentale.

 

 

L'Italia ignora J. M. Keynes

 

 

Quando nel 1934 J. M. Keynes aveva sostenuto che l'eccesso di risparmio provoca la miseria dei popoli e che la parsimonia è la causa della disoccupazione, perché crea il sottoconsumo, aveva scatenato l’inferno nella repubblica degli economisti.

Ma oggi, a dieci anni dalla sua morte, la figura di questo Governatore della Banca di Inghilterra, creato Lord per meriti scientifici, grandeggia. E’ il pioniere di una nuova corrente di pensiero, accettata non solo dalle università ma anche e sopra tutto dai governi. Purtroppo in Italia la bibliografia Keynesiana è estremamente scarsa.

L'Observer di Londra ha così commemorato il decennale della sua morte: «Le ricerche condotte dai seguaci di Keynes hanno condotto a convincerli, ancor più di quanto sane fossero le sue analisi e le sue visioni. Tutti i nostri studi durante la guerra e dopo la guerra, sono stati costruiti sul modello Keynesiano. Gli Economic Surveys, e i Libri Azzurri sul reddito nazionale, così come i discorsi sul Bilancio di tutti i Cancellieri dello Scacchiere, da Cripps a Macmillan, sono tutti documenti Keynesiani, nella loro struttura e nella loro argomentazione. E Keynesiani sono pure i rapporti del Presidente americano al Congresso, e i documenti analoghi nella Europa Occidentale e nei Domini ». Ed aggiunge:

 

 

La disoccupazione annientata

 

 

« La piena occupazione, a partire dalla fine della guerra, ha significato meno dell'1 1/2 per cento delle forze di lavoro disoccupate: una percentuale incredibilmente bassa, rispetto ai calcoli prebellici, ed anche ai calcoli del 1944: l’anno che segnò l’accettazione ufficiale del Keynesianesimo da parte degli ambienti ufficiali inglesi».

Era logico pensare che avremmo affrontato la ricostruzione italiana seguendo gli stessi precetti che seguivano i paesi civili dell'occidente, come per esempio il Belgio o la Olanda; o la Svezia e la Danimarca. La ripresa doveva essere sorretta con facilitazioni concesse al mercato del consumo, perché trascinasse dietro di se la produzione, e poi il reddito, e il risparmio, e in fine l’investimento.

Affatto! Tutto il progresso scientifico fu inspiegabilmente ignorato.

La prima manifestazione di questa retrograda corrente di pensiero fu effettuata da un ministro liberale, che proclamò lo «sciopero dei consumatori ». Le nuove scuole economiche sostengono la necessità di mantenere alto il flusso del consumo, per mantenere alto il flusso del reddito. Parte del reddito si trasforma in risparmio ed in investimento. Mantenendo alto il flusso del consumo, si facilita l'investimento. Si fece il contrario. L’Italia aveva bisogno di investire per effettuare la propria riconversione. Paralizzare il consumo era paralizzare la vita e la riconversione.

Ma il danno ebbe un altro aspetto. II flusso generoso del consumo interno avrebbe alimentato una massa di produzione che sarebbe servita a ripartire le spese generali fisse su numerosi prodotti. Riducendo il flusso della produzione, per la contrazione del consumo interno, i costi della produzione residua subirono un aumento. Sul mercato internazionale, i nostri prezzi ebbero delle punte al rialzo. Ne fummo esclusi. Era fare il gioco del concorrenti.

 

 

Una manovra ineccepibile

 

 

Inutile dire che questa manovra era ineccepibile da punta di vista della dottrina ortodossa. Era la classica manovra della difesa della lira. Ma coloro che attuavano queste direttive sapevano che la manovra ortodossa della finanza per la difesa della moneta aveva sempre portato a queste conseguenze; alla esplosione della disoccupazione, al crollo delle attività, alla paralisi delle esportazioni e alle perdite a catena. Nel 1929 la esperienza del dollaro e la crisi di Wall Street: nel 1932 il crollo della sterlina e l'abbandono del gold standard da parte inglese parlano chiaro. II primo e il secondo esempio erano stati accompagnati dal corteo di milioni di disoccupati, dalla pressione fiscale intollerabile, e da gravi disordini sociali e politici sul piano interno, dal crolla delle piccole aziende. Sapevano dunque gli ispiratori della nostra finanza, dove ci avrebbero condotto le loro premesse teoriche? E tuttavia senza esitazione ci condussero alla catastrofica meta.

Ma gli effetti veramente dirompenti delle dottrine classiche sulla nostra struttura industriale non si verificarono che successivamente, con la entrata sulla scena finanziaria del professore Einaudi, della Università di Torino. Durante la guerra egli si era rifugiato in Svizzera, dove gli era stata rifiutato una cattedra, da quegli stessi svizzeri che pure avevano onorato di tale incarico Matteo Pantaleoni e Vilfredo Pareto. Doveva la sua fama alla collaborazione ventennale al Corriere della Sera, e soprattutto alla più nota ed accreditata rivista economica inglese: «L'Economist ». A una ininterrotta serie di pubblicazioni, alla decennale fatica di redazione della rivista «La riforma sociale ». E la sua voce, tra inesperti e sociologi, ebbe automaticamente valore di legge. Immesso a] governo della Banca d'Italia come supremo moderatore della nostra politica finanziaria ebbe in mano il paese. Di lui si racconta che ogni mattina chiedesse come primo documento da compulsare il conto del Tesoro, per essere ben certo che, secondo i canoni della dottrina classica, le spese fossero contenute entro i limiti delle entrate, e nessuna dilatazione di spesa, integrasse la disperata miseria del nostro sottoconsumo. Lui presidente, la carica di governatore dell'Istituto centrale passò al Dr. Donato Menichella, gia segretario di Beneduce, fondatore dell'IRI.

La consacrazione della dottrina classica era intanto avvenuta solennemente. Nessuna spesa poteva essere effettuata se non fosse indicata la corrispondente entrata.

Ciò avveniva mentre nei paesi progrediti del mondo trionfava, nelle applicazioni concrete, la dottrina opposta: della dilatazione della spesa statale, e dell’impiego del deficit sistematico di bilancio, per debellare la disoccupazione, per attuare lo sfruttamento integrale di tutto il potenziamento produttivo del paese.

Sulle controversie teoriche che tale deliberazione comportava, nessuna voce fiatò. L’immenso sviluppo del pensiero teorico degli ultimi venti anni, tutto contrario a questa tesi, fu ignorato.

 

 

Strozzino deriva da strozzare

 

 

L'annuncio ufficiale del secondo tempo, fu dato solennemente col pretesto di salvare la lira.

La lira non aveva bisogno di essere salvata. Era stata collocata, dal credito concesso dagli alleati, su un livello internazionale, che rendesse ben care le merci esportate dai nostri produttori. Sopravalutare la lira era un modo semplice per aumentare i nostri prezzi e per liberarsi dalla concorrenza fastidiosa delle nostre piccole e medie aziende. Non la quantità; la qualità e la tempestività, rendevano minacciose le nostre esportazioni. Valeva la pena di farci credito e sopravalutare la lira, sostenerne il valore e sacrificare qualche punto nella vendita delle materie prime concesse all'Italia, pur di togliersi dai piedi i fastidiosi concorrenti, rincarando artificialmente ogni nostra esportazione. II valore della lira doveva essere sopravalutato. Così fu fatto. Gran parte delle materie prime inviate in Italia, erano regalate, ed il loro costo ripartito tra gli anglo-americani, tramite i rispettivi governi. Per dieci anni, malgrado il costante deficit della nostra bilancia dei pagamenti, la lira sul mercato internazionale fu fermissima, come l’interesse dei nostri amici anglo-americani voleva. Per conseguenza i nostri costi e i nostri prezzi internazionali proibitivi. La nostra assenza dal mercato mondiale totale.

La lira è difesa dalla paura che fanno i nostri prodotti, e dalla decisissima volontà dei vincitori di proteggersene. Ma ciò non fu detto ed è ignorato. Nessun governo italiano potrà svalutare la lira. La produzione italiana non deve minacciare nessuno.

 

 

La difesa della lira: una cortina fumogena

 

 

Fu detto invece che per difendere la lira occorreva sacrificarne la circolazione, restringere la massa di biglietti, e contrarre il credito. L’uno e l'altro provvedimento furono attuati. Per difetto di circolazione le industrie, cariche di ordinazioni straniere, furono progressivamente costrette a chiudere. Cominciò la spirale dei licenziamenti. La riduzione del potere di acquisto del mercato. II crollo dei consumi interni. L'aumento dei costi e dei prezzi: l’arresto della riconversione.

Più la diabolica spirale (che aveva travolto il benessere degli americani nel 1929 e degli inglesi nel 1932) si dilatava, pili numeroso era lo stuolo delle aziende, delle persone, delle maestranze travolte nella disperazione. La pressione fiscale, frattanto, veniva ad incidere su una produzione sempre più ristretta, assumendo dei carichi intollerabili.

Tuttavia il mercato reagiva per la vitalità degli italiani e per lo stesso carattere polverizzato della nostra struttura produttiva. Le piccole aziende familiari non rinunciavano a lavorare, a produrre, a sopravvivere. Se la moneta mancava, supplivano alla carenza dello strumenta ufficiale con surrogati. La circolazione cambiaria cresceva a miliardi.

Gli assegni postergati, privi di copertura, sostituirono la moneta. Non se ne può controllare il numero, ma ogni italiano ne ha avuti e ne riceve. Lo strumento monetario non esiste più. Il mercato vive oggi senza moneta.

L'onere di questa carenza è altissimo. Di solo «tre per mille» l'Italia paga 80 miliardi all'anno. I protesti sono di circa 300 miliardi all'anno: tribunali, notai, avvocati, uscieri hanno gran da fare. La loro attività non minaccia le industrie straniere; le cause non si esportano.

II mercato ha conosciuto da dieci anni la borsa nera del denaro. Le banche hanno realizzato immensi utili. Di fianco agli istituti sono sorti enti finanziari, che hanno largamente praticato lo strozzinaggio. A Roma si paga il denaro fino al 10% al mese.

 

 

 

 

 

 

Gli stranieri controllano I monopoli

 

 

Tutto ciò avveniva mentre i grandi gruppi monopolistici stringevano accordi finanziari coi gruppi esteri, e ricevevano finanziamenti dal mercato internazionale a tassi di favore. Le aree delle loro esportazioni erano però severamente controllate con rigorosi controlli internazionali. La Pirelli ha contratto due prestiti in Svizzera nel 1954 e nel 1955 al 3% per alcuni miliardi. La Rinascente ha seguito l'esempio con Ia Montecatini (1955). La Italcementi (1956) non è stata da meno. La Fiat è stata finanziata (1947) dagli USA. Tutti questi gruppi non hanno pagato mai il denaro estero più del 4%. Gli stessi gruppi hanno avuto tutti i crediti che hanno voluto dalle banche italiane. I loro prestiti sono sempre stati pagati sul mercato interno intorno al 6%. Ma nessuna di queste aziende - si badi bene -- è libera di scatenare la propria concorrenza sul mercato mondiale. Sono tutte dal più al meno « legate ».

La restrizione del credito è stata selettiva. E’ servita a domare i piccoli e i medi produttori italiani, non i grandi. Per i grandi hanno funzionato metodi di controllo più semplici e dorati; come gli acquisti dei pacchetti azionari, i finanziamenti, i contratti di esclusiva. Quando la povertà del mercato ha ristretto le loro vendite hanno potuto alzare i prezzi.

Oggi questa opera continua. Centinaia di migliaia di produttori sono alla disperazione. Sul mercato internazionale l’Italia fu! E su questa tragedia la scienza tace. E il produttore italiano non sa perché si trova nella disperazione e dubita di se.

 

 

 

CAPITOLO OTTAVO

 

IL PROBLEMA DELLA RICOSTRUZIONE

 

Il problema del dopoguerra si poneva in questi termini. Dovevamo aumentare le scorte; modernizzare gli impianti; utilizzare tutto il potenziale produttivo; ridurre i costi per metterci in grado di sostenere la concorrenza internazionale. Esportando dovevamo pagare importazioni sufficienti per dilatare un maggiore ciclo di produzione. Accantonare riserve di oro e di valuta per periodi di emergenza.

Bisognava puntare tutto sulla esaltazione delle nostre capacità di produzione, di efficienza e di lavoro (3).

La soluzione di questo problema era affidata ad una accelerazione del ritmo produttivo.

Avevamo impianti salvi, merci disponibili, mano d’opera pronta. Non avevamo da temere per due anni la concorrenza internazionale. Occorreva approfittare della congiuntura favorevole per dilatare il credito e la circolazione monetaria. Tutti dovevano essere messi in grado di produrre, proprio perché la concorrenza delle grandi industrie estere, di lentissima riconversione, era nulla. Finché questa fugace situazione di monopolio fosse durata, noi avremmo potuto sfruttare la congiuntura, ed accumulare riserve monetarie pregiate, attinte sul mercato estero e sul mercato interno. I produttori dovevano essere lasciati integralmente liberi di esportare e di importare.

 

 

(3)           Nel 1949 la capacità produttiva italiana era sfruttata solo al 50%. Avevamo quindi un risparmio reale pari alla metà del nostro patrimonio produttivo. Il blocco alla espansione monetaria, per preconcetti ortodossi rendeva già allora scarsa la circolazione monetaria che era insufficiente al giro di affari (cfr. O. HJRSCHMAN, Inflation and deflation in Italy. A.E.R. Sett. 19-18, pag. 598 e P. SARACENO, Elementi per un piano economico, pag. 87, 163).

 

 

La larghezza del credito non avrebbe dovuto lasciare nessun potenziale produttivo inerte. La mano d’opera sarebbe stata tutta assorbita dalla ripresa produttiva. La immensità della domanda avrebbe reso superfluo e pletorico il vincolo dei licenziamenti. La conseguenza di questa espansione della massa della produzione sarebbe stata una riduzione dei costi. La stabilità dei prezzi avrebbe garantito la stabilità della moneta. Non ci sarebbe stato pericolo di inflazione. Ci sarebbe stato pericolo solo per i nostri concorrenti stranieri, perché noi per questa strada, dopo aver perso la guerra, avremmo vinto la pace. Alla fine, dopo tre o quattro anni di lavoro, di benessere, avremmo avuto una industria, rimodernata e riportata al livello di organizzazione richiesto dalle esigenze internazionali. Questa era la via da seguire. Non fu seguita.

Purtroppo la legge bancaria italiana, come si è visto, fissa la riserva che le banche devono tenere liquide, al 25% sui depositi che ricevono. Quindi in Italia per ogni 100 lire di deposito originario si potevano solo creare 300 lire di moneta bancaria.

È evidente che questa elasticità della moneta bancaria è insufficiente. L’Inghilterra, per ogni 100 lire depositate ne crea 900 di moneta bancaria, perché il suo scarto di liquidità obbligatoria è solo del 10%. Noi avremmo dovuto abbassare lo scarto obbligatorio di liquidità imposto alle banche, per rendere la massa di moneta creditizia più grande. Ridurre la quota di liquidità obbligatoria significa moltiplicare il potenziale creditizio del sistema bancario. Significa aumentare il capitale finanziario italiano. Quando noi diciamo che l’Italia è povera di capitali non dobbiamo trascurare questo fatto. La nostra povertà è creata dai vincoli teorici che ci sono stati imposti. Un semplice provvedimento ministeriale può da un giorno all’altro moltiplicare o ridurre la massa della moneta bancaria. Questa massa monetaria non affluirà nel mercato di colpo, dalla sera alla mattina; ma potrà affluire ragionevolmente, a poco a poco, obbedendo al vigile controllo del banchiere, che la erogherà contro garanzia di reali potenziali produttivi, effettivamente messi in moto. Non provocherebbe quindi inflazione. Provocherebbe sfruttamento di possibilità inerti, maggior gettito di prodotti, minori costi industriali. Maggiori redditi individuali e aziendali.

Ma questa via non la si è seguita. Si è seguita la via opposta. Con la circolare sulla restrizione del credito si sono costrette le banche a ridurre le proprie possibilità creditizie.

 

 

La liquidità non garantisce la solvibilità

 

Per giustificare il provvedimento Einaudi ha affermato che la liquidità garantisce i risparmiatori della effettiva solvibilità delle banche, e che aumenta la loro sicurezza di poter ritirare in ogni momento i depositi. Si ragionava cosi una volta! Gli economisti moderni non osano essere cosi perentori. La liquidità bancaria non costituisce affatto lo strumento che garantisce il rimborso dei depositi. In Italia le banche dello stato (IRI) controllano il 90% del risparmio depositato. Si può quindi dire che il sistema bancario nel suo insieme è solidalmente responsabile. Se crolla una banca ne rispondono tutte. Siamo in un caso tipico di monopolio.

In caso di panico, una riserva liquida del 25 per cento non garantisce le banche. Se tutti si precipitano agli sportelli, per essere certi di pagare tutti i depositanti occorrerebbe una liquidità del cento per cento dei depositi. Al di sotto di questo limite, nessuna riserva percentuale assicura la solvibilità delle banche. Se le banche reimpiegano parte dei depositi, la riserva liquida è una garanzia di ceralacca. Al momento del panico non serve perché è insufficiente; e in regime di normalità non serve perché è eccessiva. La liquidità obbligatoria bancaria ha un solo effetto; quello di ridurre le possibilità di creare moneta bancaria; quella di impedire lo sviluppo del credito; quella di contrarre quindi la spesa nazionale e di contrarre il reddito nazionale; di mantenere parte delle ricchezze reali non occupate, quindi di determinare delle perdite, che fatalmente si traducono in una diminuzione di solvibilità. una venerabile mummia e merita sepoltura.

 

L’alta liquidità obbligatoria delle banche crea la insolvibilità del sistema bancario. Questa è la verità che non deve essere detta, e che sconvolge il modo di ragionare degli economisti classici, ma che è accettata e sostenuta dalla scienza moderna.

La garanzia della solvibilità dei sistema bancario e data da un solo elemento: dalla stabilità del mercato.

 

 

La liquidità distrugge la solvibilità

 

Il banchiere sa perfettamente che sebbene sia possibile che tutti i suoi depositanti si possano presentare per ritirare tutti i depositi contemporaneamente, ciò e assai poco probabile. Ogni giorno, alcuni fanno dei prelievi, ed altri fanno dei depositi. I due flussi, quello che esce e quello che entra, nella banca si compensano. Il banchiere sa anche che in una economia in sviluppo, il flusso dei depositi tende ad essere più abbondante del flusso dei prelievi. Mentre in una economia in recessione il flusso dei ritiri tende a superare il flusso dei depositi.

Questo comportamento è basato sulla legge matematica dei grandi numeri. Il banchiere, tenendo una piccola frazione dei suoi depositi liquida, può, con quella piccola scorta, compensare gli eventuali e molto poco probabili sfasamenti che si possono verificare tra i due flussi, che entrano e escano dalla banca.

Dal giorno in cui i banchieri scoprirono che i nuovi depositi compensavano i nuovi ritiri, arrivarono presto alla conclusione che una riserva liquida minima era sufficiente a assicurare la liquidità totale del sistema. E la abitudine delle riserve legali, inferiori all’importo dei depositi, entrò a fare parte dei canoni della organizzazione bancaria.

Tuttavia, questo ragionamento è valido solo nei tempi di normalità finanziaria. Quando cioè il pubblico mosso da propensioni individuali, diverse e differenziate, che orientano in modo differente persona e persona. Se per un panico, o una notizia pessimista, tutti i comportamenti dei clienti si orientano nello stesso modo, e tutti i depositanti si precipitano a ritirare i loro denari nello stesso giorno, la legge dei grandi numeri non funziona più; e qualunque possa essere la riserva liquida dello istituto e di tutti gli istituti, questi precipitano nella insolvenza. Solo una riserva liquida pari al 100% dei depositi può salvare il sistema dalla insolvenza.

In caso di esplosione di un panico, tutte le banche di un paese insieme, non sono in grado di fare fronte a una corsa ai ritiri: non possono liquidare i loro portafogli tutte insieme; non possono vendere le loro attività tutte insieme; non possono fare moneta, (tutte insieme) per soddisfare alla somma totale delle domande presentate dal mercato.

Il solo ente che può assumere tutte le attività fruttifere non liquide, e dare in cambio la moneta, è il governo. Se il governo non effettua questo gesto, nessuna banca, per quanto prudente ed oculata, può evitare il fallimento!

Il comportamento dei depositanti peggiora questa situazione perché fintantoché essi sanno di potere ritirare il loro denaro non lo chiedono. Appena sanno che non potranno più ritirarlo, si precipitano tutti a richiederlo.

Però si deve osservare che la esplosione di queste repentine propensioni per la liquidità significano che nel mercato si è determinato uno stato di psicosi, generato da comportamenti nella direzione nazionale della economia, la cui responsabilità — per lo più - risale agli stessi organi governativi.

 

Il compito del governo per le nuove scuole — è quello di conferire stabilità al sistema. Ogni instabilità che si determina, va imputata alla inefficienza della azione governativa.

La insolvibilità del sistema bancario, in tale caso, è la manifestazione apparente del male; non è il male, le cui radici sono più profonde. Ed in tale evenienza, è chiaro, che solo il governo deve intervenire per ristabilire la fiducia e la liquidità necessaria al sistema.

E sì badi bene — il suo intervento deve essere effettuato a favore dei privati e non contro i privati. Perché se il governo si lascia tentare di approfittare di questa posizione di monopolio e di forza, che gli deriva dall’esercizio indispensabile di questa sua funzione, per impadronirsi di tutte le attività del paese (come ha fatto l’Italia all’epoca della nascita dell’ IRI) farà il suo danno e trufferà i cittadini; perché rimarrà padrone delle industrie, e delle aziende assorbite; ma anche prigioniero delle stesse; e vittima della loro burocrazia. E creerà una situazione predestinata alla cialtroneria, alla corruzione, alla incompetenza ed alla stagnazione; come da venti anni succede in Italia.

Concludendo; la solvibilità delle banche è garantita dalla equivalenza del flusso dei depositi e dei ritiri che permane finché il mercato è mantenuto «dal governo» in un regime di sicurezza delle attività produttive. La solvibilità come la salute è un fenomeno generale. Non la sì può localizzare che per comodità contabile. O tutti sono solvibili, o nessuno è solvibile. Nella economia moderna, o il disastro è generale o la sicurezza è generale. Anche se rapporti transitori di forza politica o sindacale o padronale possono apparentemente accollare a Tizio o a Caio la perdita contabile, nulla impedisce che la realtà sia un’altra. Gli economisti lo sanno. Siamo tutti sulla stessa barca. La riserva liquida obbligatoria è una casta favoletta che non illude più neppure Cappuccetto Rosso. Sia pace all’anima sua.

Procediamo oltre.

 

 

Le riserve liquide in U.S.A.

 

Per queste ragioni l’America del nord ha progressivamente ridotto lo scarto di liquidità obbligatoria delle banche. Le banche periferiche tengono liquidi il 3% dei depositi. Ciò significa che le loro potenzialità di espandere il credito sono altissime. Questo provvedimento conferisce un carattere di grande elasticità alla moneta. Il cui volume è variabilissimo.

In America (USA) i criteri restrittivi contenuti nella vecchia legge costitutiva del Federal Reserve Act della Banca Federale, — già tanto più larga delle leggi europee — sono travolti. La pratica attuale delle banche federali è di fornire risorse liquide alle banche commerciali, ogni qual volta queste ne hanno bisogno, per fare fronte a situazioni contingenti. Esse accettano al risconto ogni specie di carta commerciale, prescindendo dalle rigide regole di un tempo. Una volta esse si prefiggevano lo scopo di rendere duttile ed elastico il circolante ed il credito; ma oggi questo scopo non pare loro più adeguato alle nuove esigenze. Oggi esse mirano a creare la stabilità economica e il benessere, e collaborano con le industrie, il commercio e coi poteri centrali dello Stato per questo chiaro scopo. Denaro, credito e moneta sono mezzi, premesse; lo scopo a cui tutti convergono è la prosperità.

Siamo ben lontani dai tempi in cui il Federal Reserve Act limitava il suo compito a « prevenire le dannose espansioni e contrazioni del credito ». Oggi la meta è chiaramente determinata al di là ed al di fuori del sistema bancario. La banca non lavora per la banca ma per la prosperità. L’industriale non lavora per la industria ma per la prosperità. Il governo non agisce per il governo; ma per la prosperità. Cosi la politica del credito, la politica fiscale, e la politica produttiva, costituiscono tre strumenti che debbono essere coordinati. attraverso aggiustamenti elastici, alla continua espansione della prosperità badando bene di non cadere mai nella stasi o nella recessione.

 

 

Una moneta sana

 

Le riserve liquide obbligatorie, non costituiscono più la discutibile garanzia del sistema. Il sistema bancario si garantisce attraverso la stabilità. Le banche di Chicago e di New York tengono liquidi solo il 13% dei depositi. Le grandi banche della riserva il 10%. Ma le rimanenti banche, sui depositi a vista tengono una liquidità pari al 7% dei depositi. E per i depositi vincolati la liquidità scende al 3%. Una azione diretta a aumentare le riserve liquide delle banche sarebbe inconcepibile perché unanimamente riconosciuta come deteriore ed arbitraria e soprattutto inefficiente. Il concetto che la quantità di moneta deve adeguarsi al volume delle transazioni; e che il volume delle transazioni, ossia la spesa, deve adeguarsi al volume della produzione; e che il bilancio dello Stato, (attraverso il fisco, od attraverso la spesa), può dilatare o restringere il reddito disponibile ossia la capacità di spesa in mano alla nazione, in modo da rendere costante il flusso del consumo adattandolo sempre al gettito produttivo, è un modello chiaro, accettato anche dalle persone più semplici, e costituisce un canone che regola il comune comportamento.

Cosi nel nord America la massa monetaria si espande e si contrae seguendo le effettive necessità del mercato. In quel fortunato paese le banche non sono un monopolio dello Stato. Le banche non creano la scarsità della moneta per fare strapagare i prestiti. Le banche sono istituti privati. Esiste un grandissimo numero di piccolissime banche periferiche, nelle mani di piccoli banchieri, che operano regionalmente, con clienti che seguono passo passo, e di cui conoscono vita morte e miracoli. Il credito si adegua così alle reali e vere necessità della situazione locale. E non si verificano casi di carenza di attività produttiva per scarsità monetaria. Perché il sistema bancario ha una elasticità massima; una grande aderenza alla situazione effettiva del paese. Ed un senso di profonda responsabilità, perché affidato alla direzione di persone; i banchieri, non i bancari. Il finanziamento non è mai una pratica, è un affare.

La garanzia di solvibilità delle banche in America nasce dal fatto che il credito crea la moneta che corrisponde ad un effettivo potenziale produttivo messo in movimento per un consumo effettivo. E se ciò non bastasse i depositi sono garantiti da un sistema di assicurazioni, per cui tutti i depositi bancari sono garantiti da contratti assicurativi, che comunque rendono certo il loro rimborso. Il sistema creditizio e il sistema assicurativo sono collegati.

Così con un contratto si prevengono le psicosi collettive e si rendono sereni i depositanti. Ciò conferisce stabilità al sistema e si ripartiscono i rischi sulla intera società produttrice.

Cose che le nuove scuole proclamano, e che i conservatori del nostro paese si sforzano di ignorare.

 

 

 

CAPITOLO NONO

 

 

 

PER UNA NUOVA LINEA ECONOMICA

 

 

 

 

 

L'obiettivo che ci dobbiamo proporre è chiaro. Dobbiamo valorizzare tutte le risorse che esistono nel nostro paese.

Gli economisti della scuola classica vi diranno che al di sopra di un certo volume, la massa della popolazione cessa di rappresentare un reddito per un paese. Vi è un punto critico, un optimum di popolazione, oltre il quale il paese diventa sovrappopolato. Al di sopra di quel punto il rendimento della popolazione decresce, non c'è rimedio che nella emigrazione. E' una applicazione della teoria ortodossa dei costi marginali crescenti. Lasciamo andare. La scienza moderna ci ha insegnato sperimentalmente che il punto di produttività massima non è fisso. Non è una frontiera ineluttabile come le colonne di Ercole. E' una frontiera di gamma. E si sposta per effetto della qualificazione tecnica.

 

 

La scienza abbassa i costi marginali

 

 

Queste nostre innocenti affermazioni, rovesciano uno dei canoni della scuola ortodossa degli economisti. Essi affermano, infatti, che l’espansione produttiva di un mercato, trova ad un certo punto un ostacolo insormontabile, nella crescente scarsità di fattori produttivi disponibili. Per cui man mano che la produzione cresce, i produttori sono costretti a pagare prezzi sempre più alti, per operai sempre meno abili; per materiali sempre meno idonei, per impianti sempre meno efficienti. Tutto ciò porta ad una strozzatura progressiva del mercato, ad un aumento dei costi, e ad una inevitabile inflazione. Per i classici, l’aumento del costo marginale è un dogma. Fatale ed irrevocabile come il fato, attende ogni espansione produttiva all'angolo della via, per assestargli una bastonata in testa, e farla precipitate nella vertigine della inflazione e del disordine monetario. Per gli ortodossi questa legge non minaccia solo la economia capitalista. E’ anche una minaccia per la economia collettivista. Non può essere evitata da nessun ripiego organizzativo, perché insita nella natura stessa delle cose. E’ una realtà oggettiva, che limita la capacita umana di espandersi. Se è vero che i costi di un sistema in espansione continuano a crescere, e i rendimenti a decrescere è chiaro che si debba verificare alla fine, ovunque e comunque, un eccesso di capacità di acquisto. Un eccesso di moneta. Una inflazione.

La dottrina era convincente, e pareva graziosa. Ma era un vestito stretto. E la realtà rifiutava di mettercisi dentro. Negli ultimi cinquant'anni nei periodi di maggiore tensione durante le due guerre mondiali, i costi del fattori produttivi, e i costi .dei salari, non sono affatto aumentati, nella misura che prevedeva la scuola ortodossa. Contrariamente alle previsioni non si è mai verificata una effettiva impossibilità a procurarsi lavoro comune e qualificato. La disponibilità di fattori produttivi non ha creato strozzature irreparabili. Si è creato invece il movimento dei surrogati. Si sono rapidamente messe a punto tecniche per la migliore utilizzazione di prodotti nuovi e di prodotti di surrogazione. Questo sviluppo delle capacità tecniche ha consentito agli imprenditori di adeguarsi a livelli di produttività crescenti, nettamente superiori. Lo sviluppo del progresso tecnico è stato dovunque accelerato dalla tensione del mercato. I costi marginali, che avrebbero dovuto essere crescenti, sono stati smantellati dalla irruzione della tecnica nel piano della produzione.

Contrariamente a quanta credevano gli ortodossi, oggi noi sappiamo, per prove sperimentali dirette e recenti, che lo sviluppo intenso di un mercato determina un progresso tecnico parallelo, per cui si crea una spinta generale alla riduzione dei costi.

D'altra parte siccome il progresso tecnico viene attuato prima da pochi imprenditori, più rapidi, più abili, più avveduti, esso crea nelle loro mani, dei monopoli di fatto. Essi concentrano così grandi quantità di reddito sotto il loro controllo. Non si verifica affatto una riduzione di prezzi corrispondente alla riduzione dei costi. Si realizza invece un accantonamento di utili di congiuntura.

Per cui non è affatto vera che nel mercato compaia un eccesso di capacità di acquisto. Anzi, nel mercato la capacita di acquisto tende a congelarsi, nelle mani di pochi. E tutto il sistema si sposta così non già verso la inflazione per eccesso di moneta, ma verso la deflazione per difetto di domanda.

La posizione è diametralmente opposta a quella che sostiene la scuola classica.

Questa rettifica è molto recente. All'epoca della grande crisi del 1929 ed ancora nel 1936 lo stesso Lord Keynes propendeva per ricalcare la formula classica, e pur avanzando qualche dubbio, ed affermando la necessità di controllare lo schematico ragionamento, lo accettava provvisoriamente, riconoscendo che esso creava un serio ostacolo alla applicazione delle sue dottrine per la creazione di un regime di pieno impiego. Ma negli ultimi dieci anni, grazie alla statistiche che si sono raccolte durante la guerra, nei periodi di economia controllata, si è potuto finalmente vedere sperimentalmente, come effettivamente si svolgono i fatti. E si è scoperto, che in regime di espansione economica, i rendimenti della produttività aumentano molto più rapidamente .dei redditi erogati in salari. Si crea sempre PIU’ PRODUTTIVITA CHE CAPACITA’ DI ACQUISTO. Ossia si è posta questa pietra miliare nuova del ragionamento economico:

UN SISTEMA IN ESPANSIONE NON TENDE ALLA INFLAZIONE, ESSO TENDE IRREVOCABILMENTE ALLA DEFLAZIONE. In linguaggio tecnico, diremo, che la esperienza ha frantumato il mito del costi marginali crescenti.

Non è la prima volta che ciò accade. Era successo lo stesso per la teoria di Malthus. II raddoppio della popolazione su un territorio che non muta, per lui equivaleva al dimezzamento del territorio e al dimezzamento delle risorse. Anche allora parlava di costi marginali crescenti. Di barriere naturali oggettive; invalicabili come le colonne di Ercole. E’ intervenuta la chimica e il rendimento per ettaro si e moltiplicato. II territorio, sotto la pressione della popolazione, si e dilatato. E con la fotosintesi in vista non sappiamo come e quanto si dilaterà. Di solito le colonne di Ercole non esistono che nella nostra fantasia. E i costi marginali crescenti, sono uno dei più pittoreschi travestimenti di questo mito antico e universale che i semplici chiamano «paura».

Cosa succede se in questo panorama, innestiamo la previsione di uno sviluppo tecnico estremamente più rapido, come quello che interviene per la applicazione della automazione?

La automazione necessariamente accelera il fenomeno che si è delineato negli ultimi cinquanta anni in America ed in Europa. La produttività cresce molto più rapidamente dei redditi guadagnati. Quindi si determina un primo vuoto di domanda e di acquisti. Inoltre i redditi guadagnati dal monopolio tecnico e dagli imprenditori crescono più dei redditi guadagnati in salari, per cui si determina un secondo vuoto, dovuto alla concentrazione del reddito in poche mani, che ha una assai scarsa propensione al consumo. La deficienza di capacità di acquisto si dilata e si potenzia con la stessa rapidità con cui si accelerano tutti gli altri aspetti del fenomeno. La deficienza di capacità di acquisto, lo scarso consumo, la parsimonia, questo vaso di Pandora, da cui escono tutti i mali, si manifestano più profondi, e pericolosi che mai. La politica compensatrice ieri era una necessità. Oggi diventa un urgente provvedimento senza del quale il sistema si sfascerà.

Ma come attuare una politica compensatrice veramente efficiente? Se noi metteremo la capacità di acquisto nelle mani dello stato, sappiamo che ne farà un pessimo uso. Conviene che la capacità di acquisto che si inietta per integrare il mercato vada nelle mani dei privati. Come?

A questo punta si prospettano due possibilità, entrambe dirette a sostenere il mercato assicurando la regolarità degli sbocchi. Si debbono assicurare gli acquisti di massa della produzione in due campi distinti. Da una parte nel campo dei grandi ammassi collettivi delle materie prime fondamentali che servono alla sussistenza ed alla attività. Dall'altro si devono sostenere gli acquisti di massa della popolazione, con facilitazioni creditizie selezionate per tipi di prodotto, in modo da facilitare lo sviluppo di settori produttivi particolari.

Se noi prevediamo che nei prossimi anni, nonostante ogni nostro ragionevole sforzo, il ritmo di incremento della produttività, sarà notevolmente superiore al ritmo di incremento della capacità di acquisto, non possiamo fare altro che accantonare una parte della produzione, in modo da conservarla a vantaggio di tutti. Dobbiamo potenziare la scarsa capacità di acquisto, mettendo comunque i privati in condizione di spendere di più.

E’ chiaro che queste soluzioni sono la diretta conseguenza del rovesciamento della posizione ortodossa. Questa presupponendo che il sistema si muovesse verso la inflazione predicava la parsimonia. Noi avendo constatato che il sistema si muove sempre più celermente verso la deflazione predichiamo il consumo.

Cosa è intervenuto a modificare il giudizio? Un nulla. Sono mutati il ritmo e la velocità di sedimentazione del progresso tecnico. La accelerazione di questo processo non la si può va1utare da un punta di vista quantitativo. I fenomeni della natura procedono per salti. A determinati punti critici le quantità diventano qualità. La rivoluzione industriale ci ha portati su un livello nuovo e qualitativamente diverso. Come stiamo spiegando.

 

 

L'investimento migliore: l’uomo

 

 

Quanto abbiamo premesso si verifica per tutti gli strumenti produttivi ed anche per l’uomo.

Ad un basso livello tecnico, una massa di popolazione satura un territorio. Ma se si eleva il livello tecnico, una massa doppia, tripla, quadrupla, non lo satura più.

L'eccesso di popolazione di cui si parla, è funzione dell'eccesso di ignoranza. Spendiamo, istruiamo, educhiamo, qualifichiamo la popolazione italiana, e essa diventerà insufficiente a tutte le possibilità di lavoro che scaturiranno dai cervelli.

La scienza apre gli orizzonti, moltiplica le possibilità dei territori. Ma la scienza, prima di essere qualificazione di un uomo è spesa, è credito. E’ investimento.

L'uomo esercita degli effetti eversivi sul territorio e sulla natura. Trasforma l'uno e l'altra. La materia viene riplasmata dalla sua azione, e per così dire umanizzata. Questa trasformazione riceve il suggello del suo grado di cultura. E’ quindi il pensiero, che modifica la materia e le conferisce valore economico. Ciò che per un rozzo primitivo non ha valore, ossia non può essere coordinato ad un fine, per un colto essere contemporaneo può averne uno immenso. Il territorio non è un fatto geografico, puramente spaziale; è un rapporto psichico. Il progredire della scienza, e della cultura tecnica, conferiscono valori esplosivi a territori che prima non ne avevano alcuno. Possono concretamente dilatare il potenziale produttivo che era rimasto statico per millenni.

La ricchezza è un rapporto tra l'uomo e le cose.

Dopo avere speso per qualificare l'uomo, bisogna spendere per qualificare il territorio. Un bosco, un panorama non sono nulla: ma se ci sono strade, alberghi e ritrovi sono fonti di ricchezza, di movimento, di turismo.

Ogni nostro paese serba tracce mirabili di quel grande dramma che è la storia umana. In nessuna terra affiorano tante memorie delle vicende dolorose e liete, che fanno la nobiltà delle stirpi. L'Italia è un grande libro, che vuole essere aperto, per essere letto dagli occhi curiosi di tutti i turisti della terra. Si spenda! E si apra questa edizione unica che fu impressa nel corso dei millenni. I grandi redditi del nuovi paesi preparano milioni di turisti che ci verranno a conoscere nei decenni futuri. Prepariamoci a riceverli.

 

 

L'ignoranza è la frontiera della ricchezza

 

 

La ricchezza ha una frontiera: una frontiera che sta sul fronte interno. Essa non è solo abbattuta e superata dal coraggio; ma anche e soprattutto dalla competenza degli imprenditori.

Noi abbiamo una produzione agricola. Però solo il 16% del nostri prodotti vengono lavorati. In paesi più progrediti del nostro la percentuale di prodotti agricoli lavorati sale al 68, fino al 70%. E’ cosa ben diversa vendere piselli o vendere piselli in scatola. Vendere mele o vendere marmellata. Castagne o marrons-glacés. Vendere uova o vendere dolci. C'è una frontiera da superare nella nostra agricoltura oltre la quale si può dare vita a molte industrie di trasformazione: ma per questo occorre educare i consumi: Spendere. E l'oggetto dello spesa non sono le macchine: è l'uomo.

La stessa cosa si può dire per i prodotti della pesca e del mare. Lo stesso discorso si può ripetere per le industrie chimiche. I nostri livelli di consumo per persona sono sconfortantemente bassi. Questa constatazione, fa sospirare gli economisti di stampo antico, i quali si stringono nelle spalle e concludono che noi siamo un paese povero. Ma se noi abbiamo del livelli di consumo per persona od un livello medio che tuttora è molto basso, ciò significa proprio il contrario. Siamo un popolo che ha una frontiera che dovrebbe essere facile spostare! Ogni Italiano può consumare di più se lo si mette in condizione di avere un maggiore reddito. In Italia ci sono molte iniziative da prendere; c'e molto materiale disponibile. Manca solo chi abbia il coraggio di promuovere l’avviamento di questo ciclo produttivo. Abbiamo materie prime da lavorare; uomini disposti a trasformarle; un mercato ansioso di aumentare i consumi interni. Manca solo la circolazione di una ricchezza che non è reale, ma è simbolica. In Italia non mancano le ricchezze: mancano i simboli delle ricchezze. Manca la coscienza delle possibilità che abbiamo.

Le chiavi della soluzione di questo problema sono nelle mani del governo. Ma è un personaggio enigmatico, che non prenderà la strada buona se tutti quanti noi non lo costringeremo ad affrontarla.

 

 

La spesa crea il reddito

 

 

II problema Italiano è quello di dilatare la spesa globale per dilatare il reddito globale. Più denari in mano ai privati, significa più iniziativa per i produttori, più consumo per i consumatori, più stabilità per la vita sociale e politica.

La dilatazione della spesa ha un limite solo: nella quantità di potenziale produttivo che giace inutilizzato nel nostro mercato. Noi dobbiamo dilatare la spesa fino al livello che appare necessario per convogliare in opere produttive, tutti i nostri lavoratori, tutti i nostri dirigenti di azienda, tutti i nostri impianti agricoli industriali e mercantili.

Quali e quanti fattori produttivi inutilizzati esistono nel nostro sistema economico?

In altri termini, dove si pone la barriera oltre la quale non potremo più dilatare la creazione di moneta bancaria e cartacea?

L'Italia è uno dei paesi più arretrati d'Europa. E noi sulla Europa complessiva possediamo dei dati precisi. L'Occidente, salvo in periodi eccezionali, come durante la guerra, non ha mai realizzato regime di piena occupazione. Non solo, ma non ha mai utilizzato con razionalità il lavoro che ha occupato. Se si esamina il grado di occupazione «reale» anziché il grado di occupazione «apparente» si scopre che, in media, la produttività europea per l'agricoltura è «un sesto» di quella americana. E per la industria è «un quarto». Ciò significa che in rapporto al livello tecnico raggiunto dagli USA noi dobbiamo considerare disoccupati e disponibili TRE QUARTI dei lavoratori impiegati. Ma il livello «attuale» degli USA è ben lontano dal livello che può essere raggiunto con l’applicazione della tecnica moderna. Le nuove catene automatiche possono agevolmente produrre 4 o 5 volte tanto. Si può calcolare quindi che anche gran parte del fattori produttivi impiegati negli Stati Uniti, sono solo «apparentemente» impiegati. E che in realtà applicando nuove tecniche possono essere «liberati» in un tempo relativamente breve.

Queste considerazioni pongono la barriera europea e italiana della «integrale occupazione dei fattori di produzione» in una prospettiva molto molto lontana. E ci offrono un lungo periodo di tempo durante il quale sarà necessaria espandere la spesa, dilatando la emissione di moneta e di credito senza pericolo che si possa verificare neppure l'ombra dell'inflazione.

Purtroppo non si hanno dei dati precisi sulle effettive disponibilità di fattori produttivi in Italia. La cifra indicativa di 2 milioni di senza lavoro non dice nulla. A quale grado di efficienza sono occupati gli italiani che apparentemente sono occupati. Noi possiamo forse immaginare, ma non documentare, quale è il grado di occupazione apparente del nostro mercato. Ma se desideriamo fare il punto sul grado di occupazione «reale» ci troviamo di fronte a una mancanza di informazioni totale. Grado di qualificazione tecnica, e scuole; grado di utilizzazione delle materie prime, e progresso tecnico; grado di meccanizzazione, e sviluppo industriale; grado di razionalizzazione, e sviluppo organizzativo si prospettano di fronte a noi come tanti campi di indagine ignoti in cui tutto è da studiare, documentare, scoprire.

Possiamo solo genericamente dire che il grado di occupazione reale dell'Italia è forse 1/4, o 1/5 della occupazione apparente. Che la nostra disponibilità effettiva di mano d'opera è di 2 ma forse di 5 o di 6 milioni effettivi. Ciò allo stato attuale della tecnica. Ma domani?

Se noi accelerassimo l’applicazione del progresso tecnico e trasferissimo questa massa di lavoratori in organizzazioni moderne avremmo materie prime sufficienti? Avremmo materie complementari bastevoli per alimentare i nuovi cicli produttivi estremamente più intensi?

II pensiero ortodosso dell'economia riteneva che il fattore produttivo più scarso fosse sempre il lavoro e che la sua mancanza ed il suo costo crescente determinassero lo arresto di ogni tentativo di espansione col disordine di un aumento di prezzi e di inflazioni.

Oggi sperimentalmente siamo in grado di dire che il lavoro si rende disponibile a costi decrescenti. Che la sua abbondanza porta alla deflazione. Perché di solito l’incremento delle remunerazioni e quindi dei consumi è inferiore all'incremento del rendimento. L'esperienza ha dimostrato che dove lo sviluppo della tecnica sia realizzata questo stesso sviluppo ha creato materie prime, prodotti base, e semi lavorati, per così dire prima inesistenti. Non che questi prodotti prima non esistessero: semplicemente non avevano valore economico, come lo azoto dell' aria o il metano del sottosuolo o l’energia atomica. Semplicemente non esistevano in rapporto alla precedente fase della qualificazione tecnica della civiltà.

Sperimentalmente si può affermare che dove sia disponibile la manodopera, dove sia realizzabile la spesa, le materie prime e le materie accessorie compaiono. La strozzatura effettiva non è nella manodopera non è nella riserva di materie prime. E’ nella mancanza di moneta reale e di moneta bancaria. Torniamo quindi alla nostra tesi: la strozzatura che impedisce lo sviluppo della civiltà industriale non è oggettiva, è soggettiva: non è nella natura, è nel cervello degli uomini.

Dipende da una errata valutazione del fenomeni. Da una interpretazione delle leggi monetarie e da una interpretazione della concatenazione del fatti che è esattamente contraria a quanto avviene sotto i nostri occhi.

Noi temiamo che il progresso tecnico e lo sviluppo degli investimenti e dei consumi provochi l’inflazione. E per questo i nostri governi restringono la circolazione, riducono i redditi, perseguitano i guadagni e predicano la parsimonia. Invece la espansione produttiva porta tendenzialmente tutto il sistema verso la deflazione, verso la insufficiente capacità di consumo, verso la insufficienza del redditi e la politica del governo invece di alleviare questi mali non fa che aggravarli.

II potenziale produttivo non è un dato di fatto oggettivo, irrevocabile, statico. E’ una funzione del progresso tecnico raggiunto dalla scienza applicata alla industria ed alla agricoltura.

 

II potenziale produttivo poteva essere scarso cento anni fa. Poteva essere medio venti anni fa: può essere enorme domani.

Se la tecnica delle trivellazioni ci consentirà di raggiungere strati più profondi, troveremo delle ricchezze non prevedibili; metalli e idrocarburi. E’ un potenziale che ieri non c'era.

Se il progresso della scienza ci assiste, ricaveremo dal metano concimi chimici per la fertilità del nostro suolo. Questo potenziale produttivo ieri non esisteva. II potenziale produttivo è creato dalla scienza. Ma non esiste finché nella popolazione non vi è un gruppo di uomini che se ne rendono conto e non si mettono in testa di sfruttarlo. Esso è dunque frutto della diffusione della cultura e della qualificazione: della coscienza. II potenziale produttivo quindi non limita in senso assoluto la politica di dilatazione della spesa,. ma solo in senso relativo. Se la scienza dilata il potenziale produttivo, ne consegue che si può passare a un livello di spesa superiore. La chiave del benessere è nel sapere.

Bisogna spendere per istruirsi.

 

 

Come aumentare la spesa globale

 

 

Se l’iniziativa privata non è in grado di spendere di più, deve intervenire lo Stato. In periodi di lunga depressione la dilatazione della spesa nazionale può essere attuata solo da direttive che provengono dal governo. Abbiamo visto che le due forme più importanti sono: la dilatazione del credito, e il deficit sistematico di bilancio.

 

 

Più credito ai privati

 

 

Per dilatare il credito occorre revocare la disposizione che costringe il sistema bancario a mantenere liquida troppa parte del depositi bancari. Lo scarto obbligatorio di liquidità deve cessare di essere guardato come un feticcio. Ne seguirà una grande elasticità creditizia, che metterà nelle mani delle banche forti potenziali di moneta creditizia. Il difetto del nostro sistema bancario è di avere una struttura troppo accentrata. Il 90% è di proprietà dell'IRI. I monopoli sono pessimi. Vogliono lavorare poco e con altissimi utili.

Bisogna spezzare questo monopolio. Non occorre riprivatizzare le banche irizzate. Possono essere invece integrate con la concessione di un grande numero di sportelli privati. Fare il banchiere è un mestiere come fare il dottore e il farmacista. Non si vede perché debba essere una via chiusa. Dobbiamo creare una massa di banchieri che siano veramente in periferia a contatto con la clientela e coi centri di azione dei loro clienti. Dobbiamo creare mille e mille piccole banche. La creazione di una concorrenza periferica tra banchieri, abbasserà i costi e ridurrà il costa del denaro. Renderà meno burocratico e antiquato il servizio. Ripartirà i rischi. Rianimerà il senso di iniziativa. Riavremo dei banchieri, e ci scorderemo di questa nefasta casta dei bancari che ha rovinato il paese.

Come abbiamo detto non è tanto questione di capitali nuovi. E’ invece questione di imprimere al capitale monetario che possediamo quel ritmo di circolazione che è conforme alle esigenze della tecnica moderna. Noi viviamo nei tempi in cui i motori fanno oltre 5000 giri; con un piccolo volume sviluppano una alta potenza. La nostra banca, col feticcio della liquidità, continua a girare il capitale con il ritmo asmatico dei trecento giri. Montiamo di giri e scopriremo che l'Italia non è povera: è ricca.

 

 

Meno tasse

 

 

La spesa statale può essere dilatata con un deficit di bilancio. Bisogna ridurre il carico fiscale! Le tasse non pagate sono reddito che rimane nelle mani degli operatori.

Il privato spende sempre il proprio denaro meglio del governo, con più efficienza, con minori sprechi con maggiore aderenza alla realtà. E quindi preferibile che il reddito resti nelle mani del privato e che il deficit del bilancio risulti da uno sgravio fiscale.

Le minori entrate del governo, però, non devono terrificare i ministri e portarli a ridurre la spesa. Se no, il volume globale della spesa verrà parallelamente ridotto; e il reddito globale della nazione, in termini monetari, non subirà mutamento. In tale deprecato caso, si avrebbe una maggiore spesa privata, compensata da una minore spesa del governo. Invece noi dobbiamo arrivare ad una maggiore spesa privata aggiunta a una maggiore spesa del governo.

II governo deve rinunciare alle tasse e accettare il deficit.

 

 

Niente prestiti statali

 

 

Inoltre va precisato che il governo non deve compensare il deficit facendo ricorso a prestiti interni. I denari che si raccolgono con buoni del Tesoro vengono sottratti ai privati. La capacità di spesa del governo sale di quanto diminuisce la capacità del privato. Il trasferimento di questa capacità di acquisto, da acquirenti sani, ad un acquirente notoriamente poco efficiente come lo Stato, costa il sei per cento: in definitiva il reddito globale non muta, e i costi di trasferimento salgono. Quindi niente buoni del Tesoro.

Si aggiunga un particolare. La emissione dei buoni del Tesoro, contrae i depositi bancari dei depositanti che sottoscrivono il prestito. Ogni qual volta un deposito si estingue, la banca rende il 25% prelevandolo dal suo fondo di liquidità. E il residuo 75% lo deve richiedere a chi ha effettuato prestiti ossia restringe il credito. Ma per effetto delta moltiplicazione del credito, una contrazione di 100 lire nei depositi, net sistema inglese crea una riduzione di 900 lire di credito; e nel sistema italiano crea una contrazione di 300 lire di credito. Ossia ogni rastrellamento di 100 miliardi di buoni del Tesoro, crea una contrazione di 300-400 miliardi di moneta creditizia. Il mercato subisce così una riduzione molto ma molto maggiore delta somma che viene ceduta al governo. Una catastrofe per un paese che è già scarso di capacità di acquisto e di reddito monetario.

Ripetiamo: necessita ricorrere al deficit.

 

 

La moneta è un prestito senza interessi

 

 

La carta moneta come il B.d.T. è un debito dello Stato: la sola differenza tra la moneta e il buono del Tesoro è questa; che la moneta è un debito che non costa interessi al governo. Dunque è un debito da preferirsi al B.d.T. che costa il 5%.

Abbiamo detto che la espansione monetaria non crea inflazione entro i limiti ragionevoli di un impiego diretto a mettere in moto tutte le risorse produttive del paese. E rimandiamo i lettori ai testi ormai classici degli economisti delle scuole moderne che dimostrano questa legge.

Procediamo oltre.

Il problema non verte sulla quantità di moneta che lo Stato emette; ma sulla qualità della spesa che esso effettuerà con questa moneta. Infatti, contrariamente alla tesi classica, non è la carta falsa che crea la inflazione; è la spesa sterile che sterilizza il simbolo monetario.

 

 

Stato di produttori non Stato produttore

 

 

La spesa ragionevole ed efficiente, crea ricchezza, non povertà, e rafforza, non indebolisce la moneta. Ma quando si parla di spesa efficiente del governo, per prima cosa si deve pretendere che questa spesa non provochi contrazioni del reddito privato. Lo Stato non deve fare l'industriale, l'agricoltore o il farmacista. Lo Stato non deve assumere funzioni esecutive nei singoli settori in concorrenza ma aiutare i privati. Esso deve agire sull’ambiente regolarizzando il flusso della domanda e della offerta della produzione e del consumo. Per dilatare spesa e reddito il governo deve effettuare quel tipo particolare di spese, che ciascuno di noi, da solo non potrebbe attuare; e che quindi tutti noi dobbiamo fare assieme.

Queste spese divengono sempre più numerose e variate. Un tempo c'erano le strade, e gli acquedotti; oggi ci sono le linee di trasporto elettrico, ferroviario, le fognature e il recupero delle immondizie, gli ospedali. Per questo egli adotti questo tipo di interventi; non riduca mai il campo della attività dei privati, che è complementare.

Poi c'è la grande spesa che serve a facilitare la comunicazione tra gli uomini; il linguaggio, la scuola e la qualificazione.

 

 

Programmi in frigidaire

 

 

I governi dei paesi più liberali e ponderati, per es. la Svizzera e la Danimarca, hanno da venti anni, sempre pronto un programma di spese collettive, che possono essere messe in azione non appena si verificano rallentamenti e recessioni negli affari. Sono programmi di strade, di ponti, di bonifiche di opere collettive come ospedali, teatri, stadi, palestre, piscine ecc. E’ buon criterio prevedere queste riserve di lavori a lunga scadenza. Non si è assillati dal bisogno e non si ha l’acqua alla gola dei disoccupati che muoiono di fame: I programmi risultano pili coordinati e razionali, e hanno maggiore respiro: gli interessi della collettività sono meglio tutelati.

I programmi di lavori, messi in ghiacciaia, per venire scongelati nei periodi di crisi e di recessione, sono fatti per creare reddito monetario agli operai, e agli imprenditori; e quindi è chiaro, che nessuno deve gridare al lupo, al lupo, se queste grandi opere creano redditi di congiuntura nelle mani di qualcuno; perché e proprio quello che si vuole ottenere con questi interventi. Dilatare i redditi della nazione e rianimare l’ottimismo e la spesa.

 

Se appena appare la crisi, la spesa dello Stato sosterrà i redditi del mercato e dilaterà i consumi, le imprese private diventeranno di nuovo attive e si consumeranno le scorte eccessive che sono causa del male. Non ci sarà nessun bisogno di ricorrere al sistema vecchiotto di trasformare la nazione in un ospedale di aziende passive e statizzate, amministrate dall'IRI.

 

 

Statizzare le aziende non le rende attive

 

 

Statizzare le aziende non significa aumentarne le vendite, né incrementare i consumi globali del mercato. Significa solo socializzare le perdite. Non cura il male. Il solo vantaggio del provvedimento è che rende possibile tenere aperte le fabbriche passive a spese di tutti evitando disoccupazioni. Ma una azienda malata, sia di un privata o sia dello Stato (sia capitalista o socializzata), è sempre un cancro che produce perdite e miseria: il suo costo e sempre pagato da un solo personaggio: Pantalone.

II socialismo è una bellissima cosa quando mette in comune dei guadagni; ma è una ben triste prospettiva se mette in comune solo delle perdite. E questo è il caso dell'Italia. In regime socialista o capitalista perché le aziende siano sane occorre che il mercato di consumo sia forte. Per sanare le aziende bisogna dilatare la spesa.

 

 

 

CAPITOlO DECIMO

 

LA SPESA E’ UNO STRUMENTO

 

 

Il pieno impiego non è figlio del mito; è il risultato della spesa. Una bassa spesa globale fa uscire dal circuito produttivo una quantità di fattori produttivi, che a un livello superiore di spesa si ricompongono sul mercato.

La spesa non è nelle mani di Dio; è nelle mani degli uomini; del governo, delle banche, e dei privati. E' uno strumento che possiamo governare, da soli, coi banchieri, e coi ministri.

Se noi vogliamo debellare la disoccupazione dobbiamo brandire questo strumento con ponderazione, con riflessione, e con fermezza. II bilancio non serve a fare quadrare le entrate con le uscite, - come credono i ragionieri, - ma a controllare da dove vengono le entrate, e dove sono dirette le uscite, e quale effetto ha il saldo, sull'andamento del mercato. Il saldo può essere in deficit, o in attivo; a seconda dei tempi e dei casi. La spesa dello Stato è come la semente gettata nel campo; non la si può raccogliere nello stesso giorno, senza distruggere il racco1to. Se lo Stato spende, ed attende il raccolto, dopo i sette anni magri, lo raccoglierà nei sette anni grassi e ricolmerà i magazzini in tempo di estate. Ma non può pensare di colmarli in tempo di gelo. La vita dello Stato ha un ritmo diverso dal ritmo dell' azienda personale.

Se con un reddito monetario globale di 10 mila mi1iardi noi constatiamo che il nostro paese ha una cospicua massa di disoccupati, di impianti fermi, di materie prime disponibili, è ragionevole portare questo reddito globale a un livello superiore.

Ammettiamo che un reddito monetario globale di 15 mila miliardi, tutto il potenziale produttivo della nazione, venga convogliato nel ciclo produttivo. Sarebbe come se noi aumentassimo il flusso di acqua in un sistema di turbine. A flusso 10 le turbine riescono a muovere un terzo del telai di una fabbrica. A livello 15 li muovono tutti.

 

 

Come si ripartisce il reddito

 

 

Abbiamo visto che il volume del reddito può essere aumentato dilatando la spesa privata (per esempio col credito) e pubblica (p. es. col deficit sistematico di bilancio). A questo punto ci si deve chiedere: questo maggiore flusso di denaro come si ripartisce sul mercato? In mano di chi va a finire? Ci sono delle leggi che ci danno un criterio per giudicare se la ripartizione di questo reddito è efficiente ed è giusta?

Ci sono.

Vanno tenuti presenti alcuni concetti affermati dalla scuola moderna e accettati da tutti i governi civili.

Il basso reddito monetario si trasforma tutto in consumo; ciò è chiaro. Un manovale guadagna appena di che sfamarsi. Ma quanto più il reddito cresce, tanto più si dilata il raggio dei consumi; nuove industrie e nuovi prodotti vengono trascinati nel mercato. A livelli ancora superiori una parte del reddito viene accantonato, e destinato ad investimenti; nel mercato vengono trascinate le industrie che producono impianti ed attrezzature. Ad altissimi livelli di reddito, il nababbo, per ogni frazione di maggiore guadagno, non dilata più il suo consumo. Il suo tenore di vita rimane costante. Dilata solo il suo risparmio, se presume di guadagnare bene. Ma questo non vuole ancora dire che egli sia disposto ad investire ciò che non spende per se.

E’ meglio risparmiare poco e consumare molto

Le scuole moderne di economia parlano di tre abitudini psichiche, che regolano la ripartizione del reddito. Sono la propensione al consumo, la propensione al risparmio, e la propensione all'investimento. Ognuna di queste abitudini si taglia una fetta del reddito. Ma la fetta è diversa ai diversi livelli di reddito guadagnato.

Per non approfondire troppo questo tema, che ha fatto scorrere molto inchiostro, preghiamo i nostri lettori di tenere fermo questo solo concetto: nelle grandi medie il reddito risparmiato è una percentuale crescente del reddito guadagnato. Su un guadagno di cento lire avremo 80 lire di reddito destinato al consumo e 20 lire di reddito destinato al risparmio (l/5).

Ma su un guadagno di 1000 lire il rapporto sarà di 600 di consumo e di 400 di risparmio (meno di 2/3).

Il problema si pone in questi termini. E’ meglio risparmiare la metà del proprio reddito, o è meglio risparmiarne un quarto? La scuola classica ci insegnava che era meglio risparmiare la metà del reddito, perché il risparmio si traduce in investimento. Bisognava dunque favorire il ricco perché risparmia di più. Questa tesi è stata smantellata dalla esperienza; è vero il contrario. E’ meglio risparmiare un quarto del reddito; sarebbe ancora meglio risparmiare solo il 10%. Tanto più bassa è la percentuale di reddito. risparmiato, tanto maggiore è l'investimento globale. Sono i redditi piccoli quelli che muovono il mercato. Traduciamo L’affermazione in un esempio.

 

 

I miracoli del moltiplicatore

 

 

Tutti possono facilmente intuire che un investimento di 5 milioni di lire produce un aumento di reddito molto superiore, perché la spesa non si ferma alla prima bottega, ma continua a passare da una mano all'altra: si crea una moltiplicazione dei redditi. Ma a quale legge obbedisce questa moltiplicazione?

Se noi impieghiamo delle risorse libere nella costruzione di un ponte che costa per esempio 1 milione, le ripercussioni secondarie saranno le seguenti: i falegnami, le segherie, i carpentieri, gli operai gli ingegneri con l’impresario guadagneranno 1 milione di nuovo reddito: il processo non finisce qui, anzi comincia.

Se tutti questi signori hanno l’abitudine di consumare 2/3 del reddito, e di risparmiarne un terzo, subito spenderanno 666 mila lire in consumi e 333 le risparmieranno.

Ma coloro che riceveranno 666 mila lire, se avranno le stesse abitudini di risparmio e di consumo, spenderanno 444 in consumi e 222 le risparmieranno.

Coloro che riceveranno le 444 spenderanno 296 mila in consumi e 148 mila le risparmieranno.

Coloro che riceveranno 296 mila spenderanno 200 mila in consumi e 100 mila le risparmieranno.

Coloro che riceveranno 200 mila spenderanno 132 in consumi e 67 mila di risparmio.

E così di seguito.

La spesa globale sarà: 1.000.000 + 600.000 + 444.000 + 295.000 + 197.000 +132.000. Totale 2.999.999.

Se la propensione è di consumare i 2/3 del reddito si deve moltiplicare la spesa iniziale per 3. Con una spesa iniziale di 1 milione si spendono 3 milioni globali complessivi.

Se la propensione media marginale al consumo fosse stata maggiore di due terzi, per esempio di tre quarti, il risultato sarebbe stato più favorevole; infatti Ia spesa iniziale di 1 milione avrebbe provocato una spesa globale di 4 milioni.

Se Ia propensione al consumo fosse stata ancora maggiore, tanto maggiore sarebbe stata la moltiplicazione degli effetti della spesa iniziale. Concludendo diremo che per conoscere gli effetti finali e globali di una spesa iniziale si deve moltiplicare questa somma per un moltiplicatore che è uguale a 3 se il consumo è 2/3;

che è uguale a 4 se si consuma 3/4; a 2 se la si consuma 1/2 ecc. del reddito.

Concludendo, quanta più grande è la «propensione al consumo» di un mercato, tanto maggiore è la moltiplicazione degli effetti della spesa iniziale. Ma siccome ad ogni spesa, una piccola quota di questa, viene risparmiata, alla fine, sommando tutti i risparmi a cui da luogo la spesa nei suoi innumerevoli passaggi, si ottiene che il risparmio globale, (e presumibilmente anche l’investimento globale) finiscono per essere eguali al preciso importo della somma erogata con la spesa iniziale.

Ossia, per quanto grande sia la propensione. al consumo e per quanto piccola sia la propensione al risparmio la somma finale che verrà risparmiata ed investita dal risparmio sarà sempre eguale alla somma che mette in moto il processo.

Se la propensione al risparmio è alta, la fuga dei capitali risparmiati limiterà questa agli effetti. della moltiplicazione dei redditi. Mentre. se la propensione al risparmio sarà bassa, la fuga del redditi risparmiati sarà modesta e lascerà nel circuito una grande massa dl redditi monetari che rimbalzeranno in innumerevoli spese successive per molti passaggi.

 

 

Il consumo dilata l’investimento

 

 

In parole povere: quando più si spende, per, il consumo, quanto meno si risparmia, tanto maggiore è il moltiplicatore della spesa.

Un grande economista americano moderno scrive:

«Questo fatto getta nuova luce sulla questione dei rapporti tra parsimonia e consumo, e dimostra che una aumentata propensione al consumo aumenta anche l’investimento. Un elevato consumo andrà di pari passo con un elevato investimento, invece di fargli concorrenza.

Questo risultato sorprendente è talvolta chiamato il «paradosso della parsimonia». E’ un paradosso perché ci è sempre stato inculcato dalla nostra infanzia che la parsimonia è sempre un bene; non ci si stancava mai di predicare le virtù del risparmio. Ed ora vi è una generazione di esperti della finanza che sembra volere convincerci che il bianco è nero e viceversa, e che le antiche virtù costituiscono dei peccati per la presente generazione» (Samuelson P. - Economics an introductory analysis).

« Ciò che è bene per il singolo può non esserlo per la collettività. Il tentativo del singolo di accrescere i propri risparmi - in certe condizioni - ha per conseguenza di ridurre il risparmio effettivo della collettività».

Se la nazione è in regime di piena occupazione è chiaro che per formare nuovo capitale, occorre distrarne una parte dagli impieghi esistenti, assorbiti dal consumo, in tale caso la antica dottrina della parsimonia è vera, e il punto di vista individuale e sociale coincidono.

Nelle antiche società agricole il precetto era vero; e lo era durante le due guerre mondiali. In quei periodi si era in regime di piena occupazione di tutte le risorse.

 

 

La parsimonia è la rovina dei popoli

 

 

Ma nella storia recente queste condizioni di pieno impiego e di integrale utilizzazione di tutte le risorse non si sono più verificate: in generale nella società contemporanea vi è una dispersione di risorse. Vi è una cronica insufficienza di domanda, che provoca una cronica insufficienza di investimento e una cronica insufficienza di potere di acquisto. Vi sono giacenze e accumuli di capitali disponibili, di merci immagazzinate, di semiprodotti in attesa di impiego, e di risorse tecniche che si attende di mettere alla prova: In queste condizioni la parsimonia per i moderni diventa un «vizio sociale». «Quello che era vero per l'individuo può essere la rovina e l’errore della collettività».

«In periodo di depressione, i tentativi di essere parsimoniosi hanno per conseguenza un minore, non un maggiore risparmio globale. II singolo che risparmierà riduce i consumi, distribuisce meno potere di acquisto, riduce anche il reddito degli altri. Riduce la velocità di circolazione della moneta e il reddito nazionale.

«Perciò quando vi è disoccupazione, il consumo e l'investimento non si fanno concorrenza, ma sono complementari. Ciò che incrementa il consumo incrementa l’investimento. Il tentativo di ridurre il consumo, in questo caso, ha per solo risultato di ridurre il risparmio, perché riduce il reddito a un livello in cui la collettività perde il desiderio di risparmiare». (Op. cit. pagina 292). Purtroppo questa è la linea che Einaudi ci ha imposta!

 

 

I redditi piccoli sono fa forza della Nazione

 

 

Naturalmente questo punto di vista ci fa capire che per dilatare l’investimento in un mercato bisogna dilatare i redditi piccolissimi, che sono quelli che si trasformano nella massima parte in consumi, e non i redditi medi e i redditi grandi, come facciamo quando eroghiamo capitali e spese per effettuare quella che chiamiamo politica degli investimenti.

Purtroppo in Italia noi siamo portati a dilatare la spesa proprio nel settore in cui essa acquista minore energia dinamica: noi spendiamo volentieri in investimenti e consideriamo ogni spesa di consumo come distruzione di ricchezza. E’ vero il contrario (4).

 

 

(4) Per rendersi conto della insufficienza cronica di consumo si consulti lo studio del prof. Tagliacarne sul reddito per ogni singola regione italiana. L'italiano in media guadagna 13 mila lire al mese: ma in certe zone (Lecce) la media scende sotto le 5.000 lire al mese. Un terzo circa della popolazione italiana, con redditi che sfiorano le 6.000 lire al mese, è fuori dalla vita: sono morti economici. Solo una dilatazione della circolazione, e una sistematica politica di smantellamento delle zone di congelamento monetario può richiamarli alla vita. Fino ad oggi, il problema è stato posto solo nel senso di espropriare il reddito monetario, ai pochi che ne percepivano. Mai si è affrontato il problema, di curare il reddito monetario supplementare. La mancanza di moneta è come la mancanza di strade; non fa scorrere i prodotti, e non fa muovere il lavoro. La scarsità di moneta «isola» gli italiani; li fa vivere fuori del tempo e dello spazio. Come se fossero nella luna. Se la circolazione mettesse in comunicazione questi fattori inutilizzati, mentre apporterebbe loro prodotti, estrarrebbe .dalle loro mani, innumerevoli produzioni nuove. La scarsità di moneta è un formidabile strumento di disintegrazione di un mercato che si vuol mantenere in stato di depressione coloniale. Da chi?

 

 

Erogare un credito a un industriale, anche se questi realizza alti utili, dilata il flusso del risparmio e dell'investimento molto meno che se noi dilatiamo della stessa cifra il reddito della povera gente. Perché la propensione al consumo dei poveri è molto più alta, che la propensione al consumo dell'imprenditore. Quindi la spesa che parte dal povero ha un potere di diffusione, e di penetrazione e di moltiplicazione molto superiore.

II problema che ci dobbiamo porre, nella utilizzazione della spesa, che si vuole dilatare, è in definitiva questo: quale è il punto di attacco più favorevole, perché le 1000 lire spese hanno un .effetto maggiore; producano, più benessere, più dilatazione di spesa, più risparmio globale e più investimento. La scienza moderna risponde a questa domanda con dati di fatto sperimentati da venticinque anni di azioni governative e ci dice: il punto di attacco migliore, per erogare la spesa, è la dove sono i redditi più bassi ed i consumi più alti.

Bisogna mettere questa capacità di acquisto nelle mani di chi consuma. Non di chi investe. Così vuole la efficienza! Il che è profondamente giusto, anche dal punto di vista sociale ed umano.

 

 

La spesa ha un limite?

 

 

Di quanto si deve dilatare La spesa? Abbiamo detto: di quel tanto che consente di coinvolgere nella produzione tutte le risorse produttive.

La somma da investire, sotto questo profilo, appare molto variabile. Si pensi che le opportunità di investimento dipendono dalle nuove invenzioni, dai nuovi prodotti,dai nuovi territori, dalle nuove risorse, dalla nuova popolazione. Lo investimento dipende da quegli elementi dinamici che rinnovano dall'interno il sistema economico. Dalla tecnica, ma anche dalla politica; dalle previsioni e dalle aspettative del pubblico; dalle finalità del consorzio umana e dalle scoperte scientifiche che il progresso mette a sua disposizione per conseguire quei fini collettivi che esso si propone, In una parola la dilatazione della spesa è limitata dalla necessità di rinnovamento delle strutture produttive di una nazione.

 

E queste sono determinate dallo sviluppo della tecnica della epoca in cui viviamo, e dalla volontà cosciente della nazione di servirsene.

Un popolo senza aspirazioni ha sempre una scarsa spinta all'investimento e la sua vita è stagnante. Scarsa è la spinta del governo a introdursi nel ciclo produttivo, per operare interventi compensatori ed animatori.

 

 

La scienza dilata gli investimenti

 

 

Ma la civiltà moderna deve alla scienza un gettito prodigioso di nuove opportunità di investimento. Più si espande la scienza, più crescono le necessita di investire. Nella competizione mondiale non si può rimanere indietro. Bisogna rinnovare gli impianti ed adeguarsi a metodi nuovi. Il progresso impone di raccorciare gli ammortamenti; impone quindi aumento di redditi industriali. Ma ciò è attuabile solo con un aumento della massa della produzione su cui ripartire i costi. Il che impone un aumento del consumi popolari e del salari. II tutto si traduce in necessità di elasticità monetarie, per seguire le oscillazioni talora brusche della. tecnica. Il mezzo monetario deve adeguarsi alla elasticità della mutazione tecnica. II suo irrigidimento manda in frantumi il sistema. Nelle macchine moderne non si richiede solo maggior resistenza degli acciai, ma anche e sopratutto massima elasticità. La economia moderna è una macchina ad alto livello di giri.

 

 

Una piccola spesa è moltiplicata da un forte consumo

 

 

Le opportunità di investimento sono quindi comandate dal progresso della tecnica. Supponiamo che la tecnica ci imponga di rinnovare le nostre strutture produttive entro un quinquennio. Per portare un paese ad un determinato livello di efficienza tecnica, noi possiamo stabilire un bilancio di spesa, che comporti un graduale rinnovamento delle sue strutture produttive. Abbiamo quindi una possibilità tecnica di stabilire quali siano le opportunità di investimento globali per una nazione, ed il costo globale, e quindi la spesa globale.

Supponiamo che le opportunità di investimento giustifichino un investimento netto di 5 miliardi all'anno. Non sarà necessario investire 5 miliardi annui, ma molto meno, perché l'effetto del moltiplicatore si farà sentire anche nel settore dell'investimento.

Se la proporzione del consumo è di2/3 e quella del risparmio è di 1/3 una spesa di 5 miliardi per effetto del moltiplicatore produce un aumento di reddito globale di 15 miliardi perché il moltiplicatore moltiplica per un coefficiente 3 la spesa base. Su un reddito globale di 15 miliardi, il coefficiente di propensione media al consumo e di 2/3. Avremo 10 miliardi spesi in consumi e 5 miliardi di investimenti.

 

 

Il consumo crea l’investimento

 

 

Quindi, spendendo 5 miliardi in consumi, avremo 5 miliardi di investimenti e 10 miliardi di consumi civili.

Ma se il coefficiente di propensione al risparmio è più basso, per esempio 1/10 e il coefficiente di propensione al consumo è più alto ed è a 9/10, una spesa iniziale di 5 miliardi provocherà una spesa globale di 50 miliardi. Il reddito nazionale di 50 miliardi si ripartirà per 45 miliardi in consumi, e per 5 miliardi in investimenti.

Le decisioni che dovremo prendere sono quindi molto diverse, per ottenere un investimento netto di 5 miliardi all' anno, a seconda che le propensioni al consumo - ossia le abitudini del pubblico - sono alte o sono basse. Se la propensione al consumo è alta, il mercato con una piccola spesa iniziale, può sviluppare una energica ripresa degli investimenti.

 

 

Risparmi diversi per redditi diversi

 

Va pero tenuto presente un'altra serie di fatti. Con una spesa iniziale di 5 miliardi, se il moltiplicatore è 3 la spesa globale diventa 15 miliardi.

Se il moltiplicatore è 4 la spesa globale diventa  20 miliardi. Se il moltiplicatore è 5 la spesa globale diventa 25 miliardi. Ossia il reddito nazionale si moltiplica per il coefficiente del consumo.

Ma più cresce il reddito nazionale, più cresce la media dei guadagni individuali. E crescendo il guadagno crescono le propensioni al risparmio: manovali che non risparmiavano, cominciano ad accantonare qualche lira, il rapporto tra propensione a consumare e propensione a risparmiare si modifica.

Esso varia ai diversi livelli di reddito globale. Da 15, a 20, a 25 a 50 miliardi di spesa e di reddito, La propensione a risparmiare aumenta. Se dopo, 50 miliardi, come è presumibile, la propensione a risparmiare è raddoppiata, passando da 1/10 a 2/10 approssimativamente e salvo correzioni, avremo che il reddito di 50 miliardi si distribuirà per 40 miliardi al consumo. e per 10 a investimenti.

 

 

La propensione al risparmio segue l’aumento dei redditi

 

 

Coloro che ragionano a fil di logica a questo punto affermano, che se è aumentata la propensione al risparmio, e diminuita la propensione al consumo, non si potrà più avere un reddito globale di 50 miliardi; si avrà molto meno. Ma la obbiezione non calza. Infatti, la modificazione del comportamento è posteriore alla realizzazione del reddito, di 50 miliardi. La abitudine a maggior volume di risparmio si stabilisce dopo che si è raggiunto tale livello di spesa globale. E questo livello viene effettivamente raggiunto in base al comportamento antecedente conformemente alla legge di inerzia formulata da Leonardo; anche in questo caso l’effetto segue la causa con ritardo.

 

Successivamente il risparmio aumenta, e facilita il previsto investimento; l’aumento ha carattere esplosivo.

Non ci addentriamo nel calcolo matematico, ne nei punti critici sotto i quali il risparmio non c'e, e sopra i quali il risparmio c'è… proseguiamo.

II moltiplicatore opera a doppio taglio. Può essere vantaggioso o dannoso; perché amplifica l’investimento ma amplifica anche il disinvestimento. Se il coefficiente del moltiplicatore è 3, e se le opportunità di investire cadessero da 10 miliardi a zero, il reddito nazionale diminuirebbe di 30 miliardi, ossia una riduzione di 10 porterebbe un effetto globale di tre volte maggiore.

 

 

Bisogna investire tutto il risparmio

 

 

Dopo quanto abbiamo premesso appare chiaro che una nazione deve investire tutto ciò che non consuma, ossia tutto ciò che risparmia.

«Se l'investimento è basso, il livello di equilibrio del reddito provocherà grave disoccupazione e grave sperpero di risorse nazionali. Il solo livello che si possa desiderare di raggiungere è quello intorno alla piena occupazione. Ma tale livello potrà essere raggiunto solo nel caso in cui le opportunità di investimento sono eguali al risparmio di piena occupazione».

 

 

Il reddito tesaurizzato crea la paralisi

 

 

Se per esempio, in regime di piena occupazione, si risparmiano 100 miliardi, e se ne investono solo 90, si avrà una mancata spesa di 10 miliardi. La piena occupazione non potrà mantenersi. 10 miliardi di minore investimento provocherebbero per effetto del moltiplicatore, un minore reddito globale di 30 miliardi. E di tanto calerebbe il reddito nazionale.

Per rianimare il mercato, non sarà però necessario spendere 30 miliardi; basterà spendere 10 miliardi perché, per effetto del moltiplicatore, .si arriverà di nuovo al primitivo livello dl reddito nazionale.

Tutto quanto abbiamo detto. spiega che una politica di intervento del governo, dilatando la spesa, e facilitando il credito, può avere notevole effetto, molto al di là degli importi effettivamente erogati.

 

 

Il consumo è la locomotiva del progresso

 

 

II consumo è veramente la locomotiva del progresso.

Trasporta con sé i vagoni della produzione, trascina il vagone della spesa e del reddito. Il quale trascina il vagone del risparmio; poi trascina dietro di sé il vagone degli investimenti e quello del gettito fiscale. Infine trascina dietro di se il vagone della qualificazione tecnica e dello sviluppo della scienza, la quale dilata il potenziale produttivo disponibile sul mercato, e rende possibile una ulteriore dilatazione della circolazione monetaria e creditizia. Se il consumo si ferma, il treno si ferma. Ed un treno fermo non e più un treno: è rottame.

 

 

 

CAPITOLO UNDECIMO

 

AUTOMAZIONE, PRODUZIONE, CONSUMO

 

 

 

La attuale rivoluzione industriale della automazione è un tipico esempio della irruzione della scienza nella vita moderna. La sostituzione di catene automatiche di lavorazione alla mano d'opera, libera masse umane di lavoratori e crea disoccupazione tecnologica. Per la sua importanza questa può assumere un pericoloso aspetto ciclico, e mettere la società moderna di fronte a gravi pericoli. Gli economisti ortodossi proclamano la tesi del lasciar fare. «A più bassi salari il disoccupato trova sempre un industriale che lo assume al lavoro», scrive Einaudi. Ma livelli inferiori di guadagni, in corrispondenza a gettiti maggiori di prodotti, creano una deficienza cronica di consumo. Ovviamente, la posizione ortodossa è una via senza uscita.

Le nuove scuole economiche partono da posizioni opposte, e cioè, da una premessa reale: la scoperta di nuovi metodi tecnici capaci di riprodurre sul mercato dei prodotti vecchi, (o dei prodotti nuovi) con minore impiego di fattori produttivi, libera parte dei fattori produttivi dagli impieghi precedenti in cui erano permanentemente utilizzati.

Ne consegue che il progresso tecnico crea delle riserve potenziali di fattori produttivi (cioè delle scorte di ore lavoro disponibili, di materie prime, di macchinari, di energia ecc.) che possono venire liberate ed accantonate fuori del ciclo produttivo, nello stesso momento in cui le nuove tecniche vengono applicate.

L'applicazione di automazione crea quindi delle riserve di beni reali disponibili, libere per altri usi. Ossia, l’applicazione delle nuove tecniche produttive, fa comparire sul mercato un risparmio reale che va ad accrescere le scorte disponibili sul mercato; scorte di mano d'opera, di materiale, di impianti, di energia, etc. Il problema è quello di salvaguardare gli sbocchi, ossia le contropartite monetarie, le rappresentazioni creditizie di questo risparmio reale. E’ evidente che in questo caso i segni monetari, ossia le rappresentazioni contabili e bancarie di questo fenomeno, in mano ai privati che spendono devono crescere, non diminuire, come pretenderebbero gli ortodossi della economia classica.

Abbiamo affermato che per la nuova scuola la esistenza di fattori produttivi inutilizzati giustifica la dilatazione monetaria e creditizia, qualora la spesa globale non sia sufficiente ad assorbire tutti i prodotti offerti, o perché sia tesaurizzata o perché sia congelata da qualche parte nel mercato. In tal caso L’aumento della circolazione non determina inflazione; anzi, riporta i fattori inerti nel ciclo produttivo. La maggiore massa di moneta si controbilancia come maggior gettito di prodotti creati a costi decrescenti. La automazione, rendendo disponibili dei fattori produttivi, crea dunque le premesse per una dilatazione monetaria. Sappiamo anche che possiamo aumentare la circolazione con due sistemi: aumentando la spesa statale, oppure aumentando la spesa privata. Le soluzioni possono essere alternative, ovvero congiunte.

In base ai principi che abbiamo enunciato, per affrontare l'automazione bisogna dilatare la spesa, di una cifra che corrisponde alla integrale utilizzazione di tutti i fattori di produzione. La soluzione si profila con quattro ipotesi differenti. Le esamineremo una dopo l'altra, per vedere quale delle soluzioni sia la più conveniente dal punto di vista delle scuole moderne e delle scuole ortodosse.

Questi quattro modelli non sono gli unici, ma sono i fondamentali. E siccome sono semplificati, servono bene per illustrare i diversi lati del problema e per orientare le nostre decisioni.

 

 

Piena occupazione per iniziativa privata

 

 

Questo modello presuppone che la piena occupazione possa attuarsi per solo effetto della iniziativa privata la quale possieda sufficiente reddito e sufficiente volontà di spesa, per potere da sola convogliare nel ciclo produttivo tutti i fattori disponibili, comprese tutte le innovazioni tecniche. Si presume che, o per buona politica, o per buona fortuna, la spesa globale, rappresentata dai consumi e dagli investimenti netti, sia proprio sufficiente a questo scopo. Questo è il caso più semplice; e certo il migliore; ed è evidentemente il più auspicabile. Purtroppo non si verifica spesso, e se si verifica non dura a lungo. Accelerazioni e recessioni vulnerano continuamente questo equilibrio.

Se la spesa privata non è sufficiente, quali sono le vie da seguire?

Le vie da seguire sono tre; e precisamente:

si possono aumentare le spese pubbliche per aumentare la spesa globale;

si possono ridurre i prelievi fiscali; per aumentare la spesa privata, senza ridurre la spesa dello Stato. I primi due modelli provocano un deficit del bilancio.

Infine, si possono aumentare le spese pubbliche aumentando le entrate fiscali, di modo che il bilancio non sia in deficit.

Vediamo come un economista americano illustra queste tre ipotesi.

 

 

I modelli di Samuelson

 

 

Ammettiamo di avere una nazione che abbia un prodotto nazionale netto di 200 miliardi di dollari all' anno. E che realizzi questo reddito in regime di piena occupazione. Ossia utilizzando tutti i fattori disponibili ivi comprese le innovazioni tecniche che si vanno realizzando. «Nella tabella che segue vediamo (numeri 5 - 6 - 7) come il prodotto nazionale netto si ripartisce:

 

in consumo, investimenti, e spese pubbliche. (I numeri 6 - 7 - 3 sono in neretto perché gli investimenti sono stati fissati arbitrariamente, per ogni modello; e così pure le spese pubbliche ed i tributi).

«Per calcolare il consumo, bisogna sapere quale è il reddito disponibile per i privati, e quale è la loro propensione media al consumo, in relazione a quel livello di reddito.

«Per ottenere il reddito disponibile, prendiamo il reddito globale della nazione, (I) deduciamone il risparmio nella delle società azionarie (2) e togliamo anche i tributi netti (3): il resto è il reddito disponibile. A questo punta introduciamo una nuova ipotesi.

«Immaginiamo che la propensione al consumo sia di 4./5 del reddito e di risparmiare 1/5 del proprio reddito individuale. A questo punta le nostre ipotesi per definire una situazione precisa di mercato sono complete.

Vediamo come variano le conseguenze col variare delle soluzioni proposte.

 

Modello I: Piena occupazione per iniziativa privata

 

 

«Tanto le spese pubbliche (n. 7) che i tributi netti (n. 3) sono di 30 miliardi di dollari. II reddito disponibile sui duecento miliardi di prodotto netto nazionale sarà pertanto inferiore di (6 + 30) miliardi di dollari. Ossia sarà di 164 miliardi di dollari.

«Data la propensione marginale al consumo di 4/5 il consumo effettivo sarà (n. 5) di 148 miliardi di dollari.

«Perché si mantenga la piena occupazione la formazione netta di capitale investito dai privati (n. 6) deve essere necessariamente di 22 miliardi di dollari.

(200 - 148 . 30) ». Ciò equivale a dire che una spesa privata di 22 miliardi di dollari teoricamente deve bastare per occupare ogni fattore produttivo; anche i fattori costituiti da miglioramenti tecnici; quei fattori cioè o che provocano rinnovamenti di impianti od ammortamenti di impianti vecchi.

 

QUATTRO MODI PER RAGGIUNGERE LA PIENA OCCUPAZIONE

(Il modello IV è l’obbiettivo della linea Elnaudl - Vanoni. II modello II è quello da seguire)

 

 

MODELLO I

Espansione

di investimenti

privati

MODELLO II

Spese e Deficit di

bilancio

MODELLO III

Riduzione di

tributi e deficit di bilancio

MODELLO IV

Bilancio in pareggio più

spese e più

tributi

1) Prodotto nazionale Netto

 200

 200

 200

 200

2) Meno risparmio netto delle società azionarie

 6

 6

 6

 6

3) Meno tributi netti

 30

 30

 17,5

 80

4) REDDITO RESIDUO DISPONIBILE

 164

 164

 176,5

 114

5) Spese per consumo variano di 80 cents per ogni dollaro di variazione del reddito residuo disponibile …………………….

 

 

148

 

 

148

 

 

158

 

 

108

6) Formazione netta di capitale privato

 

 22

 12

 12

 12

7) Spese dello Stato

 

 30

 40

 30

 80

8) Disavanzo del bilancio statale

 0

 10

 12,5

 0

 

(Samuelson: Economics and introductory analysis)

 

 

 

Se si verifica tale caso, il bilancio dello Stato è in pareggio per definizione, perché non occorre a1cun intervento della spesa statale per integrare la spesa privata. Da sola essa è sufficiente.

«Però se gli investimenti netti dei privati non arrivassero a 22 miliardi di dollari ma diminuissero poniamo di 10 miliardi, cosa avverrebbe?

«Se il governo non prende alcuna misura il prodotto netto nazionale si contrae, per effetto del moltiplicatore, di una cifra molto superiore ai 10 miliardi e precisamente di 40 miliardi. I tre modelli seguenti indicano cosa si deve fare perché ciò non accada.

 

 

Modello II: Le spese pubbliche deficitarie quale mezzo per raggiungere la piena occupazione.

 

 

«In questo modello i tributi non mutano. Aumentano invece le spese pubbliche di 10 miliardi di dollari, per compensare la diminuzione di 10 miliardi di dollari negli investimenti privati. Ora, naturalmente, c'è un disavanzo del bilancio: di 10 miliardi di dollari».

II pieno impiego continua a condizione che i 10 miliardi siano spesi in consumi, e siano moltiplicati dal moltiplicatore.

 

Modello III: Riduzione dei tributi per raggiungere la piena occupazione.

 

 

«Si riducono i tributi per lasciare il reddito nelle mani dei privati in misura sufficiente ad indurli ad aumentare il consumo, dello stesso ammontare di cui sono diminuiti gli investimenti. (10 miliardi di dollari). II governo continua a spendere 30 miliardi di dollari.

«Per effetto della propensione marginale al consumo sappiamo che per indurre il pubblico a spendere 80 cents occorre lasciargli 1 dollaro; per indurre il mercato a spendere in consumi 10 miliardi di dollari occorre ridurre le entrate fiscali di 12,5 miliardi di dollari. Avremo un disavanzo di 12,5 miliardi per ottenere lo stesso effetto che col modello II si è ottenuto con 10 miliardi di dollari ». Questo sistema dunque è più costoso.

 

Modello IV: Spesa statale con bilancio in pareggio e tributi crescenti.

 

 

Possiamo sanare la contrazione degli investimenti privati, aumentando la spesa dello Stato. E per fare in modo che il bilancio dello Stato non sia in deficit, si aumenteranno contemporaneamente anche i tributi.

Questo modello corrisponde a quello proposto dalla dottrina ortodossa; e il modello caldeggiato dai classici. Corrisponde alla «linea Einaudi» italiana. Oggi il nostro governo formula appunto la tesi dell'aumento dei tributi, per sostenere una maggiore spesa statale, integrativa della scarsa iniziativa privata. Sostiene il rigido controllo del bilancio, nella speranza di riportarlo al pareggio. Vediamo cosa dice l'economista americano su questo modello:

« In questo caso per integrare 10 miliardi di deficiente spesa privata, le spese pubbliche dovranno aumentare di ben 50 miliardi. Si ha dunque come primo effetto una enorme espansione della economia statale. Il settore statizzato diventa preminente. Ciò è indispensabile se si vuole mantenere il bilancio in pareggio ».

«Infatti, ogni aumento di tributi riduce ulteriormente la spesa privata; e costringe lo Stato a dilatare di più in più la sua spesa integratrice. In pratica ogni aumento di tributi, per mantenere il pareggio del bilancio, contrae la capacità di consumo, che a priori era gia insufficiente e che si voleva aumentare. Lo Stato deve compensare con la sua spesa due contrazioni di spesa privata; quella originaria, e quella provocata dalle sue esazioni fiscali». Il suo sforzo quindi è doppio ». L'area del suo intervento si dilata.

 

 

La linea Einaudi decreta la morte del ceto medio

 

 

In questo caso la spesa statale cresce col crescere della pressione tributaria e col decrescere della spesa privata. Si ha in un trasferimento di tutte le iniziative del settore privato a quello pubblico, un vero esproprio silenzioso, si ha una drastica ed inevitabile statizzazione di tutti i settori produttivi. Un ingigantimento della organizzazione dello Stato, per prelevare la ricchezza (fisco) e per spenderla (nazionalizzazioni e burocrazia). Tutta la classe dei veri imprenditori, agricoltori e commercianti rimane di più in più svuotata di tutte le sue possibilità di azione e di iniziativa, deperisce muore.

II Samuelson conclude con queste parole: «la preoccupazione di mantenere il bilancio in pareggio, apparentemente è un ragionamento ortodosso; in realtà, è un provvedimento rivoluzionario e sovvertitore dell’ordine sociale; ROVESCIA E DISTRUGGE LA LIBERA INIZIATIVA PRIVATA, creando una generate statizzazione».

Egli non può fare a meno di osservare che il modello III, che si fonda sul disavanzo sistematico dello Stato «dal punta di vista della economia classica, è una eresia. PERO' SALVA LA INIZIATIVA PRIVATA», e scrive questa frase che può essere adottata come definitivo giudizio sulla linea Einaudi: «per queste ragioni vi sono dei conservatori, anche ortodossi, che sostengono che il bilancio in pareggio è un pericolo più grave di un bilancio in disavanzo. I tributi elevati e il bilancio in pareggio, per la sopravvivenza della libera impresa sono i pericoli mortali ». E conclude: «proprio per questa ragione, quando gli investimenti ristagnano, solo un socialista può permettersi il lusso di essere ortodosso della finanza, e può predicare La dottrina della parsimonia, delle tasse elevate, del bilancio statale in pareggio».

Parole gravi, che dimostrano in quale baratro ci abbia portato l'attaccamento ai modelli ortodossi che la nuova scienza ha superato. Einaudi e un socialista? E un alleato del socialisti?

 

 

La linea Einaudi porta alla statizzazione

 

 

No! La linea Einaudi porta irrevocabilmente alla statizzazione delle iniziative, per la progressiva compressione del settore privato, e la parallela dilatazione del settore statale. Ma ciò non significa affatto che porti verso una società socialista. Anzi, questa linea costituisce una spinta verso una forma di controllo della economia da parte di ceti sempre più ristretti, chiusi, e privilegiati, che sono formati dalla aristocrazia degli alti burocrati dello stato e del pochi gruppi dominanti. Questi sono trascinati a perpetuare tale malsana situazione, perché essa pone nelle loro mani leve di dominio senza limiti, senza controllo e crescenti.

 

Luigi Einaudi è partigiano di una linea e di un modello che rafforza l’alleanza tra monopoli nazionali, burocrazia statale, e forse di interessi stranieri. Egli rappresenta, dal punto di vista teorica, il punta di convergenza di tre interessi concomitanti. L’interesse della burocrazia statale, di accrescere il proprio dominio; l’interesse dei monopoli nazionali, di dominare lo Stato; e l'interesse della concorrenza internazionale di svuotare e restringere la iniziativa privata delle medie e piccole aziende italiane.

Questa opera, viene facilitata dalla scorrevolezza, e dalla apparenza innocente, che assumono i ragionamenti ortodossi nella bocca dei paladini della libertà e del liberalismo. Le persone, che possono misurare, in tutta la portata, la contraddittorietà delle conseguenze che provocano i ragionamenti del liberisti e degli ortodossi sono poche!

Concludendo diremo che noi siamo guidati da liberisti che parlano di libertà, ma che in realtà distruggono la libertà. Che propongono di difendere la iniziativa privata; ma in realtà rendono inevitabile la statizzazione. Tutto ciò prova che il modello ortodosso che noi seguiamo non ci consente di attuare né il pieno impiego, né la trasformazione strutturale della nostra società.

Se noi vogliamo rimanere fedeli alle idee degli economisti classici ed ai principi ortodossi, possiamo anche tentare questa via, ma occorre che sia chiarimenti detto che la contropartita di questa fedeltà alle vecchie idee sarà la distruzione di ogni privata iniziativa; il gigantismo dell' economia statale; il trionfo della burocrazia; L’assenza di ogni democrazia aziendale, industriale e produttiva.

La contemporanea fine di ogni illusione liberista e socialista, divorate entrambe dalla piovra statale. Questa piovra fatale esce da un uovo che ha il candore della innocenza, e che si chiama «orrore del disavanzo statale».

Evidentemente la via non e questa!

 

 

La via della salvezza

 

 

Il modello da seguire per realizzare la piena occupazione e la trasformazione strutturale della società italiana è il secondo. Questo è il modello attuato in Canada, in USA, in Olanda, in Danimarca: 1) dilatazione del deficit sistematico del bilancio per integrare lo scarso consumo privato; 2) dilatazione del credito per rafforzare l'aumento del consumo privato; 3) maggiore gettito di produzione a costi decrescenti; 4) recupero dei deficit statali iniziali sugli utili che il sistema consegue dopo essersi trasformato. (Conguaglio decennale del saldi attivi e passivi al bilancio).

Vedremo come questo modello si inserisca concretamente nelle possibilità pratiche del nostro tempo; e come si giustifichi per le conseguenze teoriche delle scuole scientifiche contemporanee.

A questo punta va sottolineato che la dilatazione monetaria costituisce una redistribuzione di reddito perché l'aumento della spesa pone nelle mani dello Stato, o dei privati, la disponibilità di beni reali. La dilatazione monetaria deve quindi essere attuata con il chiaro obiettivo di impedire la costituzione di «accantonamenti monetari» eccessivi o di utili di congiuntura, a favore di particolari settori privilegiati.

 

 

Automazione e propensione al consumo

 

 

Infatti l'accantonamento di eccessive riserve monetarie in mano di particolari settori ridurrebbe la propensione al consumo e dilaterebbe la propensione all' investimento. Per effetto del moltiplicatore, se si riduce la propensione al consumo si contrae la dilatazione delle successive ondate di consumo; e conseguentemente si riducono anche le successive ondate di investimento, che sono la conseguenza di ogni nuova spesa di consumo. Se si vogliono dilatare gli sbocchi della produzione, e contemporaneamente assicurare gli investimenti necessari al rinnovamento degli impianti, bisogna che il governo operi per aumentare la propensione marginale del consumo. Bisogna fare propaganda contro la parsimonia. Quindi in un'epoca di produzioni di massa, il problema è di dilatare i piccoli consumi e piccoli redditi. Lo sviluppo degli investimenti deve attuarsi attraverso la vastità e la sicurezza del salari. Contrariamente alle affermazioni degli ortodossi dell' economia, non si devono erogare i redditi prevalentemente a nuovi investimenti, bensì prevalentemente ai nuovi consumi. I salari creano gli investimenti.

 

 

 

Giusta redistribuzione dei redditi di lavoro

 

 

La automazione rende possibile una redistribuzione del redditi monetari e reali. Questa redistribuzione non scalfisce la proprietà del mezzi di produzione, che restano di chi sono. Incrementa i redditi di lavoro: crea giustizia sociale.

In primo luogo abbiamo aumento dei redditi nelle categorie consumatrici dei prodotti automatizzati, impiegati nei centri di lavoro che si automatizzano. Ma l' aumento dei salari nelle sole fabbriche automatiche non basta. Da solo il provvedimento concentra il reddito nelle mani di una piccola aliquota della popolazione. Gli operai diventerebbero un ceto privilegiato. D'altra parte, la spinta alla smobilitazione delle maestranze eccedenti è irresistibile. Non si può presumere di cristallizzare le situazioni con redditi di favore su categorie scelte in base all'impiego 1956. Occorre creare altre occasioni di redditi fuori ed a fianco del gruppi industriali che si vanno automatizzando, in modo da facilitare l'esodo della mano d'opera dalle occupazioni tradizionali alle occupazioni moderne. I redditi delle nuove occupazioni debbono essere superiori, in modo da determinare un incentivo allo spostamento ed alla parallela qualificazione delle maestranze. Devono essere redditi abbondanti e sicuri in modo da togliere al trasferimento il carattere di rischio. La trasformazione va fatta quindi in regime di pieno impiego, non in regime di sotto impiego perché ]'esigenza fondamentale è la sicurezza dell'uomo.

Questo lato del problema pone la necessità di dilatare la iniziativa degli imprenditori e degli innovatori L'investimento e la conseguenza del basso costa del denaro e degli alti utili. Occorre dunque una politica creditizia di denaro facile e poco costoso, e di prezzi favorevoli.

Occorre in secondo luogo una politica di protezione degli utili industriali dovuti alla automazione. I redditi di impresa vanno esonerati da ogni prelievo fiscale, nei limiti in cui vengono destinati a perfezionamenti tecnici ulteriori o a impianti nuovi.

 

 

Proteggere i nuovi redditi di impresa

 

 

 

II fenomeno fondamentale della nuova tecnica è l’accorciamento del periodo di ammortamento degli impianti industriali. II progresso tecnico tende a rendere rapidamente vecchi gli impianti per effetto di nuove scoperte. L'accantonamento delle riserve monetarie per questi ammortamenti deve essere più rapido. Questo fenomeno va favorito: l’ammortamento deve essere esente da onere fiscale. Bisogna the lo Stato non falci il grano in erba.

 

 

Favorire gli investimenti complementari e strumentali

 

 

Altro fenomeno della nuova tecnica è la moltiplicazione dei beni strumentali e complementari, che vengono a rendersi necessari per la fabbricazione di ogni nuovo prodotto automatizzato.

Ciò provoca la spinta a creare nuove fabbriche di prodotti speciali. I vecchi consumi, con nuovi metodi, creano nuove richieste. La spinta all'investimento si dilata come una spirale.

Per facilitare l’investimento e il rinnovamento degli impianti, il reddito destinato a questo scopo deve essere esentato da oneri fiscali: si può porre la condizione che si depositi in conti correnti bancari che il titolare di impresa dovrebbe vincolare e impegnarsi entro un triennio a utilizzare per pagamento di nuovi impianti o di trasformazione di vecchi impianti dandogli diritto a facilitazioni creditizie integrative della spesa di rinnovamento tecnologico.

Questi depositi di risparmio volontario per rinnovamento di impianti dovrebbero essere accompagnati da una autorizzazione alle banche a espandere su di essi la circolazione creditizia, mantenendo uno scarto estremamente basso di liquidità (del 5%). La conseguenza sarebbe questa: che ogni deposito destinato al rinnovamento tecnico del mercato provocherebbe una grande spinta alla dilatazione della circolazione creditizia, così il beneficio del singolo industriale si dilaterebbe sotto forma di credito su tutta la collettività, favorendo tutti coloro che hanno capacità, coraggio ed iniziativa per intraprendere nuovi lavori produttivi.

La storia dimostra che la stabilità del mercato è legata al fatto che il comportamento degli operatori è legato alla legge dei grandi numeri. Ogni orientamento univoco degli operatori, che spezzi il funzionamento di questa legge, rende instabile il sistema, insicuro l’ambiente e determina l’obbligo del governo di intervenire per ristabilire l’equilibrio spezzato. L'azione governativa è la tipica azione di contro-azione (feed-back) delle macchine automatiche e dei meccanismi biologici di autoregolazione.

«Se gli operatori tutti insieme ritirano i depositi, se tutti insieme i proprietari di terre vendono le terre o vendono le azioni, o cedono le fabbriche, tutta la moneta dello Stato non basterà per pagare la immensa massa di azioni, di case, di terre offerte sul mercato, perché la massa monetaria è adeguata ai bisogni che nascono dal comportamento medio, in base al quale le operazioni contrarie si controbilanciano, e si saldano solo le differenze. Tutte le terre di Francia non potrebbero essere acquistate nello stesso giorno da tutto l’oro del mondo. Ciò non pertanto il loro valore è reale e non è chimerico anche se la contropartita monetaria per un trasferimento totale, manca» (Law: II lettera sul credito).

Ma non avviene mai che nella stesso giorno siano richieste tutte le terre di Francia, o sia offerto tutto l’oro del mondo. Se ciò avviene significa che qualche cosa non va, e che l’automatismo, che rende costanti e contrari i due flussi (di acquisti e di vendite), si è infranto e che la legge dei grandi numeri non funziona più. Significa che le condizioni ambientali non consentono più quella costanza che garantisce la sussistenza di una vita economica organizzata. Le oscillazioni dei prezzi non riflettono la perdita di valore o l’aumento di valore di questo o di quello strumento, ma semplicemente sono l’indice della disintegrazione ambientale del mercato. E non possono essere curate che reintegrando le funzioni autoregolatrici che sono la premessa della efficienza dell’ambiente.

 

 

 

Cointeressare gli assicuratori al progresso tecnologico

 

 

II governo deve fare in modo che le organizzazioni esistenti sul mercato siano automaticamente mobilitate a questo scopo. E per questo conviene seguire l'esempio americano, dove si è associato la struttura delle assicurazioni alla struttura bancaria per garantire ai depositanti il rimborso dei depositi in caso di panico. La stessa legge potrebbe essere adottata in Italia, in un primo tempo, per favorire il risparmio destinato agli investimenti ed ai rinnovamenti tecnologici.

Come nel nord America anche in Italia le società assicuratrici possono essere invogliate a concludere con gli Istituti di credito contratti di garanzia per il rimborso dei depositi bancari.

Si sa che in caso di panico, nessuno, al di fuori dello Stato, è in condizione di trasformare in fondi liquidi tutti i beni che esistono in una nazione. Ciò non vuol affatto dire che i beni abbiano perso il loro valore. Per questa ragione gli assicuratori dovrebbero poter riscontare a vista, presso il Tesoro, i contratti di assicurazione nel caso della esplosione di panico, determinato di solito da irrazionale comportamento del governo, il cui compito è quello di mantenere sicuro l’ambiente produttivo.

Passato il momento di punta, che provoca la corsa al ritiro dei depositi, il pubblico ritorna naturalmente alle banche e restituisce la moneta che ha provvisoriamente tesaurizzata, rientrando nella normalità. E’ sufficiente stipulare tra le società assicuratrici e il governo l'obbligo della estinzione progressiva dell'operazione, con la integrale restituzione al Tesoro delle somme transitoriamente anticipate, per rastrellare la massa dl circolante dal mercato e ripristinare l'uso corrente della moneta bancaria. Gli economisti classici tremano di fronte a queste proposte che ledono la loro fede nella teoria quantitativa della moneta. Pure, la semplice esistenza di un simile meccanismo contrattuale rende impossibile l’esplosione del panico e la corsa al ritiro. Come viene dimostrata dalle esperienze USA.

 

 

Teoria quantitativa della moneta e principio di indeterminazione

 

 

Gli economisti ortodossi collegavano rigidamente la quantità della moneta al valore della moneta. Per conseguenza concepivano rigidamente il meccanismo monetario imponendosi un controllo quantitativo rigoroso del numero delle banconote emesse e della quantità del credito erogato, ora per ora, giorno per giorno. Elevando delle barriere psicologiche invalicabili, su determinate cifre creavano a se stessi delle colonne di Ercole immaginarie. Gli economisti ortodossi, anche quando facevano uso dello strumento monetario, nel loro tentativo di normalizzare il mercato, non collegavano i loro interventi alla disponibilità di scorte e di beni strumentali non utilizzati, o a riserve tecniche capaci di trasformare i metodi produttivi. Il loro ragionamento obbediva ai canoni del determinismo. La loro ipotesi rigettata dalle nuove scuole economiche, non teneva conto del «principio di indeterminazione di Heisenberg» (1927) oggi pienamente accettato dalla scienza. La teoria quantitativa era una estrapolazione del determinismo.

II determinismo di Laplace consiste nel dire che se fosse possibile procurarsi i dati completi concernenti lo stato dell'Universo per esempio durante il primo minuto del 1600, con un semplice calcolo si sarebbe potuto dedurre tutto l’elenco degli eventi passati e futuri. L' avvenire era determinato dal passato. Applicato alla economia, il postulato si traduce: l’avvenire monetario di un paese è determinato dal passato monetario di quel paese. Quindi tutto il futuro sta nelle cifre dei bilanci.

Heisenberg ha dimostrato che non si possono mal riunire più della metà degli elementi necessari a determinare un avvenimento futuro, perché l'altra meta degli elementi non possono esistere che quando l’avvenimento si è realizzato.

Questo è il principio della indeterminazione. I contabili e gli economisti, con bilanci e statistiche hanno creduto e credono, che aumentando di precisione nella raccolta dei dati si possa ragionevolmente o prevedere il futuro, o pianificare lo sviluppo. Errore! Quando la misura sorpassa un certo limite, quando si entra nel dominio delle unità piccolissime (elettrone, fotone, mesone) si trovano le irregolarità più capricciose; i movimenti dei corpuscoli minimi sembrano dominati dalla fantasia più scapigliata. Lo stesso fenomeno avviene nel comportamento umano. II comportamento dei singoli individui sembra dominato dalla liberta più sconfinata: sembra....

Questo apparente disordine è la condizione per la validità delle nostre leggi fisiche e chimiche; queste sono rigorose solo se i movimenti sono disordinati, perché solo in tal caso entrano in giuoco le leggi del grandi numeri, e le leggi della probabilità. Tutti i fenomeni del microcosmo (come tutti i fenomeni sociali) sono delle risultanti. Vi è quindi un grande numero di fenomeni elementari apparentemente contraddittori ed inspiegabili e di questi ci è nota solo la risultante, solo l’involucro, ma questa risultante è costante. Le vendite e gli acquisti delle terre si conguagliano. I depositi e i prelievi bancari si equilibrano. Gli arrivi e le partenze da una città si equivalgono.

Il «principio di indeterminazione» applicato ai fenomeni scientifici modifica profondamente ogni nostra concezione sul rapporto causa effetto. Il problema diventa: «in quale modo l’ordine nasce dal disordine». Questo principio dà una giustificazione scientifica del comportamento libero, indipendente e apparentemente contraddittorio, dei singoli individui dentro al complesso sociale. Non spiega solo l'anarchia atomica. Spiega anche la libertà individuale, e la contraddittorietà del comportamento dei singoli. Questa contraddittorietà, nel campo bancario, garantisce la solvibilità delle banche perché mentre uno ritira, l’altro deposita, e la scorta liquida minima assicura il funzionamento del sistema. Questa contraddittorietà garantisce la costanza dei valori dei beni perché mentre uno compera, da altri si vende la stessa merce. Ma lo stesso principio garantisce l’efficienza dello sviluppo delle iniziative di investimento e delle trasformazioni strutturali del mercato. Perché è proprio la contraddittorietà degli orientamenti degli imprenditori che impedisce la corsa univoca all'accaparramento di alcuni tipi di beni e alla creazione di medesimi tipi di impianti, che provocherebbero immediatamente la comparsa di quelle strozzature del mercato, nelle quali si manifestano le spinte al rialzo dei prezzi.

Per questo in epoca di automazione assume la massima importanza favorire lo sviluppo degli investimenti collaterali per beni strumentali e per beni complementari perché ciò favorisce la diversità degli orientamenti e la molteplicità delle scelte.

II principio di indeterminazione di Heisenberg opera come ammortizzatore della diffusione delle nuove tecniche all'interno del carro sociale annegando ogni scelta in miriadi di altre scelte. E tanto più il progresso si sviluppa, tanto più la necessità di aumentare le possibilità di scelta diventa urgente. Ecco come il principio di indeterminazione giustifica anche la teoria dell'aumento dei consumi, contro la teoria ortodossa del potenziamento degli investimenti.

Ma perché il progresso scientifico si diffonde? Perché non rimane concentrato nelle mani di pochi?

A questo punto bisogna introdurre un nuovo concetto nel nostro ragionamento per comprendere perché e come si diffonde il progresso tecnico nella spazio e net tempo, e perché non può rimanere isolato in un luogo; ma deve irresistibilmente dilatarsi piegando a questa necessità tutti gli strumenti e tutti gli eventi.

 

 

L'entropia regola l'Universo e governa l’economia

 

 

La scienza ci insegna che due vasi comunicanti, che hanno livelli diversi di energia tendono a livellarsi. E ci insegna che la energia accumulata in un punto delle spazio o del tempo, tende a diffondersi uniformemente nella spazio e nel tempo.

Il termine che si usa per definire questo fenomeno si chiama «entropia ». La entropia è sempre positiva, nel senso che l'energia tende a diffondersi uniformemente in tutto il sistema verso uno stato di equilibrio assoluto. Questa è la legge della degradazione della energia. Ogni trasformazione scende verso lo zero: non risale mai. Ogni trasformazione scende uno scalino che mai più verrà rimontato.

La esperienza ci insegna che questa legge è valida anche nelle trasformazioni economiche. Sotto i nostri occhi, ogni perfezionamento produttivo tende a diffondersi nella spazio e nel tempo.

Nello spazio: appena un produttore più audace lo adotta, altri concorrenti tendono ad adottare e a portarsi al suo livello tecnico. Quando anche non lo volessero, sono costretti a farlo. La entropia è una legge; non tollera disobbedienza.

Nel tempo: non appena gli scienziati nei laboratori anticipano scoperte che modificano le tecniche produttive attuali, a favore di tecniche produttive nuove, e si pongono per questo fatto, fuori della realtà economica in cui siamo immersi, in un tempo di là da venire ecco che tali scoperte creano, col loro altissimo livello di efficienza, possibilità di lucri altissimi, e generano conseguentemente altissime spinte per essere realizzate. Esempio classico: la scoperta dell'energia atomica. La speranza di un altissimo beneficio (fine immediata di un conflitto, che esprime una concorrenza armata) determina una gigantesca operazione creditizia: il finanziamento col risparmio collettivo degli U.S.A. delle officine atomiche. La più grande operazione creditizia dei secoli è stata determinata dal più grande dislivello di efficienza, in vista del più desiderato utile. l'accorciamento del conflitto!

La scienza crea nei laboratori un livello potenziale di efficienza futura. Questo livello di altissima efficienza tende a diffondersi uniformemente nella spazio e nel tempo. Questo altissimo livello crea una pressione proporzionale al dislivello che lo separa dalla tecnica attuale del mercato, ossia dal grado di efficienza raggiunta dal mercato.

A questo punta occorre introdurre un altro concetto matematico. Tra due vasi comunicanti la caduta del livello del più alto provoca lavoro. Analogamente la entropia livellando dislivelli energetici provoca lavoro.

Per la stessa ragione scoperte scientifiche che vengono messe a punto nei laboratori e applicate dagli uffici tecnici delle industrie, che sono all'avanguardia del progresso, passando dai laboratori alle prime fabbriche, e dalle prime fabbriche ai concorrenti. dilatandosi nel mercato, PROVOCANO LAVORO. In altri termini creano degli UTILI. Questi utili sono proporzionali al LIVELLO DELLA CADUTA della efficienza, dal livello più avanzato, a quello del sistema corrente.

La legge della entropia ci spiega perché gli ALTISSIMI LIVELLI POTENZIALI raggiunti dalla efficienza produttiva, che sono formalmente ISOLATI in ambienti ristrettissimi e qualificatissimi, agiscono come bacilli montani. E producono a vantaggio di chi li controlla UTILI ALTISSIMI. Ciò spiega perché l'attività degli scienziati e dei laboratori, creino delle effettive RISERVE di RICCHEZZA. Questa ricchezza è energia pura.

Pensiero in divenire. Ma è tanto vera e tanto reale quanto quella di un bacino montano.

Concludendo: la legge della degradazione della energia costringe la cultura tecnica, accentrata in pochi ambienti, a diffondersi nello spazio sociale. La diffusione determina una caduta di livello; una degradazione, che genera un utile. Apparentemente è l'utile che muove il fenomeno. Ma questo è il punto di vista soggettivo della legge. Questo spiega perché la diffusione delle tecniche nuove è irresistibile é inevitabile.

Quasi tutti i fenomeni vitali si svolgono in uno stato vicino allo stato di squilibrio. La esistenza di uno squilibrio, di un dislivello, lascia la scelta tra parecchie vie di «degradazione» (Guillemot) eguali benché diverse. Vi è quindi una scelta e una libertà.

La legge sulla degradazione della energia o legge di Carnot-Clasius ci insegna che tutti i fenomeni vitali sono soggetti alla legge della energetica. Se noi applichiamo questa legge ai fenomeni economici e sociali, comprendiamo come il progresso della tecnica e della scienza non sia che una delle forme in cui si manifesta la crescente entropia del sistema globale di cui tutti gli organismi - non solo la razza umana - fanno parte.

Nell'universo la legge della entropia è visibile ovunque. Ovunque vi sono trasformazioni. Ed ogni trasformazione è soggetta a questa legge. Tuttavia il secondo principio che abbiamo enunciato metterebbe in evidenza che la materia vivente, e quindi anche il comportamento umano nella loro evoluzione, obbediscono a una legge che non è implicitamente contenuta nel principio di Carnot. Di questo principia si trova traccia negli scritti di Lord Kelvin e di Freundlich (Leconte De Lisle).

 

 

La qualificazione umana e tecnica è una forma di entropia

 

 

Sul piano economico come interpreteremo ogni forma di qualificazione?

Come un passaggio di una energia culturale e scientifica, da un livello aristocratico, ristretto e superiore, a un livello più basso diffuso, volgarizzato e di massa. E’ una forma di degradazione di energia. Una forma di entropia.

Anche ogni trasformazione dei materiali in strumenti di produzione è una forma di entropia. Anche ogni forma di produzione, trasformazione nella qualità, nella spazio, e nel tempo è un altro aspetto della entropia, attraverso cui si diffonde la energia scientifica e culturale accumulata dagli innovatori.

Le più moderne concezioni della entropia parlano di una catena di degradazione della energia, che degradandosi si concentra progressivamente da regno minerale al regno vegetale; dal regno vegetale al regno animale all'umano; dal regno umano al regno psichico. E lo psichismo, ossia la dilatazione della cultura, del linguaggio, dell'arte, della scienza, non sarebbe che una forma di collegamento biologico, che è capace di cementare masse umane sempre più vaste in unita sociali internamente e fantasticamente disordinate, ma globalmente univoche nelle risultanze (per la legge dei grandi numeri) le quali si coordinano e si organizzano interiormente e esteriormente, per accelerare il fenomeno della degradazione della energia, affrontando compatte la trasformazione del mondo come vere e proprie unità organizzate. Questo sarebbe il senso della lotta umana per la conquista delle fonti di energia, per il dominio della natura, per la penetrazione degli spazi nel micro e nel macrocosmo: un paragrafo nella legge di Carnot-Clasius sulla entropia.

 

 

Automazione veicolo di entropia

 

 

Queste considerazioni attinte ai più recenti sviluppi della scienza ci servono per inquadrare il fenomeno della automazione nella svi1uppo di una società che offre oggi all’uomo la liberazione dallo sforza fisico, per destinare la massa umana al sempre più vasto sviluppo della vita intellettuale. Questa intellettualizzazione è la premessa per la dilatazione del legami e dei collegamenti organizzativi e sociali. Lo sviluppo del tenore di vita costituisce solo la base materiale per la liberazione di collegamenti psichici e culturali che creano e rendono efficienti le grandi unità sociali e biologiche, che compiranno le grandi trasformazioni della natura dei tempi prossimi. In questo senso va interpretato lo sviluppo di questo investimento che gli imprenditori sono chiamati a compiere, e i governi rendere agevole e piano. Arriviamo quindi a queste conclusioni:

1) La caratteristica della civiltà moderna è di avere delle enormi scorte disponibili, nel campo dei prodotti alimentari e dei prodotti industriali e ciò significa che essa può, utilizzandole, dilatare gli investimenti.

2) La automazione rende possibile aumentare queste scorte reali. Sia perché richiede minore impiego delle stesse, per creare prodotti equivalenti, sia perché crea gettiti produttivi maggiori.

3) La automazione costituisce quindi la garanzia reale per una dilatazione dello strumento monetario, che contabilizza questo risparmio reale e lo rende utilizzabile, trasferibile e trasformabile, nello spazio, nella qualità e nel tempo.

4) La dilatazione monetaria agisce come redistributrice di reddito, nelle mani del governo mediante la spesa statale; e nelle mani dei privati mediante erogazioni creditizie. Tale redistribuzione deve favorire la nascita di un grande mercato di consumo.

5) La dilatazione del mercato di consumo, crea per effetto del moltiplicatore la dilatazione degli investimenti nei settori produttivi dei beni strumentali e complementari dei beni richiesti. Ossia la armonica crescita delle strutture produttive, garantite dalla costanza degli sbocchi.

6) La vastità del consumo costituisce la base di una sicurezza sociale che sul benessere libera gli uomini per compiti di più in più intellettuali. Precostituisce la base per la nascita alla vita dell'intelligenza di milioni di uomini assenti dalla vita intellettiva perché addormentati in secolari ignoranze. E da questo risveglio, per il calcolo delle probabilità, sta per nascere uno sviluppo di scoperte di indagini e di ricerche che arricchiranno ancora di più la cultura e la possibilità dell'uomo di operare sull’ambiente terrestre e cosmico che lo circonda. Ossia, come abbiamo affermato all'inizio di questo passaggio: la scienza dilata le occasioni di investimento. Mentre la automazione offre un territorio più vasto al reclutamento dei ricercatori scientifici.

7) In questo nuovo ambiente produttivo i costi medi decrescono, i consumi aumentano, i redditi si dilatano su aree umane sempre più vaste. E come chiamano alla vita. ed alla azione falangi di uomini nuovi, di nuovi prodotti, così permettono di rastrellare sui nuovi cespiti, nuovi gettiti fiscali. Questi potranno essere richiesti dal governo quando il sistema si sia consolidato sulle nuove posizioni produttive. L'aumento del gettito comincerà allora a compensare i deficit di bilancio degli anni precedenti. Occorre predisporre un programma di conguaglio e di compensazioni pluriennali del bilanci statali.

 

 

Una scienza nuova: la cibernetica

 

 

8) E per concludere: la dilatazione della spesa, la dilatazione monetaria (ossia il credito), la redistribuzione del reddito, l'incremento del consumi e degli investimenti, il miglioramento della qualificazione, non sono che differenti aspetti di uno stesso fenomeno. Sono vie che si aprono nel corpo sociale per la diffusione della energia culturale che si diffonde «degradandosi ». Sono i sentieri innumerevoli, i solchi differenziati del torrente delta entropia. Sono transiti. E su questo campo di indagine balbetta le sue prime parole una nuova scienza: la cibernetica. La scienza delle comunicazioni.

9) La energia culturale per ora concentrata in poche menti, monopolio aristocratico. di pochi scienziati, tende irresistibilmente a permeare di se tutto il corpo sociale, collegando in vincoli di conoscenze e di ipotesi comuni milioni di esseri, avidi di azione, assetati di collaborazione. Questa diffusione presuppone il potenziamento di alcune vie di transito della cultura e della organizzazione. Di quelle vie che mettono a contatto l'uomo con l'uomo. Il potenziamento delle scuole, dei commerci, del credito, della stampa...

10) In questa «degradazione della energia culturale», che è una diffusione di cognizioni e di occasioni di azione, ogni molecola umana è protetta nella sua libertà dalla Legge dei grandi numeri. Essa non solo può, ma deve operare nella massima libertà, nella apparente contraddittorietà, coi suoi simili. Perché la costanza dei risultati è data proprio da questa difformità di comportamenti, che si equilibrano tra di loro e si compensano. Il che ci è di conforto a credere nella libertà, assicurata, più che dalla volontà degli uomini, dalla necessità delle cose.

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO DODICESIMO

 

SICUREZZA PER CHI PRODUCE!

 

Arriviamo così alla fine di questo nostro viaggio nel paese delle meraviglie. La scienza economica dei tempi moderni non è meno mirabile e fantastica della scienza che scruta gli spazi interstellari; e che penetra nell'infinitamente piccolo tra gli atomi. Noi non abbiamo dato che alcuni punti di riferimento, di quella che è la grande via su cui si muove la corrente di idee moderne. Non per illustrare le tesi ai dotti che queste tesi conoscono. Ma per portarle a conoscenza del pubblico, che su queste tesi è stato sistematicamente tenuto all'oscuro. Una rete di interessi, di pavidità, e di conservatorismo, blocca la diffusione di questi concetti. E chi si azzarda a sostenerli, deve sopportare le ritorsioni, i ricatti, le pressioni di un mondo sordo e oscuro, formato di potenze collegate e ramificate, che tutto sanno, controllano .e regolano in base alle loro paure.

Questo libro ha uno scopo polemico; e rinvia coloro che vogliono approfondirsi ai volumi della scuola inglese, americana, danese, svedese, australiana, tedesca. E’ stato scritto per indicare una via di azione da adottarsi per la amministrazione della nazione italiana.

Non propone una terapeutica miracolosa. Afferma semplicemente che l'Italia deve adottare i sistemi che hanno adottato l'Inghilterra, l'Australia, l'Olanda, il Belgio, la Germania, l'India, il Pakistan, il Giappone, gli Stati Uniti.

Afferma che non c'è nulla da inventare; basta solo copiare. Non si pretende molto dalla classe dirigente italiana. Le si chiede di imparare a vedere i mondo coi propri occhi, e non con gli occhi del professore Einaudi. Di giudicare per propria scienza e per propria informazione, e non per scienza del decano dei nostri economisti; il quale ai tempi passati fu un economista insigne. Ma che oggi è come le riserve liquide delle banche che tanto predilige: quando poteva essere utile non fu utilizzato; e quando fu utilizzato non poteva più essere utile.

 

 

Un nuovo modello economico

 

 

Quello che noi proponiamo agli italiani - da dieci anni ormai - non è di credere a un nuovo verbo. Le verità sono aspirazioni, a cui forse ci possiamo soltanto approssimare. Noi proponiamo agli italiani di credere a un nuovo «modello» che serve a immaginare, ed a comprendere, come si concatenino e si verifichino certi fatti del mondo della produzione. Questo modello è molto diverso dal modello che usarono i classici. Ma presenta il vantaggio di guidare con chiarezza l'azione che dobbiamo intraprendere, per risollevare il paese dalle sue infinite miserie. Soprattutto è un modello che è già stato sperimentato. Questo tipo di modello, non è ne socialista ne capitalista, perché prescinde dal fatto di sapere chi sia il proprietario delle aziende. Si limita a ragionare in termini di reddito e di spesa. Di produzione e di consumo. Ed afferma che qualsiasi regime, di proprietà o privata, o socialista, o mista, deve rispettare questi punti, se vuole che il circuito della ricchezza non si paralizzi, non rallenti, non degradi nella inefficienza.

Non propone il mito di società perfetta; ma formula alcune regole di comportamento che possono rendere l'ambiente del lavoro umano relativamente stabile, costante, e quindi passibilmente sicuro, e meno rischioso.

 

 

Rendere costante l’ambiente

 

 

Tutta la evoluzione della scienza ci insegna che la vita è possibile perché in natura si attuano dei meccanismi automatici, di azione e reazione, che mantengono costante l'ambiente. Meccanismi del genere mantengono entro certi limiti, (molto ristretti) costante il clima del globo; mantengono costante il tasso di sale nel mare e quello dello zucchero, di adrenalina, e di ormoni nel corpo. La costanza dell'ambiente interno consente la sopravvivenza cellulare. La costanza dell'ambiente esterno consente la sopravvivenza delle specie animali e vegetali. Le variazioni che gli esseri possono sopportare sono sempre modeste.

Più la vita si dilata, più gli ambienti da sottoporre a regimi automatici anti-varianti di compensazione aumentano. L'uomo può vivere in società solo per effetto di istituzioni che da millenni hanno reso automaticamente costante anche l'ambiente sociale in cui si è sviluppato. In questa costanza si è radicato ogni principio di organizzazione e quindi di specializzazione e di efficienza. Nel clima di sicurezza e di efficienza l'uomo ha potuto liberare le sue qualità migliori! II suo pensiero e la sua coscienza.

 

 

Instabilità dell'ambiente produttivo

 

 

II pensiero è un meccanismo con cui egli riesce ad adattarsi a situazioni sempre più complesse e continuamente rinnovate: mondiali e forse cosmiche. L'ambiente della produzione oggi è eminentemente instabile. Questa instabilità costituisce il dramma individuale e sociale moderno. II grande sviluppo delle forze produttive nel corso delle ultime dieci generazioni pone alla umanità il compito inderogabile di creare degli automatismi che rendano costante l'ambiente produttivo. O noi troveremo questi meccanismi automatici e avremo la liberta. O noi non li troveremo e avremo la servitù e la instabilità inevitabile. Il problema odierno è ben diverso da quello dei nostri padri. Essi si erano dedicati soprattutto a cercare modelli teorici con cui assicurare la costanza di un ambiente produttivo «dentro» alle fabbriche o alle aziende agricole e commerciali. Ciò era conforme alle esigenze di un periodo di intensa crescita di organismi produttivi isolati, del tutto rinnovati dalla nuova tecnica. Il problema del coordinamento e della costanza dell'ambiente in cui cooperano queste unita produttive, corrisponde invece alla attuale fase della civiltà. I problemi oggi sono posti non dalla esistenza, ma dalla coesistenza delle industrie. Sapremo assolvere a questo compito?

 

 

Meno schemi e più esperienza

 

 

Per farlo dovremo avere una chiara conoscenza della meta che ci proponiamo ed adeguare ad essa gli strumenti di indagine e di esperienza. I modelli della scuola classica degli economisti non erano né veri né falsi; erano semplicemente conformi ai bisogni del secolo scorso. Servivano a mantenere uniforme il flusso dentro le aziende. Ma non tra le aziende.

Per questa ragione allora erano eccellenti. Proprio per questa ragione oggi quegli stessi modelli non hanno più che un valore storico; sono curiosità scientifiche. Non servono a risolvere il nostro problema.

I concetti delle scuole moderne, di «propensione al consumo; di propensione all'investimento », che abbiamo tante volte enunciati, sono solo del modelli psicologici come i concetti di Adamo Smith «propension of truck, barter and Change» o come «l’istinto delta riproduzione» di Malthus, come la «utilità marginale» della scuola austriaca, come la distinzione tra «innovatori e conservatori» di Schumpeter, come le «epidemie di ottimismo e di pessimismo» di Pigou, come i «Complessi dell'inconscio» di Freud. Il concetto di «Homo Economicus» era una caricatura deliberatamente errata per facilitare la speculazione intellettuale, e per condannare a priori l'immagine di creature molto dissimili, conformemente alle necessità polemiche del secolo scorso.

Oggi però il mondo degli economisti non ha solo dei modelli psicologici coi quali agire.

Oggi abbiamo più materiale sperimentale e concreto di un secolo fa. Questo fatto è sostanziale. Abbiamo molto meno bisogno di ricorrere a schemi, di tipo prevalentemente astratto ed introspettivo. Oggi noi disponiamo di un numero sempre più grande di informazioni. Non solo siamo in grado di rilevare e di esaminare i comportamenti umani, caso per caso, regione per regione; ma siamo soprattutto in grado di agire su questi comportamenti. La vita moderna va creando tutta una serie di professioni che si sono specializzate nella funzione di provocare la variazione delle attitudini. La tecnica di modificare i comportamenti si organizza e si sistemizza. Molti dei suoi interventi sono nuovi. Nuovi specialisti studiano i comportamenti dei gruppi e soprattutto la tecnica per la modificazione di questi comportamenti. Analizzano la efficienza comparata di tipi di stimoli diversi. E li mettono in opera. Oggi non solo possiamo fare delle ipotesi. Ma possiamo anche controllarle sperimentalmente. Oggi possiamo sperimentalmente studiare le variazioni che vi sono tra livelli differenti di reddito e di consumi. Possiamo sapere come e quanto un aumento di reddito modifica la possibilità di sbocco per determinati prodotti; quindi. possiamo determinare a priori livelli di costi decrescenti, per livelli di redditi crescenti. La opportunità di queste e di altre ricerche empiriche è grande perché determina i limiti della espansione economica.

Nel passato i dirigenti industriali e i politici volevano essere orientati sulle grandi idee e sulle formule generali. Oggi essi vogliono essere informati sui « flussi » di determinate quantità di beni specifici, da destinarsi a zone precise, in tempi definiti. Sulla diversità di distribuzioni dei redditi, tra le classi, tra le regioni, tra le età. Tutto ciò li interessa perché determina e condiziona la efficienza della struttura produttiva della nazione. Tutte queste differenze, queste anomalie, questi congelamenti. debbono essere conosciuti dal governo se vuole salvare. con interventi diretti a garantire la stabilità dei flussi produttivi la libera iniziativa dei produttori.

I modelli delle nuove scuole economiche che proponiamo sono conformi a questi scopi. Le loro rappresentazioni del mercato sono ipotesi, come tutte le acquisizioni scientifiche. Ma la importanza è dovuta al fatto che queste ipotesi consentono di effettuare degli interventi sperimentali nella realtà odierna; e di controllarne gli effetti, con un criterio razionale.

 

 

 

 

 

Ringraziamento a Luigi Einaudi

 

 

Dobbiamo chiudere queste note con un gesto verso Luigi Einaudi. Egli, al culmine degli anni e della vita di insegnamento, ci lega un estremo ammaestramento. Per assurdo, è riuscito a dimostrarci che i modelli della economia classica non possono più essere utilizzati nel tempo presente, per affrontare i nostri problemi.

Mettendo sperimentalmente un punto fermo ad una veneranda tradizione ci consente di prendere coscienza di questo fatto. Egli ci ha reso un notevole servizio: indipendentemente dal suo costo sociale. Apriamo coraggiosamente la porta verso il futuro. Onoriamo i maestri nei loro insegnamenti e nei loro errori.

 

 

Commiato

 

 

Mentre queste pagine sono stampate, migliaia di aziende italiane si dibattono nella disperazione. La moneta è scomparsa. La cambiale è sovrana. Lo strozzinaggio si pratica a Roma al 10% al mese. Spinge al suicidio gli onesti, e riempie le pagine dei giornali. La produzione italiana pare in aumento, (così dice il governo), anche i guadagni dovrebbero essere aumentati. Ma certo sono concentrati in ben poche mani, perché accanto al lusso, si nota la disperazione della maggior parte dei produttori e la stasi delle vendite in tutti i negozi.

Noi abbiamo il record mondiale dei senza lavoro. Ma deteniamo anche il primato della circolazione cambiaria, con 18 mila miliardi di cambiali all’anno. Per ogni 10 lire di carta moneta in circolazione abbiamo 120 190 lire di cambiari. Questo « ritardo» di pagamenti (al tre per mille) costa 70 miliardi. La intera circolazione monetaria italiana basta appena a pagare gli interessi passivi di questa valanga di carta. Non parliamo dei 300 miliardi di protesti annui: pari a un quarto della circolazione. C'è del marcio sotto le caste apparenze della solida moneta italiana!

Chi scrive queste pagine, è stato il primo -- e per lungo tempo il solo - produttore d'Italia che abbia preso netta e chiara posizione contro una politica economica che ha sempre giudicato nefasta. Credeva di portare un contributo di pensiero e di onesta critica alla ricostruzione della Patria.

Conobbe invece ostacoli e opposizioni di ogni genere. Imparò purtroppo che questo argomento è tabù; e non deve essere né posto né dibattuto. Così non ha potuto fare altro che mantenere vive le rivendicazioni ed attendere che i tempi per il dibattito diventassero maturi.

Coloro che hanno imposto al Paese questa linea economica parlano di liberta. Ma la liberta non è una parola. Non è libero un popolo in cui, con lo strumento di banche accecate, con funzionari condiscendenti, e con una stampa comandata, è impossibile il libero dibattito sui problemi che interessano il nostro lavoro e il nostro destino.

Non è libero un popolo in cui trionfa il più spaventoso dei monopoli: il monopolio del denaro, il monopolio bancario. Da questo monopolio è scaturita la borsa nera della moneta, nonché un regime di disperazione. di terrore, di sfiducia, nella più onesta parte del Paese. E quello che è peggio si è imposta una stasi culturale che è ancora più dannosa.

Queste parole sono dedicate a coloro che soffrono. Sono state meditate e scritte da un produttore che per primo vide il baratro, e non rinunciò a nulla per impedire la rovina; accettando qualsiasi tribuna, ed impugnando qualunque microfono per affermare la verità. Assumendosi sempre le più coraggiose e sconcertanti responsabilità.

Agricoltura, cinema, tessitura, calzaturifici, artigianati, commerci sono in crisi. Ma i produttori d'Italia non sono falliti. Fallite erano già da trenta anni le direttive che ci sono state imposte. Già due volte nella storia degli ultimi quattro decenni queste dottrine avevano provocato le stesse catastrofi, là dove erano state applicate.

II popolo italiano ha diritto di essere illuminato. Illuminare le menti significa trasformare la tragedia in cui ci dibattiamo, in un grande insegnamento per l’azione futura.

Queste pagine sono scritte con questa speranza. Per aprire un dibattito, per distruggere un mito, per ridare un coraggio, per additare una strada.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO TREDICESIMO

 

PAROLE CHIARE AGLI INGLESI

 

Non possiamo concludere senza esprimere il nostro giudizio sulla iniziativa inglese. Sarebbe troppo facile terminare con la solita imprecazione: l’accusa di «perfidia» diventata abituale, quando si parla di Albione. Ma è la ritorsione degli sciocchi!

L'Impero inglese è una anticipazione della civiltà futura. La sua forza non deriva dal dominio dei territori. Ma dalla creazione di una rete di comunicazioni, di un sistema di collegamenti.

Il Commonwealth è fondato sulla cibernetica. E’ l'impero della comunicazione. I territori e i popoli sono collegati e rimangono uniti solo perché posseggono un sistema complesso, elastico, in continuo aggiornamento, formato di strumenti, estremamente efficienti, che servono a mettere in contatto esseri di paesi, lontani, abituati a sistemi di vita, di cultura, e di tradizioni diverse.

Tutto nell'impero inglese si è sviluppato in funzione della comunicazione. Comunicazione tra clementi dissimili, si badi bene, quindi liberi; non comunicazione tra clementi livellati nella uniformità. Ciò si deve al fatto che come organizzazione politica questo impero è nato dalla necessità di tutelare e di potenziare le prime comunicazioni mercantili, e il traffico delle notizie dietro alle quali viaggiavano le merci. Non la unificazione dei linguaggi, ma la unificazione degli standard di produzione e di scambio interessava gli inglesi. La lingua si è imposta non per capolavori letterari, ma come strumento di lettere commerciali e bancarie. La sua moneta fu strumento di comunicazione mondiale. II mercato, la borsa, furono centro di incontri internazionali. La marina, l'esercito, la diplomazia, la politica, sono coordinate a garantire la sicurezza dei transiti. Londra può mutare le forme di tutti i suoi domini, creare repubbliche al posto di regni, stati sovrani al posto di mandati. II suo dominio non muta; non è fondato sui territori e sulla forma degli Stati. Non sulla presenza dei suoi soldati. E’ radicato sulla efficienza di uno strumento mondiale di comunicazione che resta in mano alla sua classe dirigente. Finché questa classe sa rendere questo strumento efficiente, essa rende tali servizi ai popoli che inquadra, da rendersi indispensabile, insostituibile, necessaria.

I popoli continentali, ancorati alla concezione territoriale dello Stato e della nazione, sono stati infinite volte indotti in errore sulla valutazione della forza politica inglese.

La verità è che Londra è la capitale di un vasto impero mercantile, di impressionante efficienza, dotato di una classe dirigente di primo ordine, aperta al basso, e selezionata da ammirevoli tradizioni aristocratiche. E’ un impero fondato sui cervelli.

Ha il controllo di una grande parte del mondo; e questo è un dato di fatto positivo, favorevole allo sviluppo della civiltà umana. Non è opportuno di agire contro questa forza. Bisogna assorbire questa struttura in una rete di strutture mondiali diverse, ma integrate tra loro. Londra ha delle abitudini di pensiero pericolose per gli altri popoli: ma ne ha altre estremamente utili alla convivenza civile.

Ogni forma di organizzazione, costituisce al presente un dato positivo: una base da cui si può partire. E che dobbiamo migliorare. A condizione che questa organizzazione sia rispettata, garantita nella sua sicurezza, e accolta nella famiglia delle altre organizzazioni.

Anche il cattolicesimo è una grande organizzazione. Ma noi non vediamo perché la Chiesa cattolica debba perseguire progetti europei, capaci di mettere in stato di permanente allarme i dirigenti britannici.

Il Mediterraneo è indispensabile alla organizzazione mercantile inglese; non è indispensabile alla struttura religiosa della Chiesa. Per il mondo conta che i transiti mediterranei siano sicuri e liberi; non conta la nazionalità dei gendarmi. Per il mondo conta che il messaggio cristiano sia umano e vero; non conta che sia sostenuto da una Europa unita e da un Mediterraneo cattolico.

Bisogna avere una chiara visione dei pericoli che sono latenti nella idea di una «unità europea ». Questo concetto risveglia una reazione atavica a Mosca e a Londra.

D'altra parte il concetto di rafforzamento dell'Occidente attraverso una unificazione territoriale è anche esso per noi un relitto atavico. Nel passato la vastità del territorio faceva la potenza degli Stati. Ma quelli erano tempi in cui la ricchezza era agricola: veniva dalla terra. L'industria non c'era. Istintivamente siamo portati a credere che quella è la via della salvezza! Errore.

Oggi la potenza non è nel controllo dei territori ma nel controllo delle strutture che assolvono funzioni internazionali. Chi controlla le comunicazioni ha in mano una forza più forte di chi controlla i territori collegati. Chi controlla il monopolio dello stagno, o del caucciù, ha in mano la forza. La potenza si è staccata dalla terra e si spostata alla organizzazione. Pensare di rafforzare il cattolicesimo unificando il continente e ricostituendo l'Impero di Carlo Magno è ricorrere a concezioni ataviche superate dai tempi.

L'Europa ha bisogno di organizzarsi nel mondo quale esso oggi è. Nel rispetto delle grandi organizzazioni politiche che sono sue vicine: Inghilterra ed URSS.

Se vogliamo fare opera costruttiva dobbiamo porre tutti i problemi continentali sul piano di integrazione non su quello di contrasto con queste due forze. E chiaro che ciò esige uno sforza di immaginazione e la ricerca di formule nuove.

 

 

Adattamento e rinnovamento

 

 

Far ciò è possibile ed è relativamente facile. I popoli hanno un immenso bisogno di collaborare. Non si può collaborare contro ma con le organizzazioni nazionali esistenti.

La caratteristica della civiltà è di essere costituita da strutture organizzate. Gli imperi, le religioni, le sette segrete, le organizzazioni produttive e mercantili, le stesse strutture monopolistiche, sono tutte organizzazioni che producono immensi benefici alla convivenza civile. Sarebbe assurdo che il bilancio di questa realtà fosse solo positivo; esso ha la contropartita negativa di immense deficienze; e quindi di immensi dolori.

Per lo più le deficienze sono dovute a scarsa comprensione delle possibilità attuali; a scarso impulso ad accettare la realtà presente. Ad una naturale difficoltà a rinnovare metodi, pensieri, interpretazioni, atteggiamenti. Ognuno sa che nella organizzazione prevale lo spirito di adattamento, che presiede alla routine dei collegamenti e delle collaborazioni automatiche, sullo spirito di rinnovamento, che presiede all'adattamento della struttura interna alle «nuove» esigenze del tempi mutati. In una epoca di rapido progresso il problema è di rovesciare questa situazione e di creare più spirito di rinnovamento.

Lo spirito di rinnovamento opera immaginando nuovi metodi di collegamento tra gli uomini: tra le organizzazioni. Agisce creando nuovi transiti alla diffusione delle idee, delle ricchezze, delle tecniche. E’ figlio della entropia. Favorisce la diffusione della energia in tutte le sue forme, e per questo crea benessere, ricchezza e sicurezza.

Segue la legge dei grandi numeri, il principio di indeterminazione e prolifera nella contraddizione e nella libertà.

Se noi vogliamo portare un contributo alla civiltà, dobbiamo favorire quelle folle, che rinnovano dall'interno le strutture organizzate esistenti. Che le rendono consapevoli delle nuove possibilità che la storia offre a l’uomo.

 

 

La guerra continua

 

 

Oggi la guerra non si può dire finita; continua. Ma non dovrebbe continuare tra le nazioni. Ma dentro le nazioni. tra coloro che sono attaccati alle forme defunte di vita, agli odi, che li isolano, ai settarismi; contro coloro che sono spinti verso il rinnovamento del metodi, dei pensieri, delle interpretazioni, e che si sentono portati a tutto ciò che ci collega e ci rende vivi, in una grande umanità in progresso ed in sviluppo, verso le conquiste della scienza, del benessere. e del vero. Oggi la lotta è per il contatto tra gli uomini, tra gli enti, tra le nazioni. E’ per la comunicazione contro l'isolamento. E’ per la vita.

La tragedia del mondo attuale è il punto di arrivo di diffidenze secolari, di reticenze diplomatiche, ma anche di preveggenza e di tempestività ammirevoli. Ha un volto atroce; ma ne ha anche uno mirabile. Dice quello che può l’intelligenza umana. Ci si può disperare, ma si può anche molto sperare.

Per questo noi chiudiamo queste pagine con una presa di posizione verso coloro che consideriamo nostri avversari, non nostri nemici. Diciamo: abbiamo compreso il vostro gioco. Soprattutto valutiamo i vostri timori. Tra due organizzazioni, sempre, si può stabilire un incontro. Una convergenza non può fondarsi che su problemi e su obbiettivi visti con chiarezza.

Queste parole vogliono essere un contributo verso la chiarificazione. Noi siamo ottimisti perché crediamo negli uomini, malgrado gli errori degli uomini.

 

Vallemosso, aprile-maggio 1956.