SELLA DI MONTELUCE
VERITA’
SULLA FINANZA
ITALIANA
EDIZIONI
Problemi del Ceto Medio Produttivo
ROMA
SECONDA EDIZIONE - MAGGIO 1957
(VI-X migliaio)
Proprietà letteraria riservata - Printed
in Italy, 1957 - Copyright 1957 by
«Edizioni Problemi del Ceto Medio Produttivo, Roma ».
COPERTINA DI MAURIZIO PISONI
«A proposito delta famosa
restrizione creditizia si deve ribattere che essa non costituì la causa
principale delta svolta del 1947. Sebbene il giudizio consueto sia in questo
senso, e moltissimi abbiano interesse a che il giudizio medesimo si ponga in
tale direzione, lo evento storico è differente. E verrà il tempo in cui sarà
dimostrato che il governo e i governi dell' epoca fecero praticamente nulla. A
quella epoca, in quel senso, l'artefice di quella svolta porta un nome
straniero; quanto ai reggitori italiani essi garantirono semplicemente la
svolta in parola.
Senza quell’artefice
straniero, la svolta sarebbe durata pochissimo: diciamo una settimana ».
(Così il prof. De Maria, della Università Bocconi di Milano. in « Giornale
degli Economisti », pagina 529, n. 9-10, settembre-ottobre 1951).
PREFAZIONE
Questo libro lascerà
perplessi molti lettori, ognuno dei quali, seguendo l'A. nelle sue
argomentazioni, si chiederà: la scuola ortodossa è dunque tramontata? La
dottrina che, per tanto tempo, ha ispirato i nostri economisti di rango
elevatissimo e di fama internazionale, deve essere definitivamente seppellita,
per far posto alle nuove teorie delle scuole moderne? E’ tutta negativa la
posizione degli economisti del rango di Einaudi, ed è tutta positiva la
posizione dell' A. di questo libro?
Hanno ragione gli
ortodossi, e torto gli innovatori, o viceversa?
Una risposta non è
facile, e la perplessità e gli interrogativi permangono, soprattutto nella
mente del profano, il quale, tuttavia, non può non prescindere dalle
considerazioni fondamentali che seguono.
L'Italia è un paese con
un elevato numero di disoccupati - due milioni - permanente, e con un rilevante
numero di sottoccupati. Il reddito pro-capite è uno dei più bassi del mondo; la
pressione fiscale una delle più alte, con un prelievo sul reddito che arriva al
37 per cento. Il costo del denaro è elevatissimo (negli Stati Uniti d'America
il denaro costa non più del 3-4 per cento; in Italia, in media, il 10-12 per
cento, e solo per il medio-credito si ha il 6,50 per cento); il credito a medio
termine è limitatissimo, e gravato di pesanti garanzie; il credito di esercizio
è insufficiente; il livello dei consumi e bassissimo; la bilancia commerciale
in deficit pauroso; la circolazione cambiaria enorme; il numero ed il valore
dei protesti spaventoso (un miliardo al giorno).
A parte, quindi, i
tradizionali motivi (densità di popolazione, carenza di materie prime, alti
costi di produzione anche per l'incidenza di elevati oneri sociali, ecc.) è
fuor di dubbio che nella nostra economia qualcosa non và.
Gli ortodossi affermano:
se abbandoniamo i principi tradizionali, - restrizione del credito, limitazione
dei consumi, elevata riserva di liquidità imposta alle banche, - tutto il
nostro sistema economico crolla. I modernisti proclamano: la salvezza sta
nell'attuazione dei principi delle scuole moderne: dilatazione del credito,
espansione dei consumi, politica del massimo impiego. E da qui, ovviamente,
tutte le opposte impostazioni e conclusioni che ne discendono.
Per gli uni il pareggio
del bilancio è una meta; per gli altri è un atto trascurabile. Per i primi la
lira va difesa con i sistemi tradizionali (niente inflazione, anzi,
deflazione); per i secondi,. l'inflazione, attraverso la circolazione cambiaria,
è in atto: quello che non fa lo Stato, si afferma, gli individui, - sotto la
spinta delle urgenti necessità quotidiane, - lo fanno da sé.
E’ una semplice posizione
polemica, fra gli uni e gli altri, o ci troviamo, - in Italia, - dinnanzi ad
una vera e propria crisi del sistema?
E’ un episodio, nella
lotta che si combatte, oppure, ci troviamo ad una svolta decisiva?
Si afferma: le
esperienze, - positive, - di altri paesi non ci dicono nulla, perché la
situazione del nostro paese è, - sostanzialmente, - diversa. Non pare, al lume
di quanta afferma e sostiene l'A. di questo libro, che l’obiezione abbia, oggi,
un serio fondamento.
E lasciano perplesse,
infine, le considerazioni che l'A. fa sul sabotaggio dell'economia italiana.
Ho sempre sostenuto,
personalmente, che l'Italia non ha perduto l'ultima guerra, bensì una «
campagna ». Che la guerra continua. E continua perché essa aveva origini di
natura strettamente economica, cioè, di natura strategica in funzione di
predominio economico. (Non aveva, infatti, nessun motivo ideologico: basti
pensare all' alleanza fra Inghilterra, Stati Uniti e Russia per convincersene).
L'idea del sabotaggio, quindi, non è tanto lontana dalla realtà, anche se
bisogna porla come un interrogativo, uno dei tanti interrogativi ai quali le
argomentazioni dell' A. inducono il lettore.
Sella di Monteluce ed io veniamo da due esperienze diverse, e non si
può dire che le nostre reciproche posizioni ammettessero ieri la possibilità di
un compromesso sul piano concettuale, né su quello dell'attivismo politico.
Ma io ritengo che, oggi,
dinnanzi alle incognite che incombono sulla vita e sull' avvenire del nostro
paese, possa e debba prevalere, - sulle diverse concezioni e posizioni
personali, - lo sconfinato amore che nutriamo per la nostra Patria, nel cui
nome ogni contrasto può e deve essere superato.
Se questo libro riuscirà
a dare, - come vuole dare, - un serio contributo alla ricerca di una nuova
linea economica che segni l’avvento di una nuova e più prospera era per la
nostra Italia, l’A. potrà essere soddisfatto, al di là di ogni interpretazione
polemica, della fatica compiuta. Alla quale queste poche righe di presentazione
intendono dare, non il suggello di una autorevole voce di pensiero e di
dottrina, - il che sarebbe mera presunzione, - ma il conforto di chi, avendo
sempre creduto nelle maggiori fortune della Patria, e per esse avendo sempre
operato, considera anche queste pagine come un atto di fede nelle capacità e
nelle risorse inesauribili, - sia di azione che di pensiero, - del popolo
italiano.
ANSELMO VACCARI
CAPITOLO
PRIMO
IL SABOTAGGIO INGLESE
DELLA ECONOMIA ITALIANA
Ci sono delle cittadine
nella Brianza in cui la moneta è scomparsa; gli
industriali ricevono cambiali, e pagano i loro operai con cambiali. Gli operai
le girano al droghiere ed al macellaio; dalle botteghe passano alla campagna.
quante cambiali ci sono in Italia?
Si fa presto il calcolo.
Il tre per mille rende all'erario settanta miliardi all'anno: in un anno in
Italia circolano oltre quindicimila miliardi di cambiali.
Quanti anni ci vogliono
per pagare questa valanga? II reddito nazionale è di undicimila miliardi, di
cui quattromila se li prende lo Stato. Ai privati ne restano appena settemila.
Con settemila miliardi gli italiani potrebbero pagare i loro debiti arretrati
in due anni, a condizione di ridursi nel frattempo a vivere d'aria.
Evidentemente è impossibile.
Cosa significa questo?
Si è sostituita dovunque
la promessa di pagare al pagamento. Da dieci anni la più gran parte degli
italiani non dice più «pago»; dice sommessamente «pagherò».
Non lo fa per malvagità,
ma perché vi è stata costretta. Un piccolo provvedimento contenuto nelle poche
righe di una circolare inviata a tutte le banche ha improvvisamente ristretto
il credito, ossia, ha ridotto il volume della moneta in circo]azione. Pareva
una cosa da niente, ma privando tutti gli italiani dello strumento monetario li
ha costretti a vivere in una giungla, dalla quale la moneta è sparita, e nella
quale il costo del denaro ha raggiunto vertici strozzineschi. La moneta che lo
Stato si è rifiutato di fare, i privati se la sono fabbricata da se.
La civiltà aveva faticato
molti secoli per dare al mezzo monetario una elasticità che lo rendesse
adeguato al volume crescente dei commerci. Dalla moneta metallica dei romani e
degli egizi, si era passati alla moneta cartacea dei banchieri. Il credito
consente di adeguare la massa monetaria alle transazioni che si compiono. Se il
credito non funziona, le transazioni tra i produttori avvengono lo stesso,
perché la gente continua a vivere, a mangiare, ad abitare, a viaggiare: nessuno
può scendere sotto un livello minimo di consumi. Ma quando la moneta non c'è,
si sostituisce il pagamento, con la promessa.
Le cambiali che circolano
non figurano nel bilancio della Banca d'Italia. In quel bilancio figura solo la
moneta che circola e che è di 1.300 miliardi. Se tutte le cambiali italiane
scadessero nello stesso giorno, tutta la moneta in circolazione potrebbe pagare
appena il sette per cento del debito.
In questa situazione si
impreca contro coloro che emisero le cambiali. In realtà essi sono gli ignari
protagonisti di un dramma che sono costretti a recitare. Le cambiali che hanno
firmato non sono il frutto della loro incompetenza; sono la conseguenza tecnica
di un errore di politica finanziaria.
La scarsità di moneta
crea inflazione
Ogni prodotto, quando è
scarso. diventa più caro.
Cosi la moneta rarefatta
è diventata di giorno in giorno più costosa. A Roma si presta il denaro fino al
10% al mese. In media si può dire che il giro cambiario costi il 10% all'anno.
La circolazione cambiaria costa circa duemila miliardi. Tutta la moneta in
circolazione deve passare almeno una volta nelle mani dei privati perché questi
possano pagare gli interessi, i quali si scaricano sui consumatori. Si
trasformano in aumenti di costi, e poi in aumenti di prezzi. E questo spiega
perché, la scarsità di moneta, provoca una spinta al rialzo, e quindi
inflazione.
L'inflazione esplode
tutte le volte che qualche fattore produttivo scarseggia. Allora si provoca una
corsa all'accaparramento. Che scarseggi la energia elettrica, la materia prima,
o la mano d'opera o la moneta, il fatto è identico. Causa della inflazione sono
le strozzature del mercato. Sono le strozzature che provocano le spinte al
rialzo.
Naturalmente la
strozzatura monetaria è la peggiore di tutte le strozzature, perché la moneta è
il fattore meno sostituibile e i suoi surrogati sono i meno funzionali. Mentre
gli altri fattori produttivi possono trovare facili surrogati e la loro
scarsità influisce solo su settori limitati, invece la scarsità di moneta
influisce su tutto il mercato, paralizza tutti i settori, e genera la corsa al
surrogato cambiario, che mette in ansia, e che paralizza. La rarefazione della
moneta, tra i crimini contro la produzione, è il peggiore e il più universale,
perché colpisce i più deboli, e quindi coloro che meno sono preparati a
reagire.
Un rovesciamento è
irrevocabile come l'alba, dopo la notte porterà il benessere, non il caos.
Rafforzerà la moneta, contro tutte le previsioni degli economisti ortodossi;
svilupperà orizzonti produttivi che oggi nessuno sospetta in un paese come il
nostro. Sopratutto ridarà la iniziativa a milioni di privati, e farà svanire il
fantasma della statizzazione, che ha consistenza, in questo clima crepuscolare
di ogni attività, solo per colpa della paralisi della iniziativa privata.
Ma perché questo
passaggio avvenga senza scosse, con coraggio e con serenità, senza sbandamenti
speculativi e senza disorientamenti, è necessaria che ciascuno conosca il
problema. E partecipi consapevolmente alla riconversione, con documentata
coscienza di ciò che si crea. E’ soprattutto necessario che si conoscano anche
]e cause - drammatiche - che fino ad oggi hanno impedito il verificarsi di una
linea moderna. E’ necessario che tutto ciò sia conosciuto e valutato senza
rancore, come un data di fatto, e come la conclusione di una esperienza
oggettiva, di cui tutti assieme siamo decisi a fare tesoro. Perché noi siamo un
popolo adulto, e deliberato ad agire. E nessuna tragedia ci abbatte. Nessuna
ferita ci uccide. E nulla turba la nostra fiducia e la nostra serenità.
II sabotaggio inglese
della economia italiana
Gli errori che hanno
paralizzato la nostra ricostruzione postbellica possono essere ricapitolati in
questi punti:
1) La nuova scuola
economica proclama la necessita di un intervento dello Stato per dilatare la
spesa e ampliare il consumo, per mantenere costante il livello delle vendite, e
regolare il ritmo della produzione.
Gli economisti italiani
hanno proclamato lo smantellamento dei consumi, il che, attuato, ha portato
alla paralisi delle nostre industrie. L'aumento dei costi ha fermato le
esportazioni.
2) La nuova scuola
economica proclama la necessità di aumentare la spesa globale della nazione, o
emettendo carta moneta, o allargando il credito, fino alla integrale
utilizzazione di tutto il potenziale produttivo del mercato, perché tale
aumento di circolazione non provoca inflazione, anzi, riduce i costi.
In Italia si e contratta
la circolazione monetaria. Si è cosi creata la rarefazione del denaro. E’ stata
paralizzata la espansione creditizia sterilizzando il meccanismo bancario. E
per questa ragione si è indotto tutto il mercato in difficoltà.
3) La nuova scuola
economica afferma che la percentuale di deposito che deve essere conservata
liquida dalla banca non ne garantisce mai la solvibilità; perché, in caso di
panico, questa liquidità e insufficiente a effettuare i rimborsi richiesti; ed
in caso di stabilità, è eccessiva ed inutile. Afferma che la solvibilità delle
banche è garantita dalla equivalenza tra il flusso dei depositi nuovi e il
flusso dei prestiti. Questa equivalenza la si ottiene con una moneta adeguata
ai bisogni effettivi del mercato. E la si distrugge, facendo mancare il denaro.
Gli economisti italiani
hanno invece sostenuto la dottrina frusta della garanzia attraverso un aumento
della riserva liquida delle banche; e cosi affermando hanno avallato il
principio della restrizione del credito.
4) In Italia ci siamo
lasciati imporre una sopravalutazione della lira, che si traduce in un dazio
che colpisce tutti i nostri prodotti esportati, e li rende più cari. Questa
situazione si perpetua ormai da anni grazie al credito che ci fanno i nostri
concorrenti esteri, che preferiscono regalarci (o perdere qualcosa) nelle poche
merci che ci forniscono, piuttosto che subire il disturbo della nostra
concorrenza.
La lira è una bandiera,
ma la nostra industria è uno straccio.
Dietro questa situazione
c'è la bancarotta. Ma quali sono le cause? Di chi la colpa? Gli italiani sono
responsabili o sono vittime?
Noi affermiamo che gli
italiani sono vittime. Essi non sono responsabili. Né gli industriali, né gli
agricoltori, né gli artigiani, né gli operai debbono rispondere di questa
catastrofe. L'economia italiana è crollata per opera di un sabotaggio. La
disintegrazione della produttività italiana fa parte di un piano politico di
dominio del Mediterraneo e di balcanizzazione della
Europa. Esso costituisce un episodio dell'equilibrio internazionale del
dopoguerra.
L'unificazione europea
minaccia gli inglesi
Russia e Inghilterra sono
sempre state alleate nei secoli contro tutte le potenze che tentarono di
unificare l'Europa. L'unificazione del continente ha sempre determinato la
alleanza di Londra e di Mosca, indipendentemente dai regimi. Ieri l’Europa non
doveva essere unita dal fascismo, oggi non deve essere unita dalla Chiesa
cattolica. La crisi della economia italiana è un episodio di questa lotta.
Dal giorno in cui
l'Inghilterra è scesa in guerra, la classe dirigente inglese ha previsto che la
conseguenza della vittoria anglo-americana sarebbe stata la distruzione della
classe dirigente borghese in tutti gli Stati di Europa e la comparsa di un
pericolo nuovo. In queste condizioni la direzione della cosa pubblica avrebbe dovuto
passare dalla classe antagonista della borghesia: al proletariato. Ma
l’Inghilterra sapeva che questa soluzione non si sarebbe potuta attuare perché
l'Europa allo scoppio della pace sarebbe stata controllata dagli eserciti di
occupazione anglo-americani, obbedienti al credo capitalista. In questa
situazione una sola struttura avrebbe inevitabilmente assunto il potere. Quella
struttura organica che ha sempre ereditato il potere dalle classi politiche,
quando queste sono crollate sotto il peso della disfatta. La Chiesa cattolica.
E difatti nel dopoguerra è la organizzazione clericale che ha portati al potere
i partiti cattolici in tutti i paesi europei. In Belgio, in Olanda, in
Danimarca, in Francia, in Germania, in Italia. Tutta l’Europa del dopoguerra
(compresa la Spagna franchista) fu cattolica. La
classe dirigente Inglese ha previsto questa evoluzione. Essa costituiva una
minaccia imponente per Londra: non sul terreno religioso ma sul piano politico.
Londra sapeva che questa esplosione di partiti cattolici avrebbe avuto tendenza
ad imprimere un moto unitario alla Europa. Londra sapeva che non appena fossero
state superate_ le difficoltà di_ organizzazione interna i partiti cattolici
sarebbero stati travolti in un moto di unificazione continentale.
Londra contro Vaticano
Bisognava dunque
ritardare la riorganizzazione del paesi cattolici mediterranei, primo fra tutti
l'Italia. Perché dall'Italia sarebbe partita la spinta.
L'unificazione europea ha
sempre costituito una preoccupazione che ha riavvicinato Londra e Mosca in
alleanze che hanno avuto per scopo di abbattere ogni tentativo di egemonia
europea. Napoleone I, Guglielmo II, Hitler e
Mussolini, sono stati sconfitti dall’alleanza tra Londra e Mosca. Era chiaro
che si sarebbero unite anche contro il papato!
Mosca è interessata
quanto Londra a dividere l'Europa. La debolezza europea è la premessa della sua
sicurezza. Solo l’Europa è debole, Mosca può operare in Cina e in Asia!
Churchill dona i Balcani
a Stalin
Così per impedire
l’unificazione europea Londra fu portata a collaborare con Mosca durante e dopo
la guerra. Con alcuni accordi memorabili essa alzò barriere contro S. Pietro.
Il più importante di questi accordi fu la cessione alla URSS dei popoli danubiani. Perché? _ Perché Polonia, Romania, Ungheria,
Cecoslovacchia, Austria sono i paesi della grande tradizione cattolica. Le loro
popolazioni, fedelissime al Pontefice di Roma, avevano costituito il nerbo
popolare della controriforma! Se questa massa di 60 milioni di cattolici fosse
rimasta in zona occidentale avrebbe impressa una irresistibile spinta alle
forze vaticane. Stalin non prevedeva certo di poter assorbire questi territori.
Infatti prima di andare a Yalta stava trattando
segretamente con l'ex premier Betlen (suo
prigioniero) per ottenere modeste concessioni territoriali. Ma a Yalta Churchill gli offerse inaspettatamente il controllo
di tutta la zona danubiana. Londra realizzava così il
primo grande obiettivo. Toglieva al Vaticano una massa popolare di urto di 60
milioni di cattolici che si sarebbe opposta con il suo contenuto ideologico
esplosivo al materialismo dialettico. Indeboliva Vaticano ed URSS, opponendoli.
La seconda mossa Inglese
fu la creazione di una barriera politica capace di separare permanentemente il
Vaticano dai paesi cattolici danubiani.
Questo baluardo fu
costituito dalla Jugoslavia di Tito, sotto la tenda del quale fu inviato nel
1943 il figlio di Churchill per tenere a battesimo la nuova potenza.
Trieste fu organizzata
come focolaio di localizzazione degli attriti italo-jugoslavi;
tra i due popoli l'accordo doveva essere impossibile; e Trieste alimentò i
rancori. II dissidio perennemente rinfocolato ha garantito sempre
l’impossibilità di contatto tra San Pietro e i paesi cattolici del Danubio. La
Jugoslavia è una barriera anglo-russa opposta a S. Pietro.
La terza mossa fu lo
sbarco alleato in Sicilia e la lentissima ascensione degli eserciti lungo la
penisola agonizzante. Lo smantellamento e la terra bruciata centellinata metro
per metro. Il disfacimento morale di tutte le nostre strutture unitarie e il
crollo della nazione. La violazione dei termini di annuncio dell'armistizio; il
caos. Occorreva che la disintegrazione italiana fosse massima. Se fosse stata
rallentata l'opera di riorganizzazione interna, sarebbe stata ritardata la esplosione
delle forze unitarie cattoliche sul piano europeo.
La guerra si chiuse con
una resa incondizionata che mascherò questo immenso gioco diplomatico che la
grande massa del popolo italiano, e la maggior parte del clero cattolico
ignorava e subiva.
Lo scopo della guerra
economica
La quarta operazione di
difesa concordata tra Londra e Mosca, contro il tentativo di riunire l’Europa,
si è svolta in Italia nel corso del decennio 1946-1956. Questa operazione si è
svolta sul piano economico. Essa ha avuto per iscopo
di ritardare la nostra riorganizzazione produttiva.
La povertà italiana crea
la esplosione dei rancori popolari e dei lieviti sociali. Mette la penisola a
regime di mezzadria sotto il controllo dei partiti di ispirazione moscovita e
dei dirigenti di orientazione inglese. Indebolisce la struttura organizzata del
cattolicesimo politico e attenua la sua spinta verso l’unificazione
continentale.
Il sabotaggio della nostra
economia è stato un episodio tattico di una vasta operazione strategica. A
questa operazione Londra ha dato i cervelli e i generali. I partiti marxisti
hanno dato le masse di urto. I produttori le vittime.
Scoppiata la pace è
chiaro che, contro il Vaticano, Londra e Mosca non poterono applicare la guerra
delle armi. Potevano solo applicare la guerra economica.
La tecnica del controllo
Questa guerra si combatte
in regime di pace apparente, insinuando i propri guastatori nelle posizioni
chiave che controllano la organizzazione avversaria. I soldati di questo tipo
di guerra sono dei guastatori di altissima qualificazione tecnica. Dirigenti
bancari, industriali, finanzieri, la cui opera è mascherata da strutture di
copertura. Rappresentanze commerciali, cattedre universitarie bastano a
controllare le posizioni essenziali attraverso le quali transita la linfa
vitale di una nazione.
Una di queste posizioni
di controllo può essere una banca di emissione: chi controlla, indirettamente,
la banca di emissione di una nazione la domina. Perché domina la borsa e la
spesa, e può - sempre - strozzare tutto e tutti.
Altra posizione di
controllo è l’università. Di qui con pochi uomini qualificati si può
controllare la circolazione delle idee. Basta influenzare poche cattedre di
economia per rendere cieco il paese, per privarlo della visione teorica del
baratro a cui esso è inconsapevolmente portato. L'universitario è la pupilla
della critica. Se l'occhio della critica è influenzato dallo straniero il paese
muore senza vedere e senza sapere di che male muore.
La terza posizione di
controllo della vita produttiva di un paese è costituita dalle fonti di
energia. II controllo del settore elettrico, petrolifero, carbonifero, o
atomico, permette di rallentare o accelerare lo sviluppo di tutti gli altri
settori.
E potremmo seguitare. Ci
limiteremo ad indagare se la tattica del sabotaggio contro la produzione
italiana si è sviluppata influenzando soprattutto i due settori chiave della
nostra struttura nazionale. L’università e la banca.
Era possibile questo
gioco?
Il controllo della banca
in Italia è facile
Sì, era possibile!
Abbiamo detto che il
sabotaggio della economia italiana è stato compiuto applicando al nostro
mercato delle direttive controproducenti corrispondenti alla dottrina ortodossa
della economia. Nulla di più facile per gli inglesi di fare operare in questo
senso inconsapevolmente taluni nostri uomini.
Bastava raccomandare alla
loro fiducia poche venerande personalità, tenacemente attaccate alle loro
vecchie idee; bastava tessere attorno a quelle personalità un serto di lodi: e
il gioco era fatto. Sotto la spinta del tecnici, illusi e convinti della verità
dei loro vecchi credi, tutta la macchina culturale, politica e burocratica si
sarebbe avviata per la diabolica china precipitando il produttore nella rovina.
La struttura bancaria
italiana rendeva estremamente facile l'orientamento della macchina creditizia,
in questo senso.
La banca nazionale è per
la maggior parte nelle mani dell'IRI. L'83% del nostro risparmio passa per
questa catena organizzata.
Le nostre banche operano
su direttive teoriche di dottrina finanziaria. E’ sufficiente dominare poche
cattedre universitarie per imprimere attraverso l’università a tutta la banca,
e attraverso la banca a tutta l’economia, o una accelerazione che sviluppa il
benessere, o un rallentamento che porta alla disintegrazione ed alla paralisi.
Tra il 1933 ed il 1945
migliaia di opere teoriche avevano seppellito le infauste dottrine dei
classici. Nel 1946 Belgio, Olanda, Danimarca, Svezia, Norvegia,
indipendentemente dal colore del propri governi avevano adottato i nuovi
principi come strumenti teorici della ricostruzione. Contemporaneamente davano
loro una ampiezza di applicazione pratica non prevista. La Germania
occidentale. letteralmente rasa al suolo, offre la più clamorosa dimostrazione
della loro efficienza, e prova che sulla nuova teoria un popolo può ricostruire
dal niente una attività, un benessere, e una dignità umana.
Mentre il mondo
ricostruiva su queste premesse teoriche un nuovo tipo di vita, l'Italia si e
vista imporre quelle dottrine classiche, della economia, che la scienza in tutto
il mondo ha rinnegato riconoscendole responsabili della disoccupazione, delle
crisi, e di tutti i mali e di tutte le retrocessioni del capitalismo.
A questo punto viene
spontaneo porsi una domanda: come mai queste dottrine sono state applicate
dappertutto fuorché in Italia? Come mai sono state divulgate in ogni paese ma
non tra noi?
Qui l’autore deve fare
una dichiarazione: egli è convinto che ciò sia avvenuto perché fa parte di un
sabotaggio economico, attuato secondo direttive strategiche preparate con molta
cura e molto in alto. Non in Italia.
La guerra non e stata
condotta per annientare gli eserciti italiani; gli eserciti italiani sono stati
battuti per annientare la nostra concorrenza. La concorrenza che disturba i
mercati mondiali non e quella dell'automobile, delle grandi aziende chimiche;
della gomma; delle fibre tessili. Questi gruppi sul piano internazionale hanno
zone di rispetto, di controllo, in base ad accordi di mercato.
Sul piano internazionale
disturba il nostro artigianato, la nostra organizzazione produttiva minuta,
differenziata, attivissima, pronta a comparire ovunque, e a proporre sempre un
prezzo su cui non e possibile porre il vincolo di un accordo. Grave elemento di
disturbo! Questo elemento doveva essere eliminato. La guerra era stata condotta
per questo.
Distrutti gli eserciti,
l'Italia fu alla mercé dei vincitori.
Per un economista di
rango sarebbe stato facile prevedere che l’applicazione al nostro mercato delle
dottrine classiche avrebbe provocato questo effetto dirompente e disintegrante.
La manovra era attuabile perché la scienza economica in Italia è poco diffusa,
e venticinque anni senza dibattiti ci avevano cloroformizzato. A questo punta
era sufficiente trovare l’uomo, dotato di sufficiente prestigio, per imporsi
alla obbedienza di tutta la nazione, come tecnico di una scienza su cui pochi
osavano avventurarsi. Bastava cercarla tra gli anziani. Tra coloro che
credevano ciecamente alle vecchie idee, che più tenacemente rifiutavano di
adeguarsi alle nuove correnti di pensiero. E’ in questo atteggiamento, bastava
confortarlo, invogliarlo; con tutto quell’insieme di
atti a cui l’orgoglio degli uomini, soprattutto avanzati negli anni, è
particolarmente sensibile.
Il professore Einaudi,
tenacissimo nelle sue idee, sensibilissimo alle lodi e ai biasimi universitari
inglesi, fu la prima vittima della diabolica strategia.
E’ probabile che dopo
averla inconsapevolmente subita, egli persista candidamente, nella cieca
convinzione di avere seguito la sola via giusta, la sola via di salvezza
proponibile al paese. Tanto potente è il suggello che le idee apprese nella
gioventù imprime ai riflessi condizionati, che determinano il concatenamento
delle nostre abitudini logiche e mentali e di cui gli anni ci rendono
prigionieri.
Non Einaudi è colpevole
di essere stato solo ed integralmente se stesso; né colpevole è il paese, di
non aver saputo opporsi alle sue antiche tesi; il paese impreparato, il paese
distratto da troppi orrori e da troppe paure. Affidato ad una classe politica
polarizzata su troppi diversi contrastanti obbiettivi, non aveva forse in se
stesso né la forza, né gli uomini.
Noi abbiamo perso la
guerra perché eravamo deboli, di fronte a nemici forti. Ma la nostra debolezza,
prima che produttiva, fu di informazioni; fu culturale.
L’Italia ha perso la
guerra! Ma non per essere liberata, ma per essere piegata sulle ginocchia. Il
Fato ha voluto che nella città dei Cesari, regnasse, dopo il crollo del
fascismo, il Pontefice al vertice di una organizzazione che domina mezzo
miliardo di cattolici.
Per Londra, l'unità
europea era un pericolo nelle mani di Napoleone. Una minaccia nelle mani di Hitler. E un incubo nelle mani del Pontefice. Bisogna
sbarrargli la strada, seminando il terreno di mine.
Fu fatto! Nelle
fabbriche, nelle cascine, nelle botteghe d’Italia si combatte una disperata
battaglia. Ogni produttore vive in una trincea. E non lo sa. E’ preso a
fucilate. E lo ignora.
Onoriamo i caduti! La
guerra continua.
Una secolare tecnica
inglese
Tutto ciò potrebbe
sembrare frutto di una brutta fantasia.
Ma non per coloro che
conoscono la storia della diplomazia inglese. In ogni epoca, lo strumento
monetano è stata l'arma principale dell’imperialismo britannico. E’ fatale che
il peso della tradizione determini il comportamento inglese. Anche i popoli
sono prigionieri delle loro abitudini.
Pochi sanno che il metodo
inglese di dominio delle colonie nord americane fu quello di proibire la
costituzione di banche locali, di rendervi scarsa la moneta, per comperare con
poche sterline tutta la produzione di quei territori. La Banca di Inghilterra
ottenne la chiusura delle banche dei quaccheri americani, che effettuavano i
finanziamenti alla agricoltura. « Scarsissimo vi correa il denaro; scrive uno
storico, e la comune miseria, tutti manteneva facilmente in servitù. Mentre
essi (gli inglesi) con poche monete accaparravano tutto il prodotto di quelle
regioni ». La deficienza di mezzi monetari, ossia la politica di restrizione
creditizia, provocò tale miseria da rendere impossibile il pagamento delle tasse.
E per ribellarsi alla gabella sul the scoppiò la rivoluzione che liberò quei
territori ed armò Washington.
La stessa tecnica fu
usata dalla diplomazia inglese in Francia. In questo paese, in materia
finanziaria, il governo subì la scandalosa influenza di un agente Inglese,
durante la reggenza di Luigi XV. Il tentativo di Law
di rinnovare le finanze francesi si è spezzato contro gli intrighi di Dubois, agente Inglese per documentate prove storiche. In
accordo col governo di Londra Dubois operò con ogni mezzo
per infrangere il tentativo di dilatazione creditizia: sopraffece Law, divenne arcivescovo di Chambrai,
fu cardinale il 25 giugno 1721; l'anno successivo divenne primo ministro mentre
il reggente stava morendo, e il re era tredicenne. Con lui Londra fu onnipotente
in Francia. Ma le finanze della nazione disperate.
Si! Tutto ciò potrebbe
sembrare frutto di fantasia. Purtroppo non lo è! Negli anni scorsi abbiamo
letto infinite volte che lo sbarco alleato in Sicilia, la rinuncia a sbarcare
in Grecia, la cessione del paesi danubiani a Stalin,
furono errori di Roosevelt. Nelle memorie di sir Winston Churchill, queste tesi sono riconfermate e
documentate: pure noi abbiamo avuto infinite volte il sospetto che le cose non
stessero così e che dietro le quinte della storia ci fossero retroscena ignoti
ai popoli, che prima o poi avrebbero finito per venire alla luce. Indizi
raccolti nei nostri viaggi e nei nostri colloqui, con uomini politici tra i più
qualificati, ci avevano persuaso che il gioco diplomatico non era stato
condotto dagli USA, ma dall’Inghilterra. Con una abilità diplomatica consumatissima, corrispondente alla sua altissima
qualificazione di nazione civile, essa doveva avere mosso le fila, lasciando
credere che i promotori delle iniziative fossero gli americani: e non a caso.
Ciò era servito a disorientare gli avversari; quegli avversari cioè che essa
combatteva, senza che gli interessati sapessero neppure di essere combattuti.
Sempre ed ovunque era stato scritto che Churchill era stato fautore di uno sbarco
a Salonicco e che Eisenhower aveva imposto la Sicilia!
Ed oggi, mentre scriviamo
queste pagine, un episodio fa improvvisamente luce sulla verità di quanto
affermiamo. La documentazione che lo sbarco in Italia è stato imposto da
Churchill è stata offerta in questi giorni dalla Casa Bianca, per rispondere a
una mossa di Truman turista in Italia. Il fatto è
importante perché prova esplicitamente che « Churchill si oppose anche allo
sbarco nei Balcani ». Quale è la portata di queste rivelazioni, e quale era il
gioco diplomatico che Londra perseguiva?
Se lo sbarco alleato
fosse avvenuto in Grecia, se le armate anglo-americane avessero risalito il
bacino danubiano, Grecia, Romania, Bulgaria, Austria
e forse Polonia sarebbero state liberate. Gli eserciti alleati si sarebbero
incontrati coi russi ben più a nord di Vienna. Il bacino danubiano
si sarebbe organizzato con delle libere democrazie; e la prevalenza cattolica
delle popolazioni, le avrebbe fatte gravitare verso S. Pietro. La Jugoslavia
sarebbe restata monarchica e cattolica. L'Italia infine sarebbe stata liberata
senza colpo ferire, per semplice manovra di aggiramento. Gli eserciti risalenti
dalla Grecia al Danubio puntando su Vienna avrebbero costretto i tedeschi a
ritirarsi dalla penisola, prima di essere tagliati nella loro strada del
ritorno.
Lo sbarco in Grecia e la
penetrazione nel bacino danubiano avrebbero posto la
pietra angolare alla nascita di una Europa cattolica, organizzata intorno a una
Italia intatta. La minaccia di un controllo sul mediterraneo e sul continente,
da parte di una potenza protetta dalla croce di Cristo, capace di influenzare
con la sua voce oltre mezzo miliardo di cattolici sparsi in tutti gli angoli
della terra, era ben più grave per Londra, della minaccia di un impero fascista,
rivendicante il mare nostrum, sempre in potenziale antitesi con la Francia e
con gli altri stati rivieraschi.
Londra corse ai ripari.
Churchill prese in mano la situazione.
Lo sbarco a Salerno fu
effettuato in apparente accordo tra gli anglo-americani. II velo del retroscena
non fu mai sollevato. II giorno in cui l’ex presidente degli Stati Uniti Truman venne per una visita di piacere in Italla, giunto a Roma, benché battista, si recò a rendere
visita al sovrano Pontefice. Si ignorano gli argomenti trattati nel colloquio.
Dopo tre giorni, Truman si recava a Salerno. Visitava
il luogo dello sbarco alleato. Molte colline circondavano la località; col suo
più grande candore, dichiarò che la località era stata scelta male, era costata
una massa enorme di perdite; concluse: «La scelta deve essere opera di qualche
testa di scoiattolo di generale ». Il generale che comandava il settore era il
presidente in carica degli Stati Uniti: Eisenhower. La notizia piombò come un
fulmine alla Casa Bianca, dove si stava preparando la campagna presidenziale.
Nella precipitosa necessita di scaricare il presidente, gli archivi segreti
furono aperti ed il mondo sbalordito venne a sapere che lo stratega dello
sbarco in Italia, e della bocciatura dello sbarco in Grecia, era lo stesso
personaggio che aveva orientato la mossa strategica con cui gli alleati
cedettero graziosamente gli stati danubiani a Stalin.
II signor Wiston Churchill primo ministro di S. M.
britannica: era il 23 maggio 1956.
Era evidente che lo
sbarco a Salerno. come lo sbarco in Sicilia, non erano serviti a liberare
l’Italia, e tanto meno a liberare l'Europa. Servirono a passare il rullo
compressore suI territorio italiano per predisporre quella disorganizzazione
della penisola che avrebbe impedito alla Chiesa cattolica di dedicarsi
immediatamente alla riorganizzazione del continente europeo. Faceva parte di un
piano il cui sviluppo era previsto per il «tempo di pace ». La paziente e preveggente
iniziativa britannica aveva predisposto il suo gioco con una visione a largo
raggio sorprendendo alleati ed avversari. Certo nello stesso tempo Londra stava
già studiando le azioni che avrebbero portato a completare lo smantellamento
(anche economico e produttivo) della nostra nazione.
Sullo sbarco in Italia,
la sera del 23 maggio 1956 Washington diramava queste comunicazioni riportate
da tutta la stampa:
« Le battaglie, si
osserva al Pentagono, furono il risultato della « diretta consultazione » degli
Stati Maggiori inglese e americano. Esse tendevano a eliminare l’Italia dalla
seconda guerra mondiale. Se poi si vuole risalire alla persona che ha la
responsabilità di queste operazioni, si dice a Washington, allora bisogna
varcare l'Atlantico e cercarla in Inghilterra. Fu il primo ministro Winston
Churchill che ideò il progetto britannico di «knocking
Italy out of the war », ossia di mettere l’Italia
fuori combattimento. In un certo senso, nota un militare di consumata
esperienza, questo progetto fu per mesi l’idea fissa di Churchill. Fu la sua «
intuizione strategica ». Egli difese vigorosamente la sua tesi durante la
conferenza di Washington del maggio del 1943, e allora ottenne una parziale
approvazione. Poi segui l’invasione della Sicilia; Mussolini cadde senza
spargimento di sangue. Churchill torna alla carica con la sua « intuizione
strategica », e i capi di stato maggiore inglese e americano studiarono il
piano di sbarco a Salerno. L'operazione portava naturalmente la firma del
generale Eisenhower.
« Anche lo sbarco di
Anzio si ricorda al Pentagono, faceva parte del disegno di Winston Churchill.
Egli lo sostenne vigorosamente. Lo ideò come un mezzo per rompere la stasi sul
fronte di Cassino. Una testa di ponte ad Anzio, egli disse ai generali, avrebbe
disfatto la resistenza tedesca, e avrebbe condotto alla rapida conquista di
Roma.
« II primo ministro
inglese, ricordano a Washington, era così innamorato della sua idea, che
partecipa ad alcune .conferenze strategiche. Alcuni generali americani, tra cui
Eisenhower, considerarono il piano con sospetto e preoccupazione, e ritennero
che in ogni caso le forze dislocate per lo sbarco erano troppo esigue. Tanto
per accontentare gli americani, e aggirare le loro obiezioni, le forze furono
raddoppiate. Ma alla resa dei conti il generale Clark
si avvide che non erano sufficienti per il grosso obiettivo: Roma.
« La testa di ponte di
Anzio fu occupata da truppe al comando del generale John
P. Lucas. II primo scontro violento avvenne all' alba del 22 gennaio 1944. Si
era sperata in una rapida penetrazione attraverso i Colli Albani, il che
avrebbe permesso di rompere le linee di comunicazione che portavano al fronte
tedesco del Sud: in particolare la roccaforte di Cassino. Ma gli alleati fecero
troppo affidamento sulla loro superiorità aerea. I tedeschi riuscirono a
contenere la testa di ponte senza indebolire le loro linee difensive.
« II capro espiatorio fu
naturalmente il generale John Lucas. Gli fu tolto il
comando della testa di ponte. Ma non pochi storici e studiosi di arte militare
sono del parere che il generate Lucas sia stato la «vittima silenziosa» che ha
coperto gli errori dello statista insigne. Le truppe asserragliate nella testa
di ponte di Anzio non riuscirono ad aprirsi la strada che nel maggio, e Roma,
malgrado i piani e le previsioni di Churchill, non fu conquistata che il 4
giugno. Dal 1944 la quinta armata americana perdette 52.130 uomini.
« Nel suo libro Crusade in Europe, il generale
Eisenhower ha rivelato le obiezioni che fece al primo ministro Churchill
durante una conferenza in Tunisia.
Eisenhower predisse delle
«pesanti perdite» e suggerì di rivedere il piano con Ia massima attenzione. Ma
Churchill era ormai deciso a mettere in azione il suo piano ».
II generale Mark W. Clark
alla domanda: «Quali errori sono stati commessi dagli alleati? », ha risposto:
«Avremmo dovuto sbarcare nei Balcani. A quest’ora la
Russia non sarebbe a Berlino ».
CAPITOLO
SECONDO
LE PERICOLOSE CONCEZIONI
DI EINAUDI
In una lettera a l'on. La Pira, il senatore Luigi Einaudi ha scritto: «Sul
"Mondo" Ernesto Rossi si è meravigliato giustamente che in Italia i
disoccupati siano soltanto due milioni. Io vorrei aggiungere essere miracoloso
che in Italia i disoccupati non siano quattro o cinque o più milioni.. ». Da
questa premessa di carattere generale Einaudi passa a successive affermazioni:
«La esistenza della disoccupazione è un assurdo teorico. A un certo salario gli
imprenditori sono sempre disposti ad assorbire tutta la mano d'opera che si
offre sul mercato ». Siamo nel 1956. C'è da restare di sasso.
Perché queste concezioni
sono delle vecchie conoscenze. Ricalcano fedelmente le affermazioni della
cosiddetta scuola classica della economia, che trionfò nel secolo scorso.
Ripetono i postulati di Say e di Ricardo. Ma è facile
obbiettare a Luigi Einaudi che la dottrina moderna ha corretto queste
affermazioni e in parte le ha sepolte. E’ stato merito della scuola di
Cambridge e di Oxford l'avere rinnovato le concezioni su questi punti, aprendo
la strada a quelle dottrine del benessere e del pieno impiego che sono state
largamente applicate. Queste dottrine hanno praticamente sconfitto la
disoccupazione.
Lord Keynes, governatore
della Banca d'lnghilterra, ha avuto il merito di
avviare i centri culturali anglo-americani al rinnovamento del pensiero
economico: invece, il suo ex collega italiano pare che si voglia conquistare il
merito di essere l'ultimo economista europeo attaccato alla difesa di principi
economici che sono considerati da tutta la letteratura moderna come
responsabili delle crisi drammatiche del capitalismo, culminate nella tragedia
del 1929 di Wall Street.
La legge di Say
Einaudi non ignora che
già nel 1827, in un famoso colloquio sulle rive del lago Lemano,
a Ginevra, Simon de Sismondi polemizzò col padre
della economia classica proprio su questo argomento. II testo è riprodotto
nell'opera del Sismondi. La tesi ufficiale affermava:
nell'atto di produrre, ogni produttore crea il prodotto, e crea
contemporaneamente altrettanto reddito monetario che corrisponde ai differenti
componenti di costo di quel prodotto. Per ogni prodotto immesso nel mercato, è
immessa contemporaneamente altrettanta capacita di acquisto. Gli economisti
classici concludevano: se nel mercato esiste tanta capacità di acquisto quanta
produzione, tutta la produzione deve venire sempre assorbita. E tutti i fattori
impiegati nella produzione, (materiali macchinari e uomini) possono sempre
continuare a lavorare, perché il loro lavoro crea sempre i redditi
corrispondenti alla permanenza del loro livello di impiego. Produzione e
consumo vanno sempre d'accordo.
E concludevano: la
disoccupazione non può esistere altro che per ragioni di spostamenti di operai,
o di modificazioni di impianti, da un settore all'altro o da un metodo
all'altro della produzione. Negavano la disoccupazione ciclica per ammettere
solo una disoccupazione tecnologica.
Come nasce il
sottoconsumo
Questo secondo tipo di
disoccupazione, per definizione, era temporaneo! E trovava sempre la sua fine
nella convenienza dell'imprenditore a riassumere i fattori provvisoriamente
disoccupati, a prezzi un poco più bassi.
Sismondi invece obbiettava che la tesi non reggeva al
confronto con la realtà. Era vero che nell'atto di produrre ogni produttore
creava col prodotto il reddito monetario corrispondente; era vero che per
questa ragione nel mercato esisteva sempre una quantità di reddito
corrispondente alla quantità di prodotti creati. Ma era anche soprattutto vero
che questi redditi monetari non si distribuivano uniformemente nel mercato.
Tendevano ad essere accaparrati da pochi privilegiati, per cui si creavano nel
mercato delle sacche di reddito monetario congelato e tesaurizzato, che non si
trasformava in consumo.
Un secolo più. tardi,
questa posizione è stata rivalutala dalla scuola di Cambridge e di Oxford. Si
fa oggi distinzione tra reddito globale, e quella parte minore del reddito che
il mercato è disposto a tradurre in effettivo consumo: si parla di «
propensione a consumare; di propensione ad investire e di propensione a risparmiare»
come di tre comportamenti umani, influenzati da abitudini psichiche. Hobson ha dedicato alcuni volumi alla analisi della
ripartizione irregolare dei redditi all'interno della società, sotto la
pressione di forze organizzate, che possono essere i monopoli e i sindacati.
Gli economisti scoprono
la disoccupazione ciclica
Tutta la scienza
economica moderna, tutta la letteratura inglese, americana, svedese, germanica
confermano teoricamente la dolorosa esperienza che l'umanità ha fatto nel 1929:
esiste una tendenza endemica nella civiltà moderna per cui una parte del
reddito monetario prodotto tende a non trasformarsi in consumo, ed a
congelarsi. II congelamento di una parte del reddito monetario determina una
tendenza al congelamento di una parte del gettito produttivo. La giacenza delle
merci nei magazzini provoca il crollo dei prezzi, la contrazione della
produzione da il via al principio dei licenziamenti. A questo punto comincia la
riduzione del reddito per inizio di disoccupazione. II fenomeno ha carattere
accelerato: tende a dilatarsi. Di rovina in rovina, contrariamente alle
affermazioni degli economisti classici, il mercato procede fino alla sua
disintegrazione massima. E qui sta: non si risolleva, così insegna la scuola
economica moderna; e corre ai ripari.
La scuola classica, come
ripete Einaudi, insegnava: « La esistenza della disoccupazione è un assurdo
teorico: a un certo salario gli imprenditori sono sempre disposti ad assorbire
la mano d'opera». La precisa formulazione della scienza economica moderna
afferma: esiste una disoccupazione ciclica dovuta a una riduzione delta
propensione al consumo, ed al parallelo congelamento di una parte del reddito
monetario. Questo fenomeno è irreversibile, e si arresta ai livelli minimi di
disintegrazione del mercato, senza riuscire a risolversi automaticamente.
Occorre un intervento per modificare la situazione che diversamente permane a
livelli minimi di occupazione.
Einaudi non polemizza su
questa tesi: semplicemente la ignora. Ma ignorandola disconosce gli ultimi
trenta anni di letteratura economica. Ciò non sarebbe grave se questo
atteggiamento fosse il risultato di una convinzione personale capace di
influenzare solo il suo insegnamento. Ma diventa gravissimo in un economista
che con la sua dottrina ha influito e determinato gli sviluppi di un popolo di
45 milioni di anime ignare, che giurarono ed obbedirono senza discutere in verbum magistri.
II compito del Governo:
debellare la disoccupazione
E a questo punta bisogna
riassumere la domanda che Luigi Einaudi pone in testa al suo scritto polemico
contro La Pira. «A leggerLa, (scrive) parrebbe che coloro che posseggono le
leve del comando della economia della finanza e della politica debbano
adempiere ad un solo ufficio: Dare a tutti lavoro... ». Prescindiamo
dall'asprezza polemica di quel «parrebbe» un poco dispregiativo, avvicinato a
quel « a leggerla» che lo completa, che ci rivela un professore, che sorride
con sufficienza alla obbiezione dello scolaretto, illuso, ed un poco ingenuo,
che ha avanzato una tesi insostenibile! Sta il fatto inoppugnabile, provato da
tonnellate di volumi pubblicati in lingua inglese, americana, francese,
tedesca, norvegese, olandese, che tutte le correnti moderne della scienza
economica, più serie, ed accreditate, affermano che il compito primo e più
importante che si è prefisso la repubblica degli economisti è proprio quello di
debellare la disoccupazione.
E’ veramente strano che
un economista del rango di Luigi Einaudi, che ad Oxford è stato salutato se non
come il più grande, almeno come il decano degli economisti italiani, mostri di
volere ignorare un fatto scientifico universalmente noto, una preoccupazione
mondiale e documentata, distorcendo una polemica di tanto valore, con
dubitativi ironici. Altro che «parrebbe! ».
Sui piano teorico questo
dubitativo ricalca la posizione dei classici. Per cui la disoccupazione ciclica
non esiste, quella tecnologica va a posto da se. Certo! II problema della
disoccupazione per i classici non si poneva. Ma dal principio del secolo la scienza
ha fatto dei passi; Einstein ha rivoluzionato la
matematica; Curie, la fisica; e una falange di economisti ha rinnovato la
economia politica. Perfino La Pira se ne è accorto. Non pare che neppure la eco
di tanto fermento di nuove idee abbia scalfito la polvere del tavolo del
professore Einaudi.
Nuove idee delle scuole
nuove
Le numerose correnti di
pensiero scientifico, che dopo il 1934 hanno rielaborato questa materia, sono
concordi nell’affermare che per debellare la disoccupazione occorre introdurre
nel mercato una capacita di acquisto supplementare corrispondente alla capacità
di acquisto congelata. La teoria della integrazione della spesa pubblica là
dove è insufficiente la spesa privata ha sviluppato la teoria della dilatazione
del consumo. Queste dottrine hanno rovesciato i concetti classici I) sulla
Banca, II) sul bilancio dello Stato, e III) sulla moneta. Queste dottrine
affermano che quando la spesa privata si riduce, lo Stato deve integrarla
aumentando la propria spesa, affrontando il deficit del bilancio, allargando il
credito, stampando moneta.
Sulla banca le idee di
Einaudi sono le idee classiche! Egli si chiede: «Tra coloro che posseggono le
leve (per debellare la disoccupazione) dobbiamo annoverare i banchieri? Se si,
debbo osservare che il progetto di dare a tutti lavoro è perentoriamente
subordinata ad una condizione: che il banchiere faccia tutto il necessario allo
scopo di soddisfare l'obbligo di restituire ai depositanti le somme che gli
hanno affidato. Se il banchiere non soddisfa a questo obbligo il banchiere è un
malversatore del denaro altrui », e dimostra di volere ignorare tutta la
evoluzione del pensiero scientifico moderno sulla banca e sul credito. Non
solo; ma qui egli sposta arbitrariamente la discussione dal tema del « volume»
dell'investimento al tema della «solvibilità» dell'investimento. E da per
accettato che la dilatazione del volume degli investimenti comporti
automaticamente la diminuzione della solvibilità bancaria. Il che non solo non
è accettato, ma è contraddetto da tutte le scuole moderne. Per Einaudi vale il
ragionamento che la banca più solvibile è quella che mantiene liquide tulle le
sue scorte. Ma questo ragionamento comprensibile sulle labbra di un profano, è
meno comprensibile sulla punta della penna di un economista, anche se
l'argomento è semplicemente sottinteso e dato per ovvio.
Il gettito del risparmio
di un mercato non è determinato dalla volontà dei privati, ma dalla politica
della banca centrale. Dilatando o restringendo il credito, lo istituto di
emissione può dilatare o restringere la spesa globale della nazione. E siccome
la spesa globale è uguale al reddito nazionale (e siccome il risparmio globale
è una quota del reddito nazionale), la .banca centrale restringendo o dilatando
il credito, determina il volume del risparmio, e determina altresì la
solvibilità media del mercato.
Entro queste medie, si
inscrivono i comportamenti dei singoli operatori, che sono liberi di muoversi,
come i viaggiatori chiusi in un vagone ferroviario. Così ragiona la scienza
moderna.
Si direbbe che si voglia
deliberatamente ignorare che in una economia in sviluppo, i depositi superano i
prelievi. Sembra che si voglia deliberatamente ignorare che il risparmio cresce
proporzionalmente al reddito. E che per queste lapalissiane ragioni la
solvibilità delle banche è determinata dalla stessa politica della banca
centrale.
Le dottrine moderne
insegnano che la funzione della banca è precisamente quella di creare moneta
bancaria, sotto forma di crediti alla clientela. Se nel mercato esistono
accantonamenti di materie prime, di mano d'opera, di impianti non utilizzati
per la produzione, il banchiere crea la moneta corrispondente a queste
giacenze, di uomini, di impianti, di macchinari. Perché queste giacenze
rappresentano il risparmio reale del mercato, ed i simboli monetari emessi dal
credito bancario non sono che la rappresentazione contabile del fenomeno.
La funzione della banca
non è di rendere i depositi ai depositanti ma di adeguare il volume della
circolazione alle effettive esigenze produttive del mercato, in modo che tutti
i fattori siano impiegati. Se la banca esercita questa funzione entro questi
limiti, espande il reddito della nazione e crea la propria solvibilità.
Non pare che questi concetti,
ovvi per chi segua la recente letteratura economica anglo-americana, siano noti
al professore Einaudi. E se lo sono non pare che siano condivisi. Egli è fermo
su concezioni antiche. Alla formula quantitativa del valore della moneta. E
sembra ignorare che quando, in un paese, (come avviene oggi in Italia) il
sistema bancario rifiuta di assolvere la funzione di adeguare la circolazione
monetaria al volume delle transazioni che potrebbero essere attuate, in
rapporto ai fattori della produzione (uomini, merci, impianti) disponibili e
non occupati, in tale caso la banca crea la propria insolvibilità. Perché per
la sua insufficienza di reddito i prelievi superano i depositi. I ritardi di pagamento
(cambiali) diventano universali. E il pagherò incerto sostituisce la moneta
certa.
Ma qui il discorso
sarebbe lungo. Passiamo oltre.
Sul bilancio: il deficit
sistematico
Einaudi si chiede: «Tra
coloro che presiedono a quelle tali leve (che impediscono la disoccupazione)
sono compresi i ministri del Tesoro? «Se si, essi possono consentire
stanziamenti intesi a dare lavoro entro i limiti nei quali essi hanno coscienza
di non distruggere tanto altro lavoro che sarebbe creato se i contribuenti
fossero spinti alla disperazione da imposte troppo feroci ». E’ evidente che
per Einaudi il ministro del Tesoro può spendere solo quello che incassa. E può
disporre solo di ciò che gli fornisce il gettito fiscale.
Ignora quindi
deliberatamente la tesi della scuola del pieno impiego a cui pure si riferisce
La Pira. Gli economisti e gli statisti di questa scuola in Inghilterra, in
Olanda, in Belgio, in Svezia, in Norvegia, in Germania, in Austria, sanno che
per debellare la disoccupazione bisogna integrare la insufficiente capacità di
acquisto compensando il reddito tesaurizzato con una iniezione supplementare di
reddito nel mercato. Questa dilatazione di redditi si ottiene riducendo il
carico fiscale. Adottando il deficit sistematico di bilancio, ed espandendo il
credito con una politica di spesa. II deficit sistematico di bilancio ha
ricevuto una piena giustificazione teorica in tutto il mondo civile. Esso è
alimentato dal ministro del Tesoro con una espansione della circolazione
monetaria.
Ancorato alla concezione
classica della moneta ed alla formula quantitativa, Luigi Einaudi ignora che la
scienza moderna ha precisato che la dilatazione della circolazione monetaria
non provoca inflazione quando nel mercato esistono operai disoccupati, merci
disponibili, ed impianti fermi, perché in tale caso l’aumento del gettito
produttivo, compensa con l'offerta di nuovi prodotti, (a costi decrescenti) la
maggiore quantità di denaro.
Scrive che i ministri del
Tesoro «per dare lavoro, devono avere la coscienza di non dovere stampare
quella tale carta falsa che per ben due volte in Italia ha distrutto le classi
sociali. Una prima volta nel 1918, ed una seconda dopo l'ultima guerra ».
E’ troppo facile
obbiettargli che le emissioni di carta attuate nel corso delle due guerre hanno
provocato la svalutazione, perché sono servite a creare delle merci, che sono
state definitivamente distrutte; bombe, trincee, e cannoni. Se le emissioni di
carta e di credito fossero servite a bonifiche, fabbriche, strade e case, la
moneta non si sarebbe svalutata, perché in corrispondenza con la maggior
quantità di moneta, ci sarebbe stata in Italia (e ci sarebbe restata) una
maggiore quantità di servizi e beni: non la carta, le merci erano «false ».
Non la stampa della carta
falsa, ma la distruzione di una mercanzia falsa e sterile ha provocato la
perdita, che si e socializzata con la svalutazione della moneta. Non
confondiamo.
Ci sono tonnellate di
libri di solida dottrina che insegnano che i ministri del Tesoro debbono
dilatare la circolazione monetaria e creditizia ogni volta che vi è
disoccupazione.
Stupisce la violenza
puramente verbale usata da un economista di rango per difendere la teoria
quantitativa della moneta, che è stata - come è noto - superata da tre decenni!
Non basta definire falsa la moneta che si stampa, per riaccreditare una teoria
frusta. Si legge sul Samuelson: «La maggior parte
degli economisti non accetta la teoria quantitativa che cum
grano salis. Essi ricordano i lunghi anni del
1930-1939... anni nei quali aumenti della quantità di moneta non provocarono
nessun mutamento corrispondente nei prezzi. Invece che alla teoria
quantitativa, oggi si bada al volume degli investimenti in rapporto alla piena
occupazione ». E conclude: «Se questi investimenti sono inferiori al livello a
cui si realizza la piena occupazione, il reddito globale della nazione permane
a un livello basso, e la insufficienza di consumo provocherà una spinta dei
prezzi al ribasso, anche se per favorire questi investimenti si stampa moneta,
o si dilata il credito (che è lo stesso) ».
Catastrofiche conseguenze
Quali sono le conseguenze
di questo orientamento? La moneta è un mezzo di trasporto. Trasferisce il
valore, nel tempo e nello spazio. Senza moneta, le merci non si scambiano, i
prodotti non si compongono e le trasformazioni economiche non avvengono. Quindi
più è grande la produzione delle merci, più è grande la quantità di moneta che
occorre.
Ma ancora più importante
della quantità di produzione, è il modo in cui la produzione si compie. Nella
tecnica moderna la divisione del lavoro diventa sempre più esasperata. Alla
perfezione di ogni singolo prodotto collaborano innumerevoli industrie,
innumerevoli specialisti divisi e differenziati in infinite attività. Per
mettere in contatto queste qualificazioni occorre una massa crescente di
moneta. Una massa assai più grande di quella che non fosse necessaria per
produrre analoghi prodotti, in un'era della civiltà in cui la produzione era
meno specializzata.
La massa della moneta
dunque non è solo funzione della quantità delle transazioni. Ma la quantità
delle transazioni è funzione del grado di specializzazione che ha raggiunto un
mercato nel suo sviluppo tecnico.
La civiltà moderna,
sospinta dal progresso scientifico, tende verso forme di sempre maggiore
specializzazione e di sempre maggiore integrazione. La moneta vi opera come
strumento di coordinazione, in quanto serve a mettere in contatto fattori
diversi della produzione. Ma è anche strumento di specializzazione tecnica in
quanta rendendo facile la collaborazione tra elementi differenziati ne
favorisce la specializzazione. E poiché la specializzazione è origine di
efficienza, la differenziazione del mercato ché si compie sotto la spinta di
una agile e sana circolazione monetaria è fonte di riduzione di costi.
La civiltà moderna ha
dunque bisogno di masse crescenti di moneta per poter funzionare; solo così il
fenomeno della integrazione produttiva degli elementi che la costituiscono può
effettuarsi.
In Italia si è invece
distrutto lo strumento della integrazione tra i gruppi specializzati e
differenziati delle strutture produttive. Impedendo questa integrazione si è
retrocesso il mercato nazionale all'era del trogloditismo economico, proprio
mentre il mondo si avvia per lo sviluppo tecnico a forme di sempre maggiore e
più accanita specializzazione. Tutto il sistema è stato costretto a perdite
astronomiche e di efficienza.
Verso l’inflazione
Tuttavia un mercato ha
una sua vitalità incomprimibile. E’ quando lo Stato distrugge la moneta, la
necessità forza la mano agli operatori, e li costringe a surrogare la moneta
con altri strumenti. Le trasformazioni produttive debbono compiersi; non si
possono contrarre al di sotto di un determinato livello pena la morte fisica. E
sono queste trasformazioni incomprimibili che creano la coraggiosa spinta alla
creazione dei surrogati.
I surrogati della moneta
sana le cambiali e le merci. La cambiale surroga la moneta, perché sostituisce
al pagamento, una promessa di pagamento. Le merci sono un surrogato della
moneta quando surrogano uno scambio monetario, col baratto. In Italia coesistono
oggi i due fenomeni: il baratto e le cambiali.
Entrambi i surrogati
provocano perdite, oneri, aggravi di costi generali. E la insufficienza dello
strumento monetario, e la surrogazione di questo strumento con altri mezzi
provoca come conseguenza la perdita di efficienza del sistema produttivo
nazionale. Ossia l’aumento dei costi. Questo aumento di costi non è determinato
dalle cambiali, non è determinato dai baratti, ma si determina, malgrado le
cambiali e malgrado le forme di baratto, per le difficoltà che incontrano gli
operatori economici a integrare le loro differenziate qualificazioni essendo
stati privati dello strumento monetario capace di metterli tra loro in contatto
e in collaborazione.
E chiaro che il crollo
della efficienza produttiva di un sistema nazionale provoca un aumento dei
costi, per cui si arriva alla inflazione per deficienza di moneta.
Dal decano dei nostri
economisti, in polemica con La Pira, avremmo voluto qualche cosa di più di una
semplice ripetizione di vecchi concetti classici, superati da tutta la recente
letteratura scientifica.
Le ripetizioni non
provano nulla. Contano i fatti. I quali sono questi: la disoccupazione è
annientata in tutti i paesi del mondo, meno che in Italia. E la efficienza è
aumentata in tutti i paesi del mondo: meno che in Italia, i cui costi di
produzione (riferiti al mercato internazionale) sono di più in più alti.
II professore Luigi
Einaudi è padrone di rimanere fedele ai postulati appresi ai tempi della sua
gioventù. Ma se non accetta le posizioni scientifiche nella scienza
contemporanea, dovrebbe almeno spiegarcene le ragioni; dovrebbe opporre a chi
gli parla della obiettiva possibilità di adottare una politica di pieno
impiego, con l’uso di moderni strumenti teorici, perché non è d'accordo. Tanto
più che non si tratta di una disquisizione accademica e platonica ma di
discussioni su direttive di governo.
Diversamente, i suoi
scritti potranno stupire gli ingenui e gli sprovveduti. Ma resteranno senza
presa per coloro che seguono, con trepidazione e angoscia, lo sforzo teorico e
pratico dei paesi civili alla soluzione di tale grave problema.
«Triste epoca la nostra,
in cui è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio» ha scritto Einstein. I radicatissimi
pregiudizi della scuola classica, difesi dall' antica fama del professore Luigi
Einaudi, stanno mandando al creatore la sventurata economia italiana.
Non è tempo di vederci
chiaro? Cerchiamo di farlo.
CAPITOLO
TERZO
UNA NUOVA SCUOLA
ECONOMICA
Esiste una scuola di
economisti che ha rinnovato il pensiero scientifico. Essa ha realizzato il
pieno impiego nei paesi in cui i suoi criteri sono stati adottati. E' formata
da uomini che appartengono a vari paesi del mondo civile; che sono collegati ed
uniti come una famiglia, ed hanno impresso alla economia una rivoluzione
paragonabile a quella che Einstein e i Curie hanno
impressa alla scienza della materia.
I classici della economia
credevano in alcune leggi. Ma questi uomini hanno discusso le vecchie leggi.
Hanno riesaminato i fatti, ed anziché invogliare i governi a fare entrare i
fatti negli schemi antichi, hanno adeguato le teorie alle necessità nuove dei
popoli. Così molte cose sono apparse mutate, e molti problemi si sono risolti,
perché molte difficoltà erano nelle parole, e nelle abitudini di chi le
ripeteva.
Abitudini mentali
Le abitudini mentali
costituiscono delle terribili barriere che ci separano dal benessere; delle
catene che ci incatenano alla miseria. D'altra parte coloro che si accingono a
infrangere un modo di pensare sanno cosa li aspetta. Tutti i profeti sono stati
ammazzati, prima che venisse una nuova generazione che accettasse il loro
linguaggio. La maggior parte della umanità è formata da esseri in cui prevale
lo spirito di adattamento, ed è bene che sia così, perché diversamente non
sarebbe possibile sviluppare la struttura organizzata della società moderna.
Ma i nuovi tempi
procedono rapidamente verso radicali rinnovamenti, e richiedono uomini in cui
prevalga lo spirito di innovazione. I rinnovatori che penetrano con le loro
anticipazione nei tempi, sono la punta della umanità; sono come le cellule
apicali delle foglie e delle piante a cui è affidato lo stimolo della crescita.
Sono pochi, isolati, incompresi, e sono sacrificati al loro compito biologico.
La legge della specie è questa.
Queste parole
provocheranno scandalo, perché spezzano un conformismo intellettuale.
Conformismo universitario
Gli esperti che sanno
tacciono, perché il conformismo attuale, benché fondato sulla menzogna di una
verità antica, che la scienza ha travolto nella polvere, serve. Giustifica il
grosso monopolio bancario, che controlla il 90% del risparmio Italiano. Le
teorie che rafforzano la scarsità del denaro, facilitano il trasferimento del
reddito nazionale dalle mani di chi lavora a quelle dei banchieri. I quali sono
i soli che finanziano gli uffici studi, le riviste tecniche, i giornali, su cui
si scrivono le dottrine antiche che oltre confine screditerebbero uno
scienziato. Così la grande banca monopolistica e statale è spinta dalla
ignoranza e dal silenzio degli esperti a perseverare in questo dorato errore.
Vi sono alcuni coraggiosi
universitari che parlano o cercano di farsi sentire, e contro di loro è in atto
la persecuzione, l’ostracismo e quello che è peggio, il silenzio.
Eppure oggi è giunto il
momento di parlare, perché la condanna del sistema è nei fatti. Queste parole
accennano ad una spiegazione. Chi vorrà approfondire il problema dovrà
consultare molti volumi, compiere studi che onorano il pensiero moderno. Qui
troverà solo una traccia, un invito, un orientamento. Qui troverà solo la
parola di chi avendo trovato una strada, credendola utile, la vuole additare a
molti altri, perché accompagnandolo, sopravanzandolo, la percorrano.
E’ la grande strada del
lavoro, del benessere, della dignità.
La dottrina del pieno
impiego
Queste pagine sono una
polemica contro Luigi Einaudi. Egli, con la sua azione politica, e con la sua
linea, ha imposto all'Italia una dottrina che è la netta antitesi delle
dottrine del pieno impiego e del benessere, che pure da venticinque anni sono
studiate e applicate nei paesi più civili. Egli sa che, in tutti i paesi
progrediti, questa espressione ha assunto un significato preciso, un valore
tecnico e scientifico.
Esiste una scuola
economica del pieno impiego, come una economia del benessere, che si è definita
per una sua dottrina. una sua teoria, una sua interpretazione dei fatti
economici in antitesi ai principi della cosiddetta scuola classica a cui ci ha
asservito la linea Einaudi.
Questa scuola ha al suo
attivo un corpo di studi, che si sono andati stratificando in tutte le
biblioteche del mondo. Gli economisti delle università di Cambridge e di Oxford
sono stati i primi a dare il primo colpo di piccone al venerando edificio delle
dottrine del secolo scorso. Queste dottrine non sono uniformi. Non si sono
cristallizzate in dogmi. Ma hanno un orientamento comune e, - ciò che più
conta, - hanno comuni esperienze concrete di governo, che sono state attuate
infrangendo quei dogmi a cui noi ancora obbediamo.
Le teorie del pieno
impiego riconoscono in Lord Keynes, Governatore della Banca di Inghilterra, se
non il caposcuola, per lo meno la propria figura più rappresentativa e
coraggiosa. Sono dottrine ormai controllate. Convalidate dalla esperienza
dell'amministrazione di Roosevelt, dalle attuazioni
del Governo Inglese, del Governo Belga, del Governo Olandese, del Governi
Svedese, Finlandese, Germanico, Australiano e Canadese.
In tutti questi paesi
queste dottrine hanno smantellato qualche cosa di più dei principi teorici
della economia classica: hanno smantellato anche la disoccupazione. Hanno
consentito l’integrale utilizzazione di tutte le risorge disponibili. E il
fattore uomo è stato da loro valorizzato sempre come la prima ricchezza.
La Germania alla fine della
guerra non possedeva più né riserve di materie prime, né impianti, né capitali
finanziari; per contro aveva una popolazione di milioni di operai e di
dirigenti altamente qualificati. Essa costituisce un esempio di come, paesi
privi di tutto, possano impiegare tutti i propri figli adottando una giusta
via, in base a una giusta interpretazione dei fenomeni economici e delle leggi
che li governano.
La popolazione è una
ricchezza della Nazione
Queste considerazioni ci
confortano a porre una premessa: la esistenza di una densa massa di popolazione
costituisce una ricchezza potenziale per una nazione. La nuova scuola considera
come suo obbiettivo lo sfruttamento di questa energia umana.
Per le nuove dottrine,
non i conti in banca né i segni monetari fanno la ricchezza delle nazioni. E
neppure le miniere, le ricchezze del sottosuolo, le materie prime, e gli
impianti.
Ciò che costituisce
veramente la ricchezza delle nazioni sono i suoi uomini, soprattutto il grado
della loro qualificazione tecnica; il livello della loro capacita
organizzativa; il coraggio della loro iniziativa individuale e collettiva,
nell'affrontare comuni problemi di trasformazione dell'ambiente in cui vivono.
La Svizzera non possiede
che pascoli ruscelli e rocce. Ma la qualificazione tecnica dei suoi abitanti,
il loro gusto per la precisione e per il metodo, ne ha fatto degli artigiani
abilissimi. Senza materie prime vendono in pochi grammi di acciaio gli orologi
più perfetti. Il cacao nasce nei tropici. Ma la più grande società dolciaria
del mondo, la Nestlé, ha la sua sede a Vevey!
A Biella si producono
stoffe con lana australiana. Non ci sono pecore sui monti biellesi.
Ma c'e una alta qualificazione nei suoi abitanti.
L'uomo crea la ricchezza
dei territori
Non l’ambiente fa la
ricchezza dell'uomo. E’ la mentalità dell'uomo che fa la ricchezza
dell'ambiente. La base della ricchezza è la cultura scientifica e tecnica: è il
pensiero.
I seguaci delle utopie
classiche ripetono che l'America è ricca per le sue risorse naturali. E’ facile
rispondere che per millenni, le ricche risorse naturali che oggi alimentano la
grande avventura tecnica della civiltà americana sono rimaste inerti, ed hanno
a stento sostenuto la vita di poche tribù di indiani, che morivano di fame
utilizzando i soli prodotti della caccia. Se la ricchezza dei territori
determinasse la ricchezza delle nazioni le ricche regioni del nord America
avrebbero dovuto alimentare da secoli lo sviluppo di una altissima civiltà,
anche tra gli indiani. Ed i negri del Congo da secoli sarebbero civilissimi.
Invece gli indiani sono
stati incapaci di sorpassare il livello di una civiltà di cacciatori, finché
gli europei non importarono nei loro territori la mentalità, i metodi, i
sistemi di una nuova tecnica produttiva. Fu questa tecnica che mise in valore
le ricchezze. Le immense possibilità di iniziative offerte da una terra che
liberava i capaci dai vincoli e dalle paure tradizionali, consentì la
esplosione di forze umane incalcolabili.
Immense regioni,
prodigiosamente ricche, come il Congo, come il centro Africa, come l’Arabia,
come il Brasile, non raggiungeranno gradi di ricchezza superiore, fintantoché
non saranno popolati da una generazione di uomini nuovi. Tecnicamente
qualificati essi potranno spezzare le barriere della loro povertà. Se saranno
moralmente armati di audacia, potranno immaginare metodi nuovi per aprire gli
scrigni delle immense ricchezze, che esistono in natura: ovunque.
La tecnica crea ricchezza
dovunque
Per i selvaggi i fiumi
non sono nulla: per i popoli civili sono sorgenti di energia elettrica. Per i
selvaggi le foreste sono agguati vegetali: per i civili sono fonti di
inesauribili materie, che si trasformano in tessuti, in giornali, in battelli.
Per un popolo primitivo
la terra coi suoi prodotti serve appena per produrre pane. Per un popolo
evoluto il prodotto agricolo costituisce il primo scalino di una immensa
trasformazione industriale, che crea acque minerali, bevande, profumi, essenze,
succhi concentrati, vitamine, concimi, prodotti chimici. E la dove per popoli
arretrati non esistono materie prime, per popoli progrediti sorgono dal nulla
infinite ricchezze.
Non ci sono più paesi
poveri e paesi ricchi. Oggi tutti i paesi hanno sorgenti di materie prime, per
alimentare e sviluppare cicli industriali capaci di creare lavoro. Ci sono
popoli qualificati e popoli ignoranti. La sola povertà è la ignoranza. La sola
ricchezza è la scienza. Anche il coraggio e l’iniziativa sono figli del
conoscere.
Dove non esiste nulla, le
materie prime possono dedursi dall'azoto, che è nell'aria; dal carbonio che è
nei cieli; dall’ossigeno che noi respiriamo. Questi elementi costituiscono la
base di sintesi sempre più compiesse, da cui tutto può essere ricavato e
prodotto. E sono dovunque. II giorno in cui creeremo energia dall'atomo le
sorgenti della potenza saranno dovunque. E di questo giorno noi vediamo gia
sorgere l'alba. Ma bisogna conoscere la nuova vita che ci si offre.
La scienza libera l’uomo
e riduce i costi
Quanto più progredisce la
scienza, tanto più l'uomo si svincola dalle catene della propria povertà. La
scienza apre possibilità di iniziative, la dove non esistevano. Ma la scienza
chiede che il nuovo condottiere di benessere il nuovo costruttore di lavoro, sia
non solo coraggioso; sia qualificato.
Alla base del progresso
c'è la qualificazione. II primo investimento che dobbiamo fare è un
investimento per creare degli uomini che siano cittadini del mondo moderno; che
abbiano occhi per vedere le vere possibilità che sono latenti intorno a noi;
che vivano cioè nel 1957; e che non siano succubi delle vecchie idee, e delle
concezioni che appartennero ai nostri nonni.
Perché per l'uomo
ignorante il mondo più ricco é una landa deserta, arida di ogni prospettiva, e
priva di ogni possibilità. Mentre per l'uomo qualificato ogni zona nasconde una
ricchezza. Ford diceva che nel mondo moderno ci sono
più occasioni che uomini. « Ma la maggioranza degli uomini è cieca ».
L'Italia è ricca
Si dice che l'Italia è un
paese povero, perché è abitato da troppa popolazione. E’ una dottrina
antiquata, che il progresso del pensiero scientifico ha smantellato. Malthus nel secolo scorso scatenò il demonio affermando che
quando la popolazione raddoppia è esattamente come se il mondo si dimezzasse.
Di restrizione in restrizione, cibo e mezzi di sussistenza sarebbero divenuti
insufficienti. A causa della legge dei rendimenti decrescenti ciò era
logicamente vera. Egli non previde i miracoli della rivoluzione industriale e
la sua logica è andata in frantumi. La scienza ha dilatato i confini del mondo.
Ha moltiplicato le possibilità del nostro ambiente. La terra è diventata più
piccola per le comunicazioni; ma più grande per le risorse. Nell’era atomica,
ogni metro quadrato del suo territorio con la scoperta della disintegrazione
della materia e della fotosintesi, contiene più potenza e nutrimento che un
Regno del XV secolo.
Questa modificazione di
rapporti, non si è verificata perché la terra è mutata. E’ mutato solo il
cervello dell'uomo. E’ frutto della qualificazione. E’ conseguenza del
pensiero. II progresso scientifico ha reso i costi marginali decrescenti.
L'Italia è un paese
ricco, proprio perché possiede la materia prima più importante, per la
costruzione di una civiltà. Questa materia prima è la sua razza; è l'Uomo.
L'Italia possiede una
razza intelligente, assimilatrice, coraggiosa, che non chiede che di essere
istruita, educata, e qualificata. Se assimilerà la scienza, moltiplicherà le
sue possibilità.
Educare ed istruire la
popolazione di una nazione significa insegnarle a sfruttare delle possibilità
che prima ignorava; significa dilatare i confini della realtà in cui vive.
Aprirle nuove vie di iniziativa, di sviluppo, di ricchezza.
Per queste ragioni noi
concludiamo questa prima parte del nostro discorso, con questa dichiarazione.
I disoccupati d'Italia
sono la grande riserva della nostra ricchezza futura. Sono la forza su cui
dobbiamo agire per dilatare il nostro raggio vitale. Ogni sforzo fatto per
istruire e qualificare questa massa potenziale, dilata i limiti concreti della
realtà geografica in cui viviamo, e sposta le barriere e i confini che ci
rinchiudono.
Istruire un italiano è
come conquistare un pezzo di territorio. In questo senso possiamo dire che
veramente un grande impero è in Italia. Un impero da scoprire. Lo scopriremo se
costruiremo delle scuole. Questo insegna la dottrina del pieno impiego su
l'argomento che si chiama «Uomo ».
CAPITOLO
QUARTO
LA PARSIMONIA E' LA
ROVINA DEI POPOLI
Perché in Italia ci sono
due milioni di disoccupati ? La disoccupazione è stata debellata ovunque. In
Germania, in Inghilterra, in America, in Belgio in Australia. Paesi poverissimi
di materie prime, come la Svizzera, non solo non hanno disoccupati ma importano
lavoratori. Ed importano lavoratori il Belgio, l'Olanda e l'Inghilterra.
Importa lavoratori la Germania risorta dalla polvere.
Solo in Italia, unico
paese del mondo occidentale, due milioni di italiani sono privi di lavoro.
Perché ?
Vecchi pregiudizi
Perché l'Italia è il solo
paese dell'occidente che continui ad orientare la sua finanza pubblica secondo
i principi della cosiddetta scuola classica della economia. Di quella scuola
che è responsabile delle catastrofiche crisi del 1929 culminata col crollo di Wall Street, e con 9 milioni di disoccupati.
In Italia la
disoccupazione è fabbricata per decreto legge.
Perché le direttive
governative, ispirate a una scuola antica, non possono fare altro che provocare
la disoccupazione. Gli sforzi di tutti gli imprenditori, la capacità di tutti
gli operatori, l'attività di tutti gli uomini politici, è disarmata di fronte
alle conseguenze che sono provocate da questi principi: è quindi necessario che
ciascuno di noi si renda conto, in modo chiaro e possibilmente sintetico, della
profonda differenza che intercede tra la nuova e la vecchia scuola economica.
Tra la cosiddetta dottrina classica e la dottrina del pieno impiego.
Gli errori dei classici
La scuola degli
economisti classici insegna i seguenti precetti per aumentare la ricchezza di
una nazione.
1) Bisogna consumare di meno, per risparmiare di più.
Tutto ciò che non si
consuma, lo si risparmia. Tutto ciò che si risparmia, lo si investe.
L'investimento quindi è uguale al sottoconsumo.
2) Anche lo Stato deve cercare di consumare pochissimo
per consentire che il privato investa di più.
Bisogna contenere la
spesa dello Stato nei termini minimi. Non bisogna spendere più del previsto. Il
bilancio dello Stato deve essere in pareggio.
3) Per favorire il risparmio, si deve pagare un alto
interesse al denaro.
E se nel paese il denaro
è scarso, occorre aumentare il costo del denaro per invogliare la formazione
delle scorte liquide.
4) Per la stessa ragione
la moneta deve essere forte. Perché la stabilità di una moneta forte
costituisce la garanzia di un costante orientamento dei risparmiatori ad
accumulare scorte monetarie, (che corrispondono ai loro sottoconsumi), che
verranno poi dagli imprenditori trasformate in nuovi investimenti.
Queste direttive
purtroppo non provocano la ricchezza; ma avviano le nazioni alla miseria, alla
disoccupazione ed alla fame. La nuova scuola economica del pieno impiego détta
norme per la sana amministrazione dei popoli, che sono esattamente l'opposto di
quanto è stato insegnato.
Cominceremo per
illustrare quello che gli economisti moderni chiamano ufficialmente il
«paradosso del risparmio» e smantelleremo per primo il mito che la ricchezza
nasca dalla astensione del consumo e dalla parsimonia.
Il paradosso del
risparmio
Se un individuo risparmia
fa la sua ricchezza; se tutti gli individui di un paese risparmiano fanno la
loro miseria...
Questo paradosso si
spiega col fatto che le regole che governano il comportamento privato non sono
le stesse che regolano il comportamento collettivo.
Infatti se tutti gli
individui di un paese risparmiano, essi, nel loro complesso, ridurranno la
complessiva spesa nazionale di una somma pari al loro risparmio. La immediata
conseguenza sarà la contrazione delle vendite, che determinerà un inizio di
difficoltà tra i produttori. Prima avremo un aumento delle scorte; poi una
riduzione di prezzi. Tutti cercheranno di vendere a prezzi più bassi. Ma se
persisterà l’orientamento al sottoconsumo e al risparmio, i produttori saranno
costretti a licenziare parte dei loro operai, e a vendere in perdita.
Per questa ragione il
reddito complessivo della nazione sarà ulteriormente ridotto. Le scorte
invendute aumenteranno. E siccome non si potrà ridurre la capacita di
produzione degli impianti esistenti, questi in parte si fermeranno. I loro
costi generali fissi graveranno su un volume minore di prodotti. I costi
aumenteranno proprio mentre crolleranno i prezzi. Così spariranno gli utili. In
queste condizioni nessuno vorrà investire e diminuirà il flusso degli
investimenti.
II risparmio crea miseria
Si arriva alla
conclusione paradossale del risparmio che crea la miseria. In un paese in cui
tutti i cittadini risparmiano, ci si avvia alla sicura povertà, per il crolla
dei consumi e l’arresto degli investimenti. Infatti, in queste condizioni,
nessuno sarà disposto ad immettere nel mercato, sotto forma di investimenti,
quelle somme liquide che avrà tesaurizzato. La propensione a trasformare i
risparmi in investimenti sarà notevolmente frenato dalla generale insicurezza
che è provocata dalla contrazione del consumi, degli impieghi e delle attività.
Il crollo dei prezzi invoglierà ciascuno a persistere nella tesaurizzazione dei
propri capitali, attendendo ulteriori ribassi, così tutto il mercato sarà
travolto in una spirale di distruzioni e di smantellamenti, che si aggraverà
sempre più provocando la generale povertà, tra l'abbondanza di prodotti
invenduti, di impianti efficientissimi paralizzati, di validi lavoratori senza
impiego, e di somme dl denaro tesaurizzate. Questo è il paradosso del
risparmio.
L’errore di Einaudi: la
parsimonia
Ma se leggete gli scritti
e le direttive di Luigi Einaudi vi troverete che l'Italia, per investire di
più, deve consumare di meno. E questa direttiva, da dieci anni, ispira l’azione
del nostro governo.
Un bilancio attivo
impoverisce il Paese
Gli economisti della
scuola classica insegnano che una modesta spesa statale ed un bilancio attivo
fanno la ricchezza delle nazioni. Questa affermazione è falsa.
Questa affermazione si
fondava sulla convinzione che tutte le risorse monetarie che lo Stato spende le
ricavi dai suoi cittadini con prelievi fiscali.
Quando la massa della
produzione si contrae, si riduce la massa degli scambi e dei redditi su cui il
governo preleva i propri tributi; anche il gettito fiscale. diminuisce. II
bilancio dello Stato tende quindi a precipitare nel deficit.
Gli economisti della
scuola classica a questo punto si presentano a ricordarci che il deficit del
bilancio è un male che deve essere evitato con qualsiasi mezzo. Essi invitano i
cittadini a una maggiore austerità. Insistono sulle virtù della parsimonia e
del risparmio. Si presentano sul mercato esausto per mancanza di capacità di
acquisto, e pretendono nuovi tributi. Ma più prelevano, più riducono la
capacità di acquisto. Più si contrae la produzione, più si riduce l’area dei
prelievi fiscali. Più aumenta il deficit del bilancio.
Quanto più aumenta questo
deficit, tanto più aumentano le pretese degli economisti classici verso un
mercato sempre più povero. Così il governo diventa nemico della nazione e la
sua azione invece di attenuare, aggrava la depressione del mercato.
L'errore di questa
interpretazione è dovuta alla ingenua persuasione che lo Stato possa spendere
solo ciò che incassa, e possa ridistribuire solo la ricchezza che «preleva ai
privati ». In realtà lo Stato può distribuire anche la ricchezza che non ha
ancora prelevato, aumentando la spesa globale della nazione e quindi aumentando
il reddito e la occupazione, salvo a rimborsarsi dopo di queste anticipazioni
monetarie che hanno per effetto di dinamizzare e
tonificare il mercato.
La scuola degli
economisti moderni insegna che il pareggio del bilancio, in un mercato in
crisi, riduce il volume della spesa globale della nazione. Riduce la capacita
di acquisto. Aggrava la paralisi e la disoccupazione del mercato. Rende di più
in più difficile il pagamento di nuovi tributi, perché impoverisce sempre di
più il paese.
Chi persegue in tempo di
crisi il pareggio del bilancio porta sicuramente la nazione alla rovina.
L’alto prezzo del denaro
scoraggia gli investimenti
Gli economisti della
cosiddetta scuola classica credono che la riduzione degli investimenti della
nazione sia dovuta al fatto che il volume del risparmio è insufficiente.
Offrendo un'alta remunerazione al denaro, essi pensano che si possano
invogliare i risparmiatori a risparmiare.
Se si aumentano le scorte
di denaro liquido in cerca di impiego, essi pensano che, in definitiva, si
aumenta il volume dell'investimento. Essi pensano che il volume
dell'investimento sia eguale al volume del risparmio.
L' esperienza ha
dimostrato che questo meccanismo non funziona in questo modo. Purtroppo la
scoperta di questo errore è costata molta fame e molta miseria perché ha
provocato l'aggravarsi della crisi del 1929, fin che tali metodi non furono
abbandonati, e tali illusioni revisionate.
L'esperienza ha
dimostrato che la propensione ad investire non è funzione della massa di
risparmio disponibile; ma della convenienza che l'imprenditore presume di
ricavare dall'investimento: ed è in rapporto al guadagno che egli pensa di
realizzare. Questo guadagno è rappresentato dalla differenza che c'e tra il
costo del denaro che prende in prestito e quanto gli renderà il denaro che
investe.
Se il costa del denaro è
alto, questo margine diventa piccolo e la convenienza a trasformare le scorte
liquide in investimenti va a farsi benedire.
Contrariamente a quando
credevano gli economisti della scuola classica, aumentare il costo del denaro
scoraggia l'investimento. Per favorire l'investimento occorre ridurre il costo
del denaro e favorire una politica di denaro facile, con una adeguata politica
di facilitazioni creditizie.
Aumentare il costo del
denaro è come fabbricare la disoccupazione. E noi lo stiamo facendo da dieci
anni. L'Italia è l'impero degli strozzini.
La moneta forte rende il
mercato debole
Gli economisti classici
predicano la necessita di una moneta forte.
Ecco come ragionano gli
economisti ortodossi.
Per favorire il risparmio
bisogna che la moneta sia stabile. La stabilità della moneta è garantita dalla
sua scarsità. Più la moneta è scarsa, più vale. Più vale, più i privati sono
indotti a preferire moneta ad altre merci quindi a risparmiare.
Il ragionamento si fonda
sulla cosiddetta teoria quantitativa del valore della moneta. Questa teoria
insegnava che il valore della moneta è determinato da un rapporto che sta tra
la massa di moneta (moltiplicata la sua velocità di circolazione) e la massa
della produzione, (moltiplicata la velocità di trasformazione); ossia per la
massa delle transazioni produttive.
Partendo da questa legge,
i classici pretendono che il volume della circolazione non deve aumentare e che
lo si deve regolare sulla massa delle transazioni produttive esistenti sul
mercato.
Siccome in tempo di crisi
la massa di queste transazioni si restringe, essi riducono la espansione della
moneta, seguendo la restrizione delle transazioni. Vietano allo Stato di
stampare moneta e vietano al sistema bancario di creare quella moneta di conto,
che si chiama moneta bancaria, e che è il credito.
La restrizione creditizia
per i classici è un'arma per mantenere alto il valore della moneta e per
renderla forte. Per aumentare il risparmio e l'investimento.
Ma come abbiamo visto, quantio più è scarsa la moneta, tanto più essa è costosa.
Tanto più basso diventa il margine di guadagno che l'imprenditore presume di
ricavare correndo il rischio di un lavoro. Per questa ragione non pensa a fare
investimenti e la disoccupazione cresce.
Per conseguenza la moneta
scarsa, e forte, provoca la progressiva paralisi del mercato, per difetto di
investimento, il crollo del reddito nazionale e infine la contrazione della
propensione a risparmiare.
Virtù che sono errori
Concludendo: la
esperienza ha dimostrato che predicando la parsimonia dei privati e dello
Stato, ossia riducendo la spesa privata e statale, si riduce la spesa globale
delta nazione, si riduce il volume degli acquisti e si inizia la spirale della
disoccupazione.
In secondo luogo:
Aumentando il costo del
denaro, e riducendo La quantità di moneta in circolazione, si crea una moneta
forte, perché si crea la borsa nera del denaro. Ma non una moneta sana perché
l’alto costo del denaro, unito alla scarsa capacità di consumo del mercato,
riduce il margine di guadagno degli imprenditori, e non li seduce a dilatare
gli investimenti.
E ciò concorre a dilatare
la disoccupazione.
Si arriva così a questa
conclusione:
L' aumento del risparmio
e la rarefazione monetaria sono la causa principale della disoccupazione e
della miseria.
Fallimenti per decreto
legge
I principi teorici che
abbiano volgarizzato nei punti precedenti, chiariscono le cause che hanno
provocato l’attuale congiuntura italiana e la presente disoccupazione.
Ci siamo mantenuti su un
tono volutamente semplice, e non siamo scesi in dettagli, perché il nostro
scopo non è di scrivere per coloro che queste cose conoscono; ma di chiarire
nelle grandi linee al grande pubblico degli operatori economici le ragioni che
spiegano la congiuntura in cui viviamo.
In Italia tutti i
fenomeni descritti come conseguenza degli errori dei classici coesistono e
operano sotto i nostri occhi. Costituiscono la «linea» del governo.
In ogni scritto del Corriere
della Sera gli economisti accreditati invitano gli italiani a consumare di meno
per investire di più.
In ogni rapporto della
Banca d'Italia si legge una lode alla moneta forte. Per rafforzare la moneta si
è imposta da dieci anni una restrizione creditizia che paralizza tutte le
branche. Esiste una borsa nera del denaro dovuta a una insufficienza del mezzo
circolante in rapporto alle normali esigenze del mercato: abbiamo 15 mila
miliardi di cambiali in circolo, per cui si pagano 70 miliardi annui di bolli
al tre per mille. I produttori che usano questo surrogato della moneta non
pagano meno di 1300 miliardi di interessi passivi all'anno; ossia tutta la
circolazione cartacea deve girare almeno una volta nel sistema, per pagare gli
oneri passivi creati dalla insufficiente moneta.
Per questo il flusso del
risparmio è scarso; perché il volume della produzione non lascia margini a
nessuno. Il gettito fiscale è insopportabile, e il bilancio dello Stato in
deficit.
Possiamo quindi
concludere che non la incapacità degli italiani ha causato l'attuale stato di
disagio, di marasma, di miseria e di disoccupazione. Ma le direttive che sono
state impartite e che hanno orientato la nostra vita produttiva, ci hanno
condotto a questo stato di cose.
Queste direttive recano
un nome e risalgono a una responsabilità; sono le direttive della «linea
Einaudi ».
Si potevano evitare
questi errori?
A questo punta ci si
domanda: questa dolorosa esperienza poteva essere evitata? Ci sono delle
dottrine che aprono prospettive differenti di azione a un governo preoccupato
di difendere i produttori e di assicurare il massimo impiego di tutte le
attività che potenzialmente esistono in una nazione?
A questo interrogativo si
risponde di si.
Esporremo sinteticamente
le direttrici fondamentali della nuova scienza degli economisti. E terremo un
linguaggio semplice.
Coloro che vorranno
approfondire i problemi a cui accenniamo potranno consultare i volumi -
innumerevoli - che arricchiscono e onorano questa corrente di pensiero, che è
ormai diventata la corrente dominante, in tutti i paesi progrediti del mondo,
meno che in Italia.
Nuovi principi della
economia del pieno impiego
Le dottrine del pieno
impiego rovesciano totalmente i criteri che sono stati adottati dagli
economisti classici.
Esamineremo dal punta di
vista della nuova scuola i punti che abbiamo sfiorato, e precisamente:
I) Il consumo.
2) Il bilancio statale.
3) Il costa del denaro.
4) La circolazione
monetaria.
CAPITOLO
QUINTO
IL CONSUMO CREA LA
RICCHEZZA
Le nuove scuole degli
economisti del benessere partono da due rettifiche fondamentali del pensiero
tradizionale.
Primo: ciò che è vero per
un individuo non è vero per tutti gli individui di una nazione. Per esempio: se
io risparmio divento più ricco. Se tutti risparmiamo diventiamo inevitabilmente
tutti più poveri.
Secondo: ciò che è vero
in un mercato in piena occupazione non è più vero in un mercato dove esistono
dei disoccupati. Per esempio: se io voglio dilatare gli investimenti in un
mercato in piena occupazione, devo distogliere dei lavoratori (o degli altri
fattori della produzione) dalle occupazioni in cui sono impegnati, per
destinarli ai nuovi investimenti; in altre parole devo ridurre i consumi di
qualche settore, per dilatare gli investimenti.
Invece in un mercato in
cui vi sono dei disoccupati, delle merci accantonate nei magazzini, e altri
fattori disponibili, ossia in un mercato che non ha raggiunto il suo pieno
sviluppo potenziale, se voglio dilatare l'investimento, non è necessario che io
riduca il consumo. E' sufficiente che io utilizzi le merci, gli operai, e gli
altri fattori inutilizzati. In questo caso l'investimento non ha bisogno di
essere alimentato dal sottoconsumo. Anzi, viene alimentato da un maggiore
consumo.
La scuola classica non
faceva distinzione tra mercato in regime di pieno impiego e mercato in regime
di sotto occupazione. Adottava un criterio unico. E per difetto di analisi,
incorreva nel grave errore spesso ripetuto di proclamare la necessità di
consumare di meno per investire di più. Il che, nelle condizioni attuali, è una
vera follia. Inoltre la scuola classica non distingueva mai tra individuo e
collettività nazionale. Ciò che era utile e saggio per l’uomo, era
automaticamente utile e saggio per tutti gli uomini. Ma ciò non e conforme alla
realtà.
Il reddito nazionale è
eguale alla spesa nazionale
E’ sufficiente analizzare
un concetto classico ripetuto infinite volte da Einaudi. Per aumentare la
ricchezza nazionale bisogna consumare di meno come singoli, e spendere meno
come nazione. La frugalità sarebbe la fonte della ricchezza.
Questo concetto è vero
solo se lo si applica al singolo individuo; in questo caso è evidente che la
ricchezza di un uomo è la differenza tra ciò che incassa e ciò che spende.
Quanto gli rimane può essere accantonato. Questo costituisce la sua riserva e
il suo patrimonio.
Ma lo stesso concetto non
è assolutamente applicabile alla totalità degli individui di una nazione.
Infatti se si considera il fenomeno globale, si scopre che il reddito globale
della nazione è esattamente eguale alla spesa globale della nazione. Per cui se
qualcuno riduce la propria spesa, qualcun altro riduce il proprio reddito della
stessa cifra. E se qualcuno dilata la propria spesa, qualcuno altro dilata il
proprio reddito. Perché nella nazione, nel suo complesso, ogni spesa diventa un
reddito.
Chi contrae la spesa,
contrae il reddito nazionale
SuI piano nazionale,
predicare la frugalità dei singoli e la frugalità dei bilanci, ossia
propagandare la contrazione delle spese, significa fare propaganda per la
contrazione del reddito globale della nazione, e fare propaganda per la
miseria.
Il solo criterio che vale
in questo caso è quello di invogliare privati e collettività a dilatare la
propria spesa globale. E la sola forma di parsimonia da istillare è quella che
consiste nell’educare tanto i privati che la collettività (ossia lo Stato) a
spendere bene la propria spesa; ossia a esigere in corrispettivo della propria
spesa una alta efficienza. Quella efficienza riduce i costi dei servizi, e
consente di assolvere alle funzioni richieste da ogni spesa, con un minor
impiego di mezzi reali, (ore lavoro, materie prime, impianti ecc.). Oggi il
solo risparmio che si può attuare è quello dei fattori che sono impiegati
dentro il ciclo produttivo. Non è risparmio invece avere dei beni che giacciono
inerti fuori del circuito della produzione e del consumo.
II risparmio si chiamava
frugalità finché la produttività era scarsa. Oggi si chiama efficienza perché
la produttività è alta. Ieri si risparmiava sull'elemento « uomo », oggi si
risparmia solo sull’elemento «macchina».
Da questo rovesciamento
di concetti deriva questa conseguenza: la dilatazione della spesa privata e
pubblica sono due strumenti per la dilatazione del reddito della nazione. II
che è contrario non solo a ciò che ci insegnarono gli avi, ma anche a ciò che
insegna Einaudi.
Fino a che limite si può
dilatare la spesa?
A questo punto ci si
pongono due domande: fino a che punto si può dilatare la spesa della nazione
E secondariamente, come
si può dilatare la spesa?
Rispondiamo prima all'una
e poi all'altra domanda.
La spesa globale deI!a
nazione deve essere dilatata fino all’integrale utilizzazione (nel ciclo della
produzione) di tutte le sue risorse produttive.
Le risorse produttive
sono la mano d'opera, le materie prime, gli impianti, e le scoperte tecniche
utilizzabili sul piano industriale. Le risorse produttive sono anche i prodotti
finiti.
Procediamo per ordine.
Abbiamo affermato che
fino a che esistono dei fattori della produzione non impiegati; ossia degli
operai disoccupati, delle materie prime, dei prodotti finiti ecc. si può
dilatare l'investimento senza ridurre il consumo di altri settori produttivi.
In altre parole ciò significa che in tale caso è possibile aumentare
l'investimento aumentando puramente e semplicemente la spesa monetaria globale.
La spesa globale può
essere aumentata? Si, può essere dilatata per deliberazioni del governo. Per
esempio: dilatando il credito possiamo dilatare la spesa privata. Riducendo il
carico fiscale possiamo anche dilatare la spesa dei privati.
Possiamo dilatare la
spesa pubblica, per esempio, con un deficit di bilancio. Prescindendo per ora
dai metodi che possiamo impiegare, facciamo il punta su questa considerazione:
noi possiamo fissare il volume complessivo del reddito nazionale fissando con
degli opportuni interventi il volume della spesa privata e della spesa statale.
A che livello deve essere
fissata la spesa globale? Al livello in cui tutti i fattori potenziali della
produzione che esistono nel mercato vengono impiegati.
Il reddito nazionale si «
determina » non si subisce
La spesa monetaria
globale di una nazione – per noi moderni - non è la risultante del caso, o di
un equilibrio qualunque, ottenuto empiricamente. Non è neppure un dato
retrospettivo che viene considerato a posteriori, per curiosità statistica, per
la soddisfazione di dire « quest’ anno la nazione ha
speso tanti miliardi, per avere altrettanti miliardi di reddito ».
La spesa globale della
nazione per noi moderni è una meta, chiaramente vista, e proiettata
consapevolmente nel futuro, come un obbiettivo finale a cui intendiamo
coordinare i nostri sforzi. Noi ragioniamo quindi in questi termini « per
impiegare tutto il potenziale produttivo che esiste nell' azienda che si chiama
Italia dobbiamo spendere una cifra globale di tanti miliardi. Noi dobbiamo
agire sulla spesa pubblica e sulla spesa privata in modo che, assieme, queste
due spese arrivino al livello globale che ci siamo proposto, per assicurare il
pieno impiego di tutte le nostre risorse ».
Gli economisti di un
tempo affermeranno che la immissione nel ciclo produttivo di tanta moneta e di
tanto credito provocano inflazione. No! La erogazione di mezzi monetari e di
credito, in un mercato in cui esistano dei fattori di produzione non occupati,
non produce inflazione finché tutti i fattori non siano stati riassorbiti nel
circuito produttivo. Infiniti esempi, tra tutti gli Stati occidentali,
confortano sperimentalmente questa correzione della teoria monetaria. Passiamo
oltre.
Tra gli obbiettivi che si
deve porre un governo efficiente vi è dunque quello di determinare il livello
del reddito. Posizione ben diversa da quella classica di Einaudi, che subisce
il livello del reddito che gli impone il mercato. Ben diversa da quella dei
classici, che non si propongono mai di determinare il livello globale del
reddito monetario.
Questa posizione è
teoricamente ineccepibile, non solo perché sostenuta da tutta la dottrina
moderna delle scuole americane, inglesi, svedesi, austriache e germaniche. Ma
sopra tutto perché conforme alla realtà sperimentata, in queste nazioni, negli
ultimi quindici anni.
La moneta è sana se i
costi sono bassi
Non si agisce
diversamente, per la buona amministrazione di una nazione, dal come si agisce
per la buona amministrazione di una azienda, dotata di determinati impianti, di
determinate scorte di merci, e di determinati operai, e di determinate spese
generali fisse.
Il proprietario di una
azienda, che conosca il suo mestiere, sa che per rendere redditizio il suo
affare, deve determinare il volume della produzione, che consenta il massimo
rendimento di tutti i fattori che ha disponibili. Se il volume delle sue
vendite si riduce, e parte dei fattori non vengono utilizzati o vengono
utilizzati parzialmente o saltuariamente, i suoi costi crescono.
Una nazione è un'azienda.
Come un'azienda possiede scorte di magazzino; impianti, spese generali fisse, e
masse di operai al lavoro. Poi possiede delle riserve, che non sono altro che
scorte eccedenti il fabbisogno corrente. Il buon governo che la dirige può con
rapido calcolo precisare a se stesso quale volume di vendite deve realizzare
per rendere efficiente il suo affare, e per utilizzare tutto il potenziale
produttivo che è a sua disposizione senza lasciare inutilizzata nessuna scorta
e nessun impianto. Nella sua azione e facilitato rispetto all'industriale che
bada alla sua fabbrica di stoffe, di scarpe, di chiodi. II governo che presiede
ai destini di quella azienda che si chiama Italia, nel fissare il volume delle
vendite, non deve preoccuparsi del volume degli acquisti. Perché tutto ciò che
egli produce lo può vendere a se stesso; basta che lo voglia. Fissare il volume
globale delle vendite di una nazione significa fissare il volume globale della
spesa della nazione. E’ nel preciso istante in cui il governo avrà fissato
questa spesa, avrà fissato contemporaneamente il volume degli acquisti globali.
Ossia avrà determinato il livello della occupazione e del reddito nazionale. I
costi nazionali saranno bassi se il livello della spesa nazionale sarà stato
capace di utilizzare tutto il potenziale produttivo della nazione. A un livello
più basso il potenziale inerte è un onere che per una via o per l’altra viene
sopportato dalla collettività e finisce per gravare sui costi delle minori
produzioni.
La dilatazione della
spesa ha un limite
L'obiettivo che si
propone un governo moderno con la manovra della spesa nazionale, è quello di
utilizzare integralmente tutto il potenziale produttivo esistente nella
nazione.
Questo obbiettivo fissa i
limiti invalicabili oltre i quali la spesa non può essere dilatata. Infatti se
la creazione di mezzi monetari e creditizi, supera il livello dell'integrale
utilizzazione dei potenziali produttivi disponibili, si creerà nel mercato una
scarsità di prodotti che provocherà delle spinte di prezzi e degli aumenti di
costi. Avvierà il sistema alla inflazione.
E - si noti bene - non è
necessario che tutti i fattori produttivi siano sottoposti a una eccessiva
richiesta. E’ sufficiente una tensione nella domanda di alcuni prodotti, di
alcuni beni, di alcuni tipi di servizi, perché su quei punti si verifichino
delle spinte all'aumento.
Gli effetti psicologici
che questi rialzi parziali determinano nel mercato sono molto più vasti di
quanto si sia portati a credere. Perché ingenerano degli stati di animo
diffusi, che si traducono in quelle che gli economisti chiamano le «
aspettative » del mercato. Se l'aspettativa del mercato è al rialzo, tutti
agiranno automaticamente favorendo il rialzo. Ed il rialzo potrà provocarsi per
semplice effetto psicologico.
Ma precisato questo
periodo, è doveroso dire che i governi moderni preferiscono mantenere il
mercato sul filo del pieno impiego e delle aspettative al rialzo, e non sul
regime della disoccupazione e delle aspettative al ribasso. Perché coi mezzi
moderni, un mercato caricato di un eccesso di ottimismo, e di aspettative al
rialzo, che realizza forti redditi, e impiega tutte le sue risorse, è un
mercato dotato di un forte potere espansivo, che imprime ai suoi operatori una
corrente di fiducia nel lavoro, nella onestà e nella moralità delle iniziative.
In questo tipo di mercato l’eccesso di potere di acquisto viene facilmente
rastrellato. Una politica fiscale energica può togliere dal circuito il reddito
che eccede, senza incontrare la opposizione dei contribuenti, che sono alti di
morale per il buon vento che li porta.
Mentre in mercato
depresso, il contrario è purtroppo in corso di essere esperimentato. E le
risorse sperperate, la miseria, la sfiducia, la disoccupazione, i crimini, il
rancore contro il fisco, sono perdite reali, anche se non contabilizzate in
nessun documento della contabilità privata e nazionale.
II deficit sistematico
del bilancio
Abbiamo affermato che il
compito che un governo moderno è quello di fissare il volume della spesa
nazionale, e cioè del reddito nazionale, al livello della integrale
utilizzazione di tutto il potenziale produttivo della nazione.
Ci si chiede a questo
punto: come si può dilatare la spesa globale della nazione?
Rispondiamo: le scuole
moderne degli economisti insegnano che si può dilatare aumentando la spesa
pubblica o la spesa privata.
Cominciamo a dire come si
può dilatare la spesa pubblica.
A) . La spesa pubblica si
può dilatare con un deficit sistematico di bilancio. Se il governo spende più
di quanto preleva dai cittadini, il governo immette più potere di acquisto di
quanto ne tolga.
Quella parte di spesa del
governo, che viene coperta con prelievi fiscali, è solo una spesa che si
trasferisce dalle tasche del cittadini alle mani del governo, che paga per
conto di tutti i cittadini, quello che i cittadini non potrebbero comperare da
soli, per esempio: strade, ponti, porti.
Ma quella spesa che
eccede le entrate, il deficit di bilancio, quella è una integrazione di spesa;
è una aggiunta che si fa alla spesa globale del privati. II deficit del
bilancio può essere utilizzato per aumentare la spesa globale; e quindi per
aumentare il reddito monetario nazionale, fino ai limiti dell'integrale
sfruttamento di tutto il potenziale produttivo della nazione.
B) . A questo punta ci si
può chiedere entro quali limiti sia da preferirsi la dilatazione della spesa
pubblica, attuata con il deficit di bilancio, sulla dilatazione della spesa
privata, attuata per esempio con esoneri fiscali o con facilitazioni
creditizie.
E’ evidente che la spesa
privata deve sempre essere preferita. Una dilatazione dei redditi monetari
messi nelle mani dei privati crea correnti di spese più efficienti, più
controllate, di quelle che non siano le spese dello Stato.
Quindi è sempre da
preferirsi il metodo di dare la precedenza alla dilatazione della spesa
privata. Ma in periodi di depressione, di insufficiente impiego delle risorse
del mercato, la nazione è mantenuta in regime di sottoconsumo permanente, dalla
sfiducia dei privati; dalla insufficienza degli investimenti; dalla
tesaurizzazione di somme liquide in attesa di ribassi di prezzi. La ripresa del
mercato non può essere determinata, - secondo le dottrine delle scuole moderne
- che da un intervento della spesa statale. In periodi di depressione, solo una
maggiore spesa governativa può tonificare il mercato dalla sua depressione e
risollevare il livello della spesa globale, e quindi del reddito, e quindi
dell'impiego.
Il bilancio è un volano
stabilizzatore
C) . Partendo da questa
premessa, le scuole moderne hanno definitivamente assegnato al governo il
compito di agire sul mercato come elemento stabilizzatore del flusso della
spesa e del reddito.
II bilancio dello Stato
ha assunto, quindi il ruolo di compensare le flessioni del mercato: come un
volano.
Quando il mercato flette
per insufficienza di spesa privata, il governo riduce le tasse per aiutare i
privati a spendere; aumenta le sue spese, per compensare la minore spesa dei
privati, e iscrive sui suoi registri un deficit di bilancio.
II mercato procede così in Pieno sviluppo, utilizzando
integralmente tutto il suo potenziale.
E il deficit del bilancio? chiedono gli ortodossi seguaci
della linea Einaudi.
D) . II deficit di
bilancio viene riportato a nuovo nell'anno successivo. E ciò non costituisce il
peggiore del mali. Ed è anche facile intuirlo.
Innanzitutto perché i fenomeni nazionali non possono
essere valutati contabilmente nel periodo ristretto di dodici mesi. Un anno
rappresenta un periodo sufficiente per valutare l'andamento di un affare
individuale, o di una piccola azienda. Il bilancio in ragione di anno è stato
adottato per aderire al ritmo della produzione prevalente dei tempi passati,
quando la ricchezza era frutto del ritmo delle stagioni, e i raccolti si
susseguivano di dodici in dodici mesi.
Di li, il periodo è stato
trasferito ai bilanci delle nazioni agricole. E successivamente è stato
adottato dalle aziende industriali, che nell'ambiente agricolo della civiltà
hanno posto le radici, ed attestato, nell'800, le loro prime timide
affermazioni.
Ma il ritmo del fenomeno
industriale non obbedisce ormai più al tempo agricolo; i fenomeni di espansione
e di recessione industriale del secolo scorso ebbero andamenti decennali che
furono lungamente studiati da alcune scuole. Già ai tempi del Faraone, le crisi
si alternavano ai periodi di benessere, con sette anni grassi e sette anni
magri, in periodi di quattordici anni. Le sette vacche magre sono note ai fanciuIli delle scuole. è dunque evidente che se il governo
deve intervenire nel mercato con la sua spesa per compensare le flessioni della
spesa privata, esso non potrà chiudere i conti, alla fine dell’anno solare, ma
solo ed unicamente alla fine del ciclo di depressione e di espansione che esso
e chiamato a compensare: ogni quattordici anni.
Come si salda il deficit
statale
E) - Quella che gli
economisti della scuola moderna chiamano la politica di intervento e del
deficit sistematico del bilancio, costituisce un deficit puramente apparente e
formale. Il deficit esiste solo perché esaminiamo la situazione dei conti,
all'inizio della operazione, e precisamente all’atto della erogazione della
spesa.
Esaminiamo l'operazione
alla fine degli interventi. Dopo una serie di successive erogazioni
deficitarie, il mercato riprende il suo andamento ascendente. Superata la
tendenza depressiva, si orienta alla espansione.
Le sette vacche sarebbero
state magre, e non lo sono state perché il governo ha speso quello che i
privati non avrebbero speso; e sono finite. Cominciano le sette vacche grasse.
I privati hanno riacquistato fiducia. Si allarga il consumo e si dilata l'investimento.
La spesa privata da sola
è così ampia che travolge e utilizza tutto il potenziale produttivo del paese,
non solo, ma crea tecniche nuove per utilizzare sempre più intensamente ogni
frazione di potenzialità creativa. II reddito monetario sale, e sale al punto
che supera il livello del pieno impiego. Occorre allora che il governo
intervenga con la politica contraria per la durata delle sette vacche grasse,
che rastrelli la capacità di acquisto eccedente, e la accantoni. è il momento
in cui i prelievi fiscali consentono la politica della serie successiva di
bilanci attivi. La successione di questi saldi attivi serve a compensare la
successione dei saldi passivi. Quattromila anni fa il Faraone non fece nulla di
diverso. Nell'antico Egitto il grano era merce e moneta. Nelle sette vacche
magre il Faraone ha dilatato la spesa statale. Nelle sette vacche grasse ha
dilatato il prelievo fiscale statale. II saldo del bilancio si è chiuso dopo
quattordici anni.
Se il bilancio dello
Stato si chiudesse, come lo chiudeva il Faraone, ogni quattordici anni, non ci
sarebbe passività, né attività. Ci sarebbero operazioni di uscita e di entrata
che si compenserebbero. Le quali avrebbero due caratteristiche: di misurarsi su
un ritmo che non è il ritmo della vita delle singole aziende. E di erogare la
spesa quando i privati la contraggono; e di dilatare i prelievi quando
esplodono i redditi privati.
Considerazioni difficili
per gli economisti classici! Abituati a ragionamenti che dilatano su un piano
collettivo delle esperienze individuali, essi non badano alle profonde
differenze che esistono tra una cellula del nostro organismo e il carro umano;
tra l'uomo e la nazione, tra il tempo aziendale e il tempo sociale.
CAPITOLO
SESTO
IL SISTEMA BANCARIO
DILATA E RESTRINGE LA SPESA PRIVATA
II reddito nazionale si
può dilatare non solo dilatando la spesa pubblica, ma anche dilatando la spesa
privata.
La spesa privata si può
dilatare riducendo il prelievo fiscale. La riduzione del prelievo fiscale però
lascia nelle mani dei privati delle somme che sarebbero passate nelle mani del
governo: provocherà dilatazione della spesa globale del mercato solo a
condizione che il governo non restringa la sua spesa abbassandola fino al
volume delle sue entrate effettive.
Procediamo oltre.
Si può dilatare la spesa
privata aumentando le disponibilità liquide nelle mani dei privati, con una
politica di facilitazioni creditizie.
La dilatazione della
spesa privata
Dobbiamo precisare la
funzione della banca, in un regime di pieno impiego. Essa non è conforme al
pensiero dei classici.
Come la funzione del
bilancio dello Stato è quella di compensare l'andamento della spesa globale,
integrando le flessioni della spesa con una maggiore spesa statale, e
abbassando le punte nei periodi di eccessiva spesa privata, con un più forte
prelievo fiscale; Così la funzione della banca è quella di creare la liquidità
corrispondente alle effettive riserve di potenziale produttivo esistente nel
mercato; e di ridurre la liquidità quando tutto il potenziale produttivo è
impiegato nella produzione. La banca adegua la moneta al risparmio reale della
nazione.
La banca crea moneta.
La moneta bancaria si
chiama moneta di conto, o credito. E’ moneta vera come quella emessa dallo
Stato.
E’.moneta
che si aggiunge alla massa di biglietti stampati dallo Stato. Ed è giusto che
sia così perché il mercato non è un carro rigido e gli affari non hanno sempre
lo stesso ritmo, né lo stesso volume. E’ quindi necessario che il flusso della
moneta che serve a trasferire i valori si adegui alle variazioni dei fattori
reali, di cui essa non è che il simbolo e la rappresentazione. La moneta è come
un camion. Serve a trasferire merce. Se la merce è tanta, ci vuole molta
moneta. Se la merce è spedita con urgenza, ci vuole un ritmo di circolazione
veloce. La scarsità dei camion rallenta i trasferimenti di merce, anche se le
merci abbondano.
La funzione della banca è
di adeguare il volume e la velocità di circolazione della moneta alle effettive
necessità produttive del mercato. Il credito è un grande ammortizzatore di
questo adattamento che si opera giorno per giorno.
Come la banca crea il
risparmio monetario
La creazione di moneta
bancaria - o credito -- non avviene a caso. La dilatazione del credito si attua
sulla base di una continua valutazione del potenziale produttivo inerte ed
utilizzabile che esiste sul mercato.
Quando un uomo di affari
va da un banchiere a chiedergli il eredito, gli prospetta un affare, e gli
indica che egli oltre a una indiscussa competenza nel ramo (qualificazione
disponibile) può trovare materie prime a prezzo conveniente (merci disponibili)
e mano d' opera (disponibilità di personale) e impianti (disponibili) che
coordinati dalla sua iniziativa possono concretare un determinato prodotto.
Egli dimostra cioè al banchiere che sul mercato esiste una disponibilità di
fattori produttivi non impiegati che egli può mobilitare. Dimostra che esiste
un potenziale produttivo inerte.
Quel potenziale, quelle
merci, quegli operai, quelle macchine, quella capacita dell'imprenditore, cosa
sarà se non ricchezza accantonata, ricchezza risparmiata, che chiede di essere
impiegata? La banca concedendo il credito non fa che creare la espressione contabile
e monetaria di una ricchezza che c’è. Ma creando questa espressione monetaria
fa come lo spedizioniere che mette a disposizione i camion per trasferire delle
merci che ci sono. Rende possibili le trasformazioni economiche in tre
direzioni: nello spazio, nella qualità e nel tempo.
Senza la banca e senza il
credito, la ricchezza giace e la economia muore.
La creazione del credito
e la espansione della moneta bancaria vanno affidate ai privati; al produttore
che chiede e al banchiere che controlla e concede. Perché? Perché nessun
governo può controllare che la espansione dei mezzi creditizi avvenga in
aderenza alle scorte reali di fattori produttivi potenziali effettivamente
esistenti nel mercato. Questa operazione richiede un giudizio decentrato
specializzato per settori. Un giudizio continuamente sottoposto a revisione e correzione.
Non può essere centralizzato.
Dove viene centralizzato,
attraverso il monopolio bancario e al concentramento delle direttive creditizie
come in Italia nell'ultimo decennio per infausta iniziativa della linea
Einaudi, si crea il distacco tra la realtà e la moneta; tra il potenziale
produttivo e la circolazione monetaria. La banca perde la sua funzione di adeguatrice della moneta al volume delle potenzialità
produttive. La insolvibilità è la diretta conseguenza del distacco del credito
dalle sue radici reali che ne sono la naturale garanzia. E la elasticità
monetaria, rifiutata dagli organismi centrali delle banche, viene assolta di
nuovo dai privati col surrogato delle cambiali. Pessimo surrogato! Il
fallimento della attuale esperienza einaudiana ha
dotato il nostro paese di un volume di oltre 15 mila miliardi di cambiali.
Cento lire di cambiali
per ogni dieci lire di moneta. Da meditare!
Sono sacrificati i
piccoli
La scarsa aderenza del
sistema bancario al potenziale produttivo del paese ha provocato in Italia il
progressivo abbandono di determinati settori. Naturalmente sono stati
sacrificati i settori più deboli, formati da aziende più piccole, più
differenziate, più disperse. Cosi il credito come una marea, si è ritirato
dalle campagne, lasciando a secco milioni di agricoltori; si è ritirata dai
settori delle piccole e medie industrie, si è ritirato dall'artigianato;
mettendo nella disperazione milioni di abilissimi artefici. L'Italia è come un
malato, in cui la «circolazione periferica» si sia a poco a poco annientata. I
grandi monopoli, che corrispondono agli organi profondi dell'organismo,
continuano a vivere e ad essere sopra alimentati. Ma i tessuti periferici
cadono in decomposizione e muoiono, per difetto dl circolazione.
Si corre ai ripari, e si
creano istituti speciali per il «credito alla agricoltura» per il «credito alla
piccola e media industria» per il « credito all'artigianato ». Ma il problema
così non si risolve. Non bastano i cataplasmi di istituti specializzati. E’ come
mettere un revulsivo su questa o quella parte del carro. Bisogna ripristinare
la circolazione creditizia net suo insieme; ridare volume e ritmo a tutto
l'apparato. In caso diverso, se il flusso che parte dal cuore della banca
centrale è scarso, (rallentato arbitrariamente da cervellotiche prevenzioni),
sempre, e sempre più la cancrena divorerà i tessuti. più deboli, e la
proliferazione maligna dei monopoli ingigantirà i privilegiati ed i forti.
I profittatori della
sventura affermano che l'insufficienza della iniziativa privata deve essere
medicata, con interventi creditizi centralizzati che orientino il flusso del
risparmio verso quelle ricchezze che «inspiegabilmente (per loro) giacciono
inerti ».
Ma anche questo
cataplasma è basato sulla menzogna. Perché se il flusso della spesa. non fosse
contenuto; se la circolazione monetaria e creditizia non fosse. anemizzata si avrebbero investimenti sufficienti, per opera
del privati. E se non si dilata il volume e non si rafforza il ritmo della
circolazione, sarà vano aggiungere, nel corpo anemico della nazione, accanto al
cuore sfiancato, un organismo irrazionale, che spinga il poco sangue ora qua
ora là cervelloticamente, sperando di salvarci da una catastrofe inevitabile.
Quanta moneta può creare
la banca?
Quali sono i limiti della
espansione della moneta creditizia?
In altre parole, quanta
moneta può creare la banca?
La quantità di moneta che
può essere creata dal sistema bancario è limitata da una barriera rappresentata
dalla entità della riserva liquida obbligatoria imposta alle banche dalla Banca
Centrale di Stato. La riserva liquida obbligatoria è un retaggio del secoli.
Una venerabile mummia. Vediamo come opera.
Prendiamo due esempi:
l'Italia e l'Inghilterra.
In Inghilterra quando un
cittadino deposita cento sterline, la banca ne deve accantonare dieci a
garanzia del deposito, e ne può prestare novanta ai terzi. Infatti, in
Inghilterra la riserva obbligatoria è del 10 per cento del depositi.
In Italia la riserva
obbligatoria è del 25%. Ossia se un cittadino Italiano versa in banca 100 lire,
la banca deve trattenere liquide 25 e può prestare solo 75. Ma questo prelievo
della Banca d’ltalia può raggiungere anche il 40%
(1).
(1) La
riforma del 1936 ha stabilito l'obbligo delle banche che avevano un volume di
deposito superiore a 20 volte il proprio patrimonio, di versare la eccedenza in
titoli di Stato presso la B. d'I. Nel 1946 l'obbligo è stato riconfermato; ma
senza fissare il rapporto. E’ stato invece demandato alla B. d’I. il compito di
stabilire a proprio insindacabile giudizio tale rapporto riferendolo, non ai
depositi, ma al complesso delle passività degli istituti di credito. Nel 1947
si modifico la disciplina (già riconfermata dal 10 marzo 1946) riducendo il
rapporto tra patrimonio e depositi a un decimo e prescrivendo il vincolo del
20% della eccedenza. Dal 1° ottobre successivo sulla ulteriore maggiorazione
dei depositi le banche sono obbligate a versare il 40% dei depositi
dell'importo eccedente la consistenza del 30 settembre 1947.
Vediamo come la
differenza delle riserve liquide agisce sulla quantità della moneta che la
banca può creare.
Torniamo all'esempio
Inglese. Consideriamo il fenomeno che avviene nel complesso di tutte le banche
inglesi, quando un cittadino deposita 100 sterline.
La prima banca ne
trattiene dieci liquide e ne presta 90 ad un secondo cittadino inglese, che le
versa nel suo conto corrente bancario. La seconda banca, che ha ricevuto le 90
sterline, allarga il credito a un altro inglese di 81 sterline, tenendone
liquide 9. II terzo cittadino con le 81 sterline crea a sua volta un nuovo
deposito. La terza banca sulle 81 sterline ne presta 72 e ne tiene liquide 7, e
così di seguito.
Al decimo passaggio
avremo questo risultato.
Nel sistema bancario
complessivo vi saranno 100 sterline come garanzia di liquidità, più 900
sterline di moneta creditizia creata dall'insieme delle banche. Cioè il sistema
bancario avrà dilatato la circolazione nel rapporto di 1 a 9.
E in Italia? In Italia le
banche sono obbligato a tenere liquido il 25 % dei depositi. Quindi il sistema
bancario nel suo insieme non potrà creare che 300 lire di moneta bancaria su
ogni 100 lire di depositi originari.
La riserva liquida domina
il sistema bancario
Se il sistema creditizio
non è intralciato da disposizioni restrittive il deposito di 1 milione crea 4
milioni di moneta creditizia, e 1 milione di fondo di liquidità bancaria; in
tale sistema la riserva obbligatoria è del 20% dei depositi.
In un sistema in cui la
riserva obbligatoria sia solo del 10% per 1 milione di deposito originario esso
creerà 9 milioni di moneta creditizia e 1 milione di liquidità bancaria: ossia
10 milioni di moneta. II doppio.
Un sistema in cui la
riserva obbligatoria sia del 5% creerà proporzionalmente una espansione di
moneta creditizia ancora maggiore.
Ecco una tabella che
espone la successione delle operazioni attraverso le quali si «crea» la moneta
bancaria in un sistema in cui la riserva liquida obbligatoria sia del 20%.
Posizione iniziale: Depositi
Riserve Prestiti
Liquide bancari
banca numero uno 1.000.000
200.000 800.000
banca numero due 800.000 160.000
640.000
banca numero tre 640.000 128.000
512.000
banca numero quattro 512.000 102.400
409.600
banca numero cinque 409.600 81.093 327.680
banca numero sei 327.678 65.54 262.140
banca numero sette 262.140 52.50 209.700
banca numero otto 209.700 41.95 167.770
banca numero nove 167.770 33.55 134.220
banca numero dieci 134.220 26.95 107.370
Banche successive 537.000 107.370
429.100
Sistema Bancario
TOTLALE GENERALI 5.000.000 1.000.000 4.000.000
POSIZIONE FINALE NUOVI RISERVE
PRESTITI
DEPOSITI LIQUIDE BANCARI
II deposito originario di
1.000.000 crea 4.000.000 di nuovi depositi e 1.000.000 di riserve liquide, se
la riserva obbligatoria è del 20%. Se la riserva obbligatoria fosse inferiore
(p. es. 10%) un milione originario creerebbe 9 milioni di nuovi prestiti
bancari e 1 milione di riserva. Ossia 10 milioni complessivi.
Concludendo: la riserva
liquida obbligatoria limita la moneta bancaria.
La vecchia scuola degli
economisti dice che questo risparmio creato dalla banca è fittizio. Secondo i
classici, questo risparmio sarebbe una creazione della banca, che la farebbe
sorgere dal niente, come un gioco di bussolotti.
Invece il deposito
originario, quello su cui la banca trattiene la prima riserva liquida, quello è
«vero» Il. risparmio, un risparmio «originario ». Bisogna chiarire la
confusione che si cela dietro questi concetti.
La banca crea la
liquidità che corrisponde al risparmio reale
Quando un individuo va in
banca a fare un deposito di quel risparmio che Einaudi definisce «vero
risparmio» che cosa ha fatto? Ha rinunciato a un consumo. Che abbia consumato
meno per riprodurre una merce o che abbia consumato meno per mantenere il
capitale della sua persona il fatto non muta. Egli ha. riprodotto una
situazione precedente impiegando minori fattori di produzione. Egli cioè ha
riprodotto una situazione anteriore liberando una parte delle componenti di
costo che nel ciclo anteriore aveva dovuto utilizzare. E per questa ragione ha
realizzato il suo utile. La espressione monetaria del suo guadagno non è che il
simbolo dei fattori da lui liberati. Questi fattori non impiegati non sono
spariti. Sono rimasti nel mercato! Sotto forma dl materiali ancora disponibili,
di mano d'opera utilizzabile per altri scopi.
Il risparmio monetario
che viene depositato in banca il cosi-detto risparmio vero non rappresenta
dunque che la forma monetaria e liquida di una ricchezza che non sta nella
banca ma che resta nel mercato. Presso la banca ci sono i simboli monetari, i
titoli rappresentativi di una ricchezza reale, che l'operatore ha nelle sue
mani perché nella differenza tra costo e prezzo, questi simboli sono rimasti
nelle sue mani.
Cosa succede invece
quando si crea in banca un « deposito fittizio» ossia un credito
II banchiere che sta per
aprire un credito a un cliente lo fa perché sa che c'e un produttore capace e
libero; ossia c'e un capitale personale che è disponibile. Sa che nel mercato
esiste la disponibilità di impianti di manodopera e di materie prime per
svolgere il ciclo produttivo. Cioè nel mercato esistono dei fattori di
produzione non utilizzati. Infine egli sa che si utilizza il credito per
iniziare una attività produttiva che consente di produrre a un costo più basso
della concorrenza.
Quindi il banchiere non
crea il risparmio. II banchiere rende semplicemente liquido un risparmio che
preesiste nel mercato e che è rappresentato dal capitale personale che è
l'imprenditore qualificato; dalle merci disponibili dagli impianti
utilizzabili; tutti fattori liberi e disponibili. II conto corrente attivo che
si apre al beneficiario non è una creazione della fantasia, non è il frutto del
sogno. E’ la contropartita liquida di un accantonamento di ricchezza precedente
accumulata, che la banca rende liquida perché possano compiersi quelle
trasformazioni economiche, che creano il rinnovamento perenne della ricchezza.
Quindi anche in questo caso una ricchezza reale c'è. Nel mercato.
Le banche: uno strumento
di contabilità nazionale
Concludendo? Sta nel caso
di cosi-detto risparmio vero che nel caso di così-detti depositi fittizi, la
banca non fa che contabilizzare una espressione monetaria che è puramente
formale, e che non è che una rappresentazione di un accantonamento di fattori
produttivi (merci ore di lavoro, impianti) resi liberi dal ciclo produttivo,
sotto forma di utili gia conseguiti (risparmio vero) o sotto forma di utili
conseguibili (deposito fittizio alimentato dal credito) da altri fattori liberi
e disponibili.
Dunque la moneta è
simbolo di merce, e rappresenta merce. La banca crea la liquidità, non crea la
ricchezza. Ma creando la liquidità, rende utilizzabile la ricchezza che è
formata da merci, perché la rende trasferibile e trasformabile. Perché la fa
comparire sulla scena delle trasformazioni economiche. La banca è dunque il
burattinaio che può mettere in scena la rappresentazione a condizione che i
burattini (le merci) ci siano e siano disponibili per recitare la loro parte.
Ma se non c'e la banca ad
inscenare la rappresentazione, e se non c'e lo strumento che crea la moneta
bancaria capace di rappresentare le realtà produttive, queste realtà possono
essere immense, svariate, ed appetitosissime ma tutte
giacciono inerti.
La vera ricchezza è
sempre reale
Quindi? La distinzione
tra depositi veri e depositi fittizi è una scemenza che basta da sola a
squalificare un bue. In Italia siamo ridotti a credere che la ricchezza stia
nelle banche, mentre nelle banche non stanno che i simboli di una ricchezza che
è nel paese. Crediamo che risparmio sia quantità di moneta; mentre risparmio è
sempre quantità di merci o di servizi liberati rappresentati dalla moneta.
Crediamo che il credito crei qualche cosa di nuovo, mentre il credito può solo
rendere liquido un capitate già accantonato in forma reale. Crediamo che la
base del credito sia la fantasia mentre la base del credito è la oggettiva
valutazione di una previsione produttiva fatta da tecnici che di produzione se ne
intendono, e che fanno credito in contropartita di ricchezze vere.
RISPARMIO NAZIONALE SONO
TUTTE LE RICCHEZZE CONTENUTE IN UNA NAZIONE RAPPRESENTATE DA IMPIANTI DA
MANODOPERA DA MERCI NON UTILIZZATE NEL CICLO DELLA SUA PRODUZIONE ATTUALE.
Tutte queste ricchezze possono essere mobilitate attraverso il meccanismo,
bancario, che espandendo il credito, può RENDERLE LIQUIDE.
Il risparmio monetario
deve adeguarsi al risparmio reale
I segni monetari possono
essere creati dalla volontà del governo o dalla volontà delle banche. Ma sempre
devono «rappresentare» la concreta realtà produttiva del mercato. Non sono
quindi che simboli; e acquistano significato solo se riferiti alle cose. La
moneta, cartacea e bancaria non è che uno strumento di contabilizzazione
della realtà produttiva. Ed alla realtà si deve adeguare. Il suo volume non è
quindi statico; ma variabile, e cresce e decresce, a seconda dei ritmi
produttivi dell'investimento e del disinvestimento
delle merci, della accelerazione e del rallentamento, dello assorbimento dei
fattori in nuove intraprese, e della esplosione repentina dei raccolti (2).
(2) Gli
economisti sono unanimi nell'ammettere la convenienza di espandere i mezzi
monetari se questi sono destinati ad ottenere l'investimento a costo decrescente
di fattori produttivi disponibili, non utilizzati. Citiamo il FANNO; il KEINES;
BRESCIANI TURRONI; CLARK; SMITHIES; URI; CALDOR; WOLKER; LUTZ; il dissenso non
è sul principio, ma sui limiti entro cui vi sarebbero fattori produttivi
disponibili (cfr. P. FERRARO . Investimenti contro
occupazione. Cedam 1954).
Il risparmio, non è mai
nella banca, così come non è mai nelle casse dello Stato. Nelle tesorerie degli
istituti centrali, bancari o statali, non ci sono che i titoli di credito di un
risparmio che è nel mercato: Simboli!
Se nel mercato i
magazzini sono pieni, le fabbriche ferme, gli operai disoccupati, se cioè
esiste un «risparmio reale» che non viene utilizzato, perché - per colpe che
preferiamo non approfondire - una parte dei segni contabili e monetari sono
stati accaparrati e ne è stata ridotta artificialmente la circolazione. in
questo caso il governo e la banca debbono riadeguare
il volume dei simboli alla concreta realtà del paese, e debbono aumentare la
circolazione.
In tale caso, banche e
governo agiscono contro i monopolizzatori dello strumento monetario, come
agisce ogni buon governo; spezzando una incetta che tende a trasformare la
moneta, da strumento a servizio di pochi, a strumento a servizio di tutti.
I classici partivano dal
presupposto che la moneta non dovesse influenzare il mercato: essendo il
gettito del reddito eguale al gettito della produzione, doveva esserci sempre
tanto reddito monetario quanta produzione effettiva.
Le scuole moderne hanno
messo in rilievo il fatto che la moneta, come qualsiasi altro « strumento »,
può essere accaparrato da pochi, i quali si servono di questo monopolio per
create delle strozzature del mercato, e fare strapagare il servizio che rende
lo strumento di cui restano possessori i più privilegiati.
Il discredito più grave,
nei tempi presenti, è che questa monopolio viene esercitata da un sistema
bancario che appartiene allo Stato, e che quindi per definizione avrebbe dovuto
essere immune da questi atteggiamenti. La esperienza prova che quando si creano
le condizioni oggettive per attuare un monopolio, la burocrazia statale cade
nella tentazione come ci cadono i privati.
Concludiamo!
La scarsità del capitate
in Italia
La dilatazione della
spesa privata è alimentata dal credito bancario il quale crea moneta bancaria.
Questa moneta la banca la mette nelle mani dell'imprenditore o del mercante,
per scopi produttivi. La sua espansione di volume è determinata da un rapporto,
ancorato allo scarto liquido, che la banca nazionale impone alle banche periferiche.
Questo scarto liquido in Inghilterra è del 10%. Ciò significa che il sistema
bancario nel suo insieme può creare moneta nel rapporto dl 9 volte quella che è
il volume dei depositi.
In Italia dove lo scarto
è del 25% il sistema bancario può creare moneta solo nel rapporto di 3 volte
quella che è il volume dei depositi.
La capacità del sistema
bancario di adeguare il volume della moneta al potenziale produttivo disoccupato
esistente in Italia è quindi molto inferiore a quella inglese.
Si arriva a questo
paradosso: un paese ricco come l' Inghilterra crea moneta abbondante; un paese
povero come l'Italia crea la ristrettezza monetaria.
Tanto è potente la
influenza dei pregiudizi sugli uomini. La ristrettezza monetaria crea la
insicurezza e la insolvenza. Così lo scarto liquido del 25% che dovrebbe
garantire le banche le rende insicure.
Siamo guidati da ciechi?
Errori costosi
Per dilatare o contrarre
la spesa globale della nazione, ossia per dilatare o contrarre il reddito
nazionale, ci sono molti altri sistemi, oltre il deficit sistematico del
bilancio, la manovra di espansione e restrizione creditizia, il prelievo o
l'alleggerimento fiscale. Ma non ne parleremo, perché sono argomenti noti agli
studiosi e ai tecnici. Ci limitiamo qui ad esporre i due casi più vistosi, che
maggiormente colpiscono la fantasia. Soprattutto per smantellare due luoghi
comuni che fanno le spese di tutti i conservatori e di tutti gli sprovveduti.
Ogni giorno capita sentire
semplicemente ripetere sull'assurdità dei maestri defunti, che bisogna ridurre
le spese e portare il bilancio al pareggio. Ogni giorno si sentono uomini
politici, che esprimono agli affamati e ai disoccupati questa meta, come la
suprema speranza, ed il porto della comune salvezza.
Ogni giorno si sentono
dei ben pensanti i quali ripetono che bisogna difendere la lira, e che si
compiacciano di ogni restrizione monetaria, come di un passo salutare verso la
difesa del risparmio. Il loro ideale è una moneta forte, così come la loro meta
sarebbe un bilancio in pareggio.
Ma non esistono né una
moneta forte né un bilancio in pareggio senza una economia sana.
Bilancio, moneta e fisco,
sono tre strumenti che debbono essere coordinati per mantenere costante il
livello della occupazione. Sono al servizio del mercato, e non sono i padroni
del mercato. Perché là dove essi operano da padroni, non esiste la libertà, ma
la tirannide delle cose e la miseria.
CAPITOLO
SETTIMO
DIECI ANNI DI ERRORI
Alla fine del conflitto
la situazione italiana era questa: nel mercato esisteva una forte massa di
popolazione altamente qualificata, che ardeva dal desiderio di riprendere
l'attività. Al vertice una classe dirigente formata di uomini capaci.
Gli impianti, per la
massima parte, si erano salvati grazie alle loro dimensioni ridotte e alla loro
dispersione geografica. Non bisogna dimenticare che la grande massa della
produzione industriale italiana è artigiana, e piccolo industriale. Che non è
centralizzata ed urbana; ma dispersa e paesana. La guerra non aveva scalfito la
produttività delle aziende agricole, per la massima parte di modeste
dimensioni, e disperse in un territorio vasto. Queste aziende sono la vera
forza d'Italia. Per la loro struttura individuale e familiare sono
difficilmente dominabili. Non si possono imporre loro accordi di rispetto su
zone del mercato mondiale. Né accordi sui prezzi. Costituiscono una massa di
concorrenti indisciplinata, attiva, pericolosissima, capace di repentine azioni
di grande disturbo. Tutte queste strutture produttive erano rette da una classe
dirigente abile e pronta alle decisioni; la riconversione della produzione di
guerra alla produzione di pace venne affrontata celermente. Le modeste
dimensioni delle aziende, come avevano favorito la loro sopravvivenza dai pericoli
della guerra, facilitavano un rapido adattamento alle produzioni di pace.
Inoltre ogni azienda
aveva riserve: finanziarie, e di materie prime. Nel corso del conflitto ogni
produttore non aveva fatto il bilancio in lire: lo aveva fatto in merci. Aveva
badato ad immagazzinare tonnellate di prodotti, di materie prime, di
semilavorati, di prodotti finiti. Il suo portafoglio era nel magazzino. La
economia del paese era sana. Sarebbe bastato lasciare il mercato libero di
fare. Nei primi mesi la spinta delle produzioni e delle esportazioni fu
cospicuo (il gettito delle produzioni manteneva stabile i prezzi). Gli impianti
nord-americani e inglesi, per la loro mole, avevano bisogno di due o tre anni
di tempo per operare la loro riconversione; nel frattempo i mercati mondiali
erano alla mercé di chi se li sapeva prendere: di chi era pronto a effettuare
delle forniture. E i produttori italiani erano in queste condizioni. In quel
momento l'Italia avrebbe veramente potuto vincere la pace. Molti lo credettero e lo sperarono. Fu una ingenuità.
Paralisi inspiegabile
Improvvisamente la
ripresa industriale italiana fu paralizzata. Si direbbe, che la pace non
segnasse la fine del conflitto contro l'Italia, ma solo il mutamento nel
carattere delle ostilità.
Parve che le ostilità
passassero dal piano militare al piano economico. Già al momento della
richiesta di armistizio si era rivelata una spietata volontà di distruzione
della nostra vita civile. I bombardamenti delle nostre città erano stati
effettuati dopo che la resa incondizionata era stata richiesta. Quando la
guerra era virtualmente finita, da Londra erano partiti i massicci bombardieri
che polverizzarono Milano e Torino.
La firma dell' armistizio
si direbbe che segni il vero inizio della polverizzazione delle strutture della
nostra vita civile. Quelle industrie, piccole, decentrate, periferiche, che non
erano state indebolite dalla guerra, costituivano il nerbo della forza civile
del paese. Erano la grande spina che tormentava sul piano internazionale i
nostri concorrenti. Forse proprio quelle industrie dovevano essere fiaccate e
indebolite, perché in esse erano la potenza, l'aggressività e la dignità della
Italia. La potenza d'Italia non era nella. Fiat, non nella Montecatini, non nei
grandi complessi monopolistici, legati da forti vincoli finanziari, attraverso
pacchetti di azioni, ai grandi gruppi internazionali. Quelle aziende erano
sottoposte per le loro cospicue dimensioni alla minaccia della rappresaglia
area impossibile invece per i piccoli e medi produttori. Nelle piccole industrie
albergava l'anima indipendente e fiera della casta coraggiosa dei nostri
imprenditori. E la distruzione di questa spina dorsale della nostra struttura
sociale fu - verosimilmente - attuata con un piano finanziario, varato dopo lo
scoppio della pace.
Il comportamento, in
Italia, è stato tale da far pensare che si sia inconsapevolmente agito sotto la
suggestione straniera, interessata a smantellare le strutture dei nostri
piccoli e medi produttori; pare che si sia voluta concentrare la potenza in
pochi gruppi mono-politici, facilmente controllabili;
e che si siano voluti rafforzare la struttura e l'intervento dello Stato in
modo da poter più facilmente dominare attraverso burocrazie statali, e
monopolistiche, i destini e le reazioni del popolo, annientando la media e
piccola industria e indebolendo l’artigianato, roccaforte di individualismi.
Uno Stato forte con un
paese debole: monopoli forti con industria debole. Organizzazioni forti con
individui deboli. Questa è la formula della servitù attuale.
La congiura dei medici
(della finanza)
Nel 1945 le dottrine del
pieno impiego erano di dominio pubblico, tanto che presiedevano alla
ricostruzione di tutti i paesi civili dell'occidente europeo, dell'America, e
della Australia. Belgio, Olanda, Svezia, Norvegia, Danimarca, per non parlare
della Germania e degli U.S.A., di Londra e della
Australia, della India e del Pakistan adottavano i criteri affermati in sede
teorica dagli economisti della nuova scuola sperimentati da Roosevelt.
confermati da Schacht. La guerra era passata nel
mondo, confermando la esattezza di quelle affermazioni teoriche. Dappertutto la
manovra anticiclica dei governi aveva contenuto la spinta inflazionistica in
termini ragionevoli, mai preoccupanti. Lo sforzo immenso, le tensioni impresse
ai prezzi delle materie prime; la formidabile distruzione di mezzi, non avevano
provocato quelle catastrofiche aspettative che, durante e dopo il primo
conflitto, avevano determinato la esplosione delle domande, dei prezzi, i boom
al rialzo e le svalutazioni incontrollate. L'apporto teorico delle nuove scuole
aveva fornito gli strumenti per controllare i fenomeni, e se non era possibile
annullare le perdite della irreparabile distruzione, era stato possibile
annullare gli effetti secondari delle psicosi; e determinare una ragionevole
ripartizione delle perdite reali tra tutta la popolazione, senza provocare
squilibri e tensioni sociali.
Le dottrine del pieno
impiego erano note anche in Italia. Illustri studiosi, tra cui citiamo Iannacone, avevano ripreso proprio in quel torno di tempo
il tema, pubblicando seri studi, e documentate indagini.
E quindi inspiegabile, o
meglio si desidererebbe avere una spiegazione direttamente dai responsabili
della nostra finanza nazionale, sul fatto inconcepibile che tali dottrine siano
state integralmente ignorate solo nel nostro paese. Per i profani sarebbe come
dire che nel 1956 i fisici italiani ignorino la esistenza della energia
atomica. O che i medici del nostri ospedali ignorino la esistenza delle culture
antibiotiche. Nel 1946 Einaudi ha impressa al paese
una direttiva che ignorava integralmente le nuove correnti di pensiero
scientifico. Quelle correnti di pensiero economico che nel 1946 presiedevano
alla ricostruzione degli altri paesi del mondo occidentale.
L'Italia ignora J. M.
Keynes
Quando nel 1934 J. M.
Keynes aveva sostenuto che l'eccesso di risparmio provoca la miseria dei popoli
e che la parsimonia è la causa della disoccupazione, perché crea il
sottoconsumo, aveva scatenato l’inferno nella repubblica degli economisti.
Ma oggi, a dieci anni
dalla sua morte, la figura di questo Governatore della Banca di Inghilterra,
creato Lord per meriti scientifici, grandeggia. E’ il pioniere di una nuova
corrente di pensiero, accettata non solo dalle università ma anche e sopra
tutto dai governi. Purtroppo in Italia la bibliografia Keynesiana
è estremamente scarsa.
L'Observer
di Londra ha così commemorato il decennale della sua morte: «Le ricerche
condotte dai seguaci di Keynes hanno condotto a convincerli, ancor più di
quanto sane fossero le sue analisi e le sue visioni. Tutti i nostri studi
durante la guerra e dopo la guerra, sono stati costruiti sul modello Keynesiano. Gli Economic Surveys, e i Libri Azzurri sul reddito nazionale, così come
i discorsi sul Bilancio di tutti i Cancellieri dello Scacchiere, da Cripps a Macmillan, sono tutti
documenti Keynesiani, nella loro struttura e nella
loro argomentazione. E Keynesiani sono pure i
rapporti del Presidente americano al Congresso, e i documenti analoghi nella Europa
Occidentale e nei Domini ». Ed aggiunge:
La disoccupazione
annientata
« La piena occupazione, a
partire dalla fine della guerra, ha significato meno dell'1 1/2 per cento delle
forze di lavoro disoccupate: una percentuale incredibilmente bassa, rispetto ai
calcoli prebellici, ed anche ai calcoli del 1944: l’anno che segnò
l’accettazione ufficiale del Keynesianesimo da parte
degli ambienti ufficiali inglesi».
Era logico pensare che
avremmo affrontato la ricostruzione italiana seguendo gli stessi precetti che
seguivano i paesi civili dell'occidente, come per esempio il Belgio o la
Olanda; o la Svezia e la Danimarca. La ripresa doveva essere sorretta con
facilitazioni concesse al mercato del consumo, perché trascinasse dietro di se
la produzione, e poi il reddito, e il risparmio, e in fine l’investimento.
Affatto! Tutto il
progresso scientifico fu inspiegabilmente ignorato.
La prima manifestazione
di questa retrograda corrente di pensiero fu effettuata da un ministro
liberale, che proclamò lo «sciopero dei consumatori ». Le nuove scuole
economiche sostengono la necessità di mantenere alto il flusso del consumo, per
mantenere alto il flusso del reddito. Parte del reddito si trasforma in
risparmio ed in investimento. Mantenendo alto il flusso del consumo, si
facilita l'investimento. Si fece il contrario. L’Italia aveva bisogno di
investire per effettuare la propria riconversione. Paralizzare il consumo era
paralizzare la vita e la riconversione.
Ma il danno ebbe un altro
aspetto. II flusso generoso del consumo interno avrebbe alimentato una massa di
produzione che sarebbe servita a ripartire le spese generali fisse su numerosi
prodotti. Riducendo il flusso della produzione, per la contrazione del consumo
interno, i costi della produzione residua subirono un aumento. Sul mercato
internazionale, i nostri prezzi ebbero delle punte al rialzo. Ne fummo esclusi.
Era fare il gioco del concorrenti.
Una manovra ineccepibile
Inutile dire che questa
manovra era ineccepibile da punta di vista della dottrina ortodossa. Era la
classica manovra della difesa della lira. Ma coloro che attuavano queste
direttive sapevano che la manovra ortodossa della finanza per la difesa della
moneta aveva sempre portato a queste conseguenze; alla esplosione della
disoccupazione, al crollo delle attività, alla paralisi delle esportazioni e
alle perdite a catena. Nel 1929 la esperienza del dollaro e la crisi di Wall Street: nel 1932 il crollo della sterlina e
l'abbandono del gold standard da parte inglese parlano chiaro. II primo e il secondo
esempio erano stati accompagnati dal corteo di milioni di disoccupati, dalla
pressione fiscale intollerabile, e da gravi disordini sociali e politici sul
piano interno, dal crolla delle piccole aziende. Sapevano dunque gli ispiratori
della nostra finanza, dove ci avrebbero condotto le loro premesse teoriche? E
tuttavia senza esitazione ci condussero alla catastrofica meta.
Ma gli effetti veramente
dirompenti delle dottrine classiche sulla nostra struttura industriale non si
verificarono che successivamente, con la entrata sulla scena finanziaria del
professore Einaudi, della Università di Torino. Durante la guerra egli si era
rifugiato in Svizzera, dove gli era stata rifiutato una cattedra, da quegli
stessi svizzeri che pure avevano onorato di tale incarico Matteo Pantaleoni e Vilfredo Pareto.
Doveva la sua fama alla collaborazione ventennale al Corriere della Sera, e
soprattutto alla più nota ed accreditata rivista economica inglese: «L'Economist ». A una ininterrotta serie di pubblicazioni,
alla decennale fatica di redazione della rivista «La riforma sociale ». E la
sua voce, tra inesperti e sociologi, ebbe automaticamente valore di legge.
Immesso a] governo della Banca d'Italia come supremo moderatore della nostra
politica finanziaria ebbe in mano il paese. Di lui si racconta che ogni mattina
chiedesse come primo documento da compulsare il conto del Tesoro, per essere
ben certo che, secondo i canoni della dottrina classica, le spese fossero
contenute entro i limiti delle entrate, e nessuna dilatazione di spesa,
integrasse la disperata miseria del nostro sottoconsumo. Lui presidente, la
carica di governatore dell'Istituto centrale passò al Dr. Donato Menichella, gia segretario di Beneduce,
fondatore dell'IRI.
La consacrazione della
dottrina classica era intanto avvenuta solennemente. Nessuna spesa poteva
essere effettuata se non fosse indicata la corrispondente entrata.
Ciò avveniva mentre nei
paesi progrediti del mondo trionfava, nelle applicazioni concrete, la dottrina
opposta: della dilatazione della spesa statale, e dell’impiego del deficit
sistematico di bilancio, per debellare la disoccupazione, per attuare lo
sfruttamento integrale di tutto il potenziamento produttivo del paese.
Sulle controversie
teoriche che tale deliberazione comportava, nessuna voce fiatò. L’immenso
sviluppo del pensiero teorico degli ultimi venti anni, tutto contrario a questa
tesi, fu ignorato.
Strozzino deriva da
strozzare
L'annuncio ufficiale del
secondo tempo, fu dato solennemente col pretesto di salvare la lira.
La lira non aveva bisogno
di essere salvata. Era stata collocata, dal credito concesso dagli alleati, su
un livello internazionale, che rendesse ben care le merci esportate dai nostri
produttori. Sopravalutare la lira era un modo semplice per aumentare i nostri
prezzi e per liberarsi dalla concorrenza fastidiosa delle nostre piccole e
medie aziende. Non la quantità; la qualità e la tempestività, rendevano
minacciose le nostre esportazioni. Valeva la pena di farci credito e
sopravalutare la lira, sostenerne il valore e sacrificare qualche punto nella
vendita delle materie prime concesse all'Italia, pur di togliersi dai piedi i
fastidiosi concorrenti, rincarando artificialmente ogni nostra esportazione. II
valore della lira doveva essere sopravalutato. Così fu fatto. Gran parte delle
materie prime inviate in Italia, erano regalate, ed il loro costo ripartito tra
gli anglo-americani, tramite i rispettivi governi. Per dieci anni, malgrado il
costante deficit della nostra bilancia dei pagamenti, la lira sul mercato
internazionale fu fermissima, come l’interesse dei nostri amici anglo-americani
voleva. Per conseguenza i nostri costi e i nostri prezzi internazionali
proibitivi. La nostra assenza dal mercato mondiale totale.
La lira è difesa dalla
paura che fanno i nostri prodotti, e dalla decisissima volontà dei vincitori di
proteggersene. Ma ciò non fu detto ed è ignorato. Nessun governo italiano potrà
svalutare la lira. La produzione italiana non deve minacciare nessuno.
La difesa della lira: una
cortina fumogena
Fu detto invece che per
difendere la lira occorreva sacrificarne la circolazione, restringere la massa
di biglietti, e contrarre il credito. L’uno e l'altro provvedimento furono
attuati. Per difetto di circolazione le industrie, cariche di ordinazioni straniere,
furono progressivamente costrette a chiudere. Cominciò la spirale dei
licenziamenti. La riduzione del potere di acquisto del mercato. II crollo dei
consumi interni. L'aumento dei costi e dei prezzi: l’arresto della
riconversione.
Più la diabolica spirale
(che aveva travolto il benessere degli americani nel 1929 e degli inglesi nel
1932) si dilatava, pili numeroso era lo stuolo delle aziende, delle persone,
delle maestranze travolte nella disperazione. La pressione fiscale, frattanto, veniva
ad incidere su una produzione sempre più ristretta, assumendo dei carichi
intollerabili.
Tuttavia il mercato
reagiva per la vitalità degli italiani e per lo stesso carattere polverizzato
della nostra struttura produttiva. Le piccole aziende familiari non
rinunciavano a lavorare, a produrre, a sopravvivere. Se la moneta mancava,
supplivano alla carenza dello strumenta ufficiale con surrogati. La
circolazione cambiaria cresceva a miliardi.
Gli assegni postergati,
privi di copertura, sostituirono la moneta. Non se ne può controllare il numero,
ma ogni italiano ne ha avuti e ne riceve. Lo strumento monetario non esiste
più. Il mercato vive oggi senza moneta.
L'onere di questa carenza
è altissimo. Di solo «tre per mille» l'Italia paga 80 miliardi all'anno. I
protesti sono di circa 300 miliardi all'anno: tribunali, notai, avvocati,
uscieri hanno gran da fare. La loro attività non minaccia le industrie
straniere; le cause non si esportano.
II mercato ha conosciuto
da dieci anni la borsa nera del denaro. Le banche hanno realizzato immensi
utili. Di fianco agli istituti sono sorti enti finanziari, che hanno largamente
praticato lo strozzinaggio. A Roma si paga il denaro fino al 10% al mese.
Gli stranieri controllano
I monopoli
Tutto ciò avveniva mentre
i grandi gruppi monopolistici stringevano accordi finanziari coi gruppi esteri,
e ricevevano finanziamenti dal mercato internazionale a tassi di favore. Le
aree delle loro esportazioni erano però severamente controllate con rigorosi
controlli internazionali. La Pirelli ha contratto due
prestiti in Svizzera nel 1954 e nel 1955 al 3% per alcuni miliardi. La
Rinascente ha seguito l'esempio con Ia Montecatini (1955). La Italcementi (1956) non è stata da meno. La Fiat è stata
finanziata (1947) dagli USA. Tutti questi gruppi non hanno pagato mai il denaro
estero più del 4%. Gli stessi gruppi hanno avuto tutti i crediti che hanno
voluto dalle banche italiane. I loro prestiti sono sempre stati pagati sul
mercato interno intorno al 6%. Ma nessuna di queste aziende - si badi bene -- è
libera di scatenare la propria concorrenza sul mercato mondiale. Sono tutte dal
più al meno « legate ».
La restrizione del
credito è stata selettiva. E’ servita a domare i piccoli e i medi produttori
italiani, non i grandi. Per i grandi hanno funzionato metodi di controllo più
semplici e dorati; come gli acquisti dei pacchetti azionari, i finanziamenti, i
contratti di esclusiva. Quando la povertà del mercato ha ristretto le loro
vendite hanno potuto alzare i prezzi.
Oggi questa opera
continua. Centinaia di migliaia di produttori sono alla disperazione. Sul
mercato internazionale l’Italia fu! E su questa tragedia la scienza tace. E il
produttore italiano non sa perché si trova nella disperazione e dubita di se.
CAPITOLO
OTTAVO
IL PROBLEMA DELLA
RICOSTRUZIONE
Il problema del
dopoguerra si poneva in questi termini. Dovevamo aumentare le scorte;
modernizzare gli impianti; utilizzare tutto il potenziale produttivo; ridurre i
costi per metterci in grado di sostenere la concorrenza internazionale.
Esportando dovevamo pagare importazioni sufficienti per dilatare un maggiore
ciclo di produzione. Accantonare riserve di oro e di valuta per periodi di
emergenza.
Bisognava puntare tutto
sulla esaltazione delle nostre capacità di produzione, di efficienza e di
lavoro (3).
La soluzione di questo
problema era affidata ad una accelerazione del ritmo produttivo.
Avevamo impianti salvi,
merci disponibili, mano d’opera pronta. Non avevamo da temere per due anni la
concorrenza internazionale. Occorreva approfittare della congiuntura favorevole
per dilatare il credito e la circolazione monetaria. Tutti dovevano essere
messi in grado di produrre, proprio perché la concorrenza delle grandi
industrie estere, di lentissima riconversione, era nulla. Finché questa fugace
situazione di monopolio fosse durata, noi avremmo potuto sfruttare la
congiuntura, ed accumulare riserve monetarie pregiate, attinte sul mercato
estero e sul mercato interno. I produttori dovevano essere lasciati
integralmente liberi di esportare e di importare.
(3) Nel 1949 la capacità produttiva
italiana era sfruttata solo al 50%. Avevamo quindi un risparmio reale pari alla
metà del nostro patrimonio produttivo. Il blocco alla espansione monetaria, per
preconcetti ortodossi rendeva già allora scarsa la circolazione monetaria che
era insufficiente al giro di affari (cfr. O.
HJRSCHMAN, Inflation and deflation
in Italy. A.E.R. Sett. 19-18, pag. 598 e P. SARACENO, Elementi per un piano
economico, pag. 87, 163).
La larghezza del credito non
avrebbe dovuto lasciare nessun potenziale produttivo inerte. La mano d’opera
sarebbe stata tutta assorbita dalla ripresa produttiva. La immensità della
domanda avrebbe reso superfluo e pletorico il vincolo dei licenziamenti. La
conseguenza di questa espansione della massa della produzione sarebbe stata una
riduzione dei costi. La stabilità dei prezzi avrebbe garantito la stabilità
della moneta. Non ci sarebbe stato pericolo di inflazione. Ci sarebbe stato
pericolo solo per i nostri concorrenti stranieri, perché noi per questa strada,
dopo aver perso la guerra, avremmo vinto la pace. Alla fine, dopo tre o quattro
anni di lavoro, di benessere, avremmo avuto una industria, rimodernata e
riportata al livello di organizzazione richiesto dalle esigenze internazionali.
Questa era la via da seguire. Non fu seguita.
Purtroppo la legge
bancaria italiana, come si è visto, fissa la riserva che le banche devono
tenere liquide, al 25% sui depositi che ricevono. Quindi in Italia per ogni 100
lire di deposito originario si potevano solo creare 300 lire di moneta
bancaria.
È evidente che questa
elasticità della moneta bancaria è insufficiente. L’Inghilterra, per ogni 100
lire depositate ne crea 900 di moneta bancaria, perché il suo scarto di
liquidità obbligatoria è solo del 10%. Noi avremmo dovuto abbassare lo scarto
obbligatorio di liquidità imposto alle banche, per rendere la massa di moneta
creditizia più grande. Ridurre la quota di liquidità obbligatoria significa
moltiplicare il potenziale creditizio del sistema bancario. Significa aumentare
il capitale finanziario italiano. Quando noi diciamo che l’Italia è povera di
capitali non dobbiamo trascurare questo fatto. La nostra povertà è creata dai
vincoli teorici che ci sono stati imposti. Un semplice provvedimento ministeriale
può da un giorno all’altro moltiplicare o ridurre la massa della moneta
bancaria. Questa massa monetaria non affluirà nel mercato di colpo, dalla sera
alla mattina; ma potrà affluire ragionevolmente, a poco a poco, obbedendo al
vigile controllo del banchiere, che la erogherà contro garanzia di reali
potenziali produttivi, effettivamente messi in moto. Non provocherebbe quindi
inflazione. Provocherebbe sfruttamento di possibilità inerti, maggior gettito
di prodotti, minori costi industriali. Maggiori redditi individuali e
aziendali.
Ma questa via non la si è
seguita. Si è seguita la via opposta. Con la circolare sulla restrizione del
credito si sono costrette le banche a ridurre le proprie possibilità
creditizie.
La liquidità non
garantisce la solvibilità
Per giustificare il
provvedimento Einaudi ha affermato che la liquidità garantisce i risparmiatori
della effettiva solvibilità delle banche, e che aumenta la loro sicurezza di
poter ritirare in ogni momento i depositi. Si ragionava cosi una volta! Gli
economisti moderni non osano essere cosi perentori. La liquidità bancaria non
costituisce affatto lo strumento che garantisce il rimborso dei depositi. In
Italia le banche dello stato (IRI) controllano il 90% del risparmio depositato.
Si può quindi dire che il sistema bancario nel suo insieme è solidalmente
responsabile. Se crolla una banca ne rispondono tutte. Siamo in un caso tipico
di monopolio.
In caso di panico, una
riserva liquida del 25 per cento non garantisce le banche. Se tutti si
precipitano agli sportelli, per essere certi di pagare tutti i depositanti
occorrerebbe una liquidità del cento per cento dei depositi. Al di sotto di
questo limite, nessuna riserva percentuale assicura la solvibilità delle
banche. Se le banche reimpiegano parte dei depositi,
la riserva liquida è una garanzia di ceralacca. Al momento del panico non serve
perché è insufficiente; e in regime di normalità non serve perché è eccessiva.
La liquidità obbligatoria bancaria ha un solo effetto; quello di ridurre le
possibilità di creare moneta bancaria; quella di impedire lo sviluppo del
credito; quella di contrarre quindi la spesa nazionale e di contrarre il
reddito nazionale; di mantenere parte delle ricchezze reali non occupate,
quindi di determinare delle perdite, che fatalmente si traducono in una
diminuzione di solvibilità. una venerabile mummia e merita sepoltura.
L’alta liquidità
obbligatoria delle banche crea la insolvibilità del sistema bancario. Questa è
la verità che non deve essere detta, e che sconvolge il modo di ragionare degli
economisti classici, ma che è accettata e sostenuta dalla scienza moderna.
La garanzia della
solvibilità dei sistema bancario e data da un solo elemento: dalla stabilità
del mercato.
La liquidità distrugge la
solvibilità
Il banchiere sa perfettamente
che sebbene sia possibile che tutti i suoi depositanti si possano presentare
per ritirare tutti i depositi contemporaneamente, ciò e assai poco probabile.
Ogni giorno, alcuni fanno dei prelievi, ed altri fanno dei depositi. I due
flussi, quello che esce e quello che entra, nella banca si compensano. Il
banchiere sa anche che in una economia in sviluppo, il flusso dei depositi
tende ad essere più abbondante del flusso dei prelievi. Mentre in una economia
in recessione il flusso dei ritiri tende a superare il flusso dei depositi.
Questo comportamento è
basato sulla legge matematica dei grandi numeri. Il banchiere, tenendo una
piccola frazione dei suoi depositi liquida, può, con quella piccola scorta,
compensare gli eventuali e molto poco probabili sfasamenti che si possono
verificare tra i due flussi, che entrano e escano dalla banca.
Dal giorno in cui i
banchieri scoprirono che i nuovi depositi compensavano i nuovi ritiri,
arrivarono presto alla conclusione che una riserva liquida minima era sufficiente
a assicurare la liquidità totale del sistema. E la abitudine delle riserve
legali, inferiori all’importo dei depositi, entrò a fare parte dei canoni della
organizzazione bancaria.
Tuttavia, questo
ragionamento è valido solo nei tempi di normalità finanziaria. Quando cioè il
pubblico mosso da propensioni individuali, diverse e differenziate, che
orientano in modo differente persona e persona. Se per un panico, o una notizia
pessimista, tutti i comportamenti dei clienti si orientano nello stesso modo, e
tutti i depositanti si precipitano a ritirare i loro denari nello stesso
giorno, la legge dei grandi numeri non funziona più; e qualunque possa essere
la riserva liquida dello istituto e di tutti gli istituti, questi precipitano
nella insolvenza. Solo una riserva liquida pari al 100% dei depositi può
salvare il sistema dalla insolvenza.
In caso di esplosione di
un panico, tutte le banche di un paese insieme, non sono in grado di fare
fronte a una corsa ai ritiri: non possono liquidare i loro portafogli tutte
insieme; non possono vendere le loro attività tutte insieme; non possono fare
moneta, (tutte insieme) per soddisfare alla somma totale delle domande
presentate dal mercato.
Il solo ente che può
assumere tutte le attività fruttifere non liquide, e dare in cambio la moneta,
è il governo. Se il governo non effettua questo gesto, nessuna banca, per
quanto prudente ed oculata, può evitare il fallimento!
Il comportamento dei
depositanti peggiora questa situazione perché fintantoché essi sanno di potere
ritirare il loro denaro non lo chiedono. Appena sanno che non potranno più
ritirarlo, si precipitano tutti a richiederlo.
Però si deve osservare
che la esplosione di queste repentine propensioni per la liquidità significano
che nel mercato si è determinato uno stato di psicosi, generato da
comportamenti nella direzione nazionale della economia, la cui responsabilità —
per lo più - risale agli stessi organi governativi.
Il compito del governo
per le nuove scuole — è quello di conferire stabilità al sistema. Ogni
instabilità che si determina, va imputata alla inefficienza della azione
governativa.
La insolvibilità del
sistema bancario, in tale caso, è la manifestazione apparente del male; non è
il male, le cui radici sono più profonde. Ed in tale evenienza, è chiaro, che
solo il governo deve intervenire per ristabilire la fiducia e la liquidità
necessaria al sistema.
E sì badi bene — il suo
intervento deve essere effettuato a favore dei privati e non contro i privati.
Perché se il governo si lascia tentare di approfittare di questa posizione di
monopolio e di forza, che gli deriva dall’esercizio indispensabile di questa
sua funzione, per impadronirsi di tutte le attività del paese (come ha fatto
l’Italia all’epoca della nascita dell’ IRI) farà il suo danno e trufferà i
cittadini; perché rimarrà padrone delle industrie, e delle aziende assorbite;
ma anche prigioniero delle stesse; e vittima della loro burocrazia. E creerà
una situazione predestinata alla cialtroneria, alla corruzione, alla
incompetenza ed alla stagnazione; come da venti anni succede in Italia.
Concludendo; la
solvibilità delle banche è garantita dalla equivalenza del flusso dei depositi
e dei ritiri che permane finché il mercato è mantenuto «dal governo» in un
regime di sicurezza delle attività produttive. La solvibilità come la salute è
un fenomeno generale. Non la sì può localizzare che per comodità contabile. O
tutti sono solvibili, o nessuno è solvibile. Nella economia moderna, o il
disastro è generale o la sicurezza è generale. Anche se rapporti transitori di
forza politica o sindacale o padronale possono apparentemente accollare a Tizio
o a Caio la perdita contabile, nulla impedisce che la realtà sia un’altra. Gli
economisti lo sanno. Siamo tutti sulla stessa barca. La riserva liquida
obbligatoria è una casta favoletta che non illude più
neppure Cappuccetto Rosso. Sia pace all’anima sua.
Procediamo oltre.
Le riserve liquide in
U.S.A.
Per queste ragioni
l’America del nord ha progressivamente ridotto lo scarto di liquidità obbligatoria
delle banche. Le banche periferiche tengono liquidi il 3% dei depositi. Ciò
significa che le loro potenzialità di espandere il credito sono altissime.
Questo provvedimento conferisce un carattere di grande elasticità alla moneta.
Il cui volume è variabilissimo.
In America (USA) i
criteri restrittivi contenuti nella vecchia legge costitutiva del Federal Reserve Act della Banca Federale, — già tanto più larga delle leggi
europee — sono travolti. La pratica attuale delle banche federali è di fornire
risorse liquide alle banche commerciali, ogni qual volta queste ne hanno
bisogno, per fare fronte a situazioni contingenti. Esse accettano al risconto
ogni specie di carta commerciale, prescindendo dalle rigide regole di un tempo.
Una volta esse si prefiggevano lo scopo di rendere duttile ed elastico il
circolante ed il credito; ma oggi questo scopo non pare loro più adeguato alle
nuove esigenze. Oggi esse mirano a creare la stabilità economica e il
benessere, e collaborano con le industrie, il commercio e coi poteri centrali
dello Stato per questo chiaro scopo. Denaro, credito e moneta sono mezzi,
premesse; lo scopo a cui tutti convergono è la prosperità.
Siamo ben lontani dai
tempi in cui il Federal Reserve
Act limitava il suo compito a « prevenire le dannose
espansioni e contrazioni del credito ». Oggi la meta è chiaramente determinata
al di là ed al di fuori del sistema bancario. La banca non lavora per la banca
ma per la prosperità. L’industriale non lavora per la industria ma per la
prosperità. Il governo non agisce per il governo; ma per la prosperità. Cosi la
politica del credito, la politica fiscale, e la politica produttiva,
costituiscono tre strumenti che debbono essere coordinati. attraverso
aggiustamenti elastici, alla continua espansione della prosperità badando bene
di non cadere mai nella stasi o nella recessione.
Una moneta sana
Le riserve liquide
obbligatorie, non costituiscono più la discutibile garanzia del sistema. Il
sistema bancario si garantisce attraverso la stabilità. Le banche di Chicago e
di New York tengono liquidi solo il 13% dei depositi. Le grandi banche della
riserva il 10%. Ma le rimanenti banche, sui depositi a vista tengono una
liquidità pari al 7% dei depositi. E per i depositi vincolati la liquidità
scende al 3%. Una azione diretta a aumentare le riserve liquide delle banche
sarebbe inconcepibile perché unanimamente
riconosciuta come deteriore ed arbitraria e soprattutto inefficiente. Il
concetto che la quantità di moneta deve adeguarsi al volume delle transazioni;
e che il volume delle transazioni, ossia la spesa, deve adeguarsi al volume
della produzione; e che il bilancio dello Stato, (attraverso il fisco, od
attraverso la spesa), può dilatare o restringere il reddito disponibile ossia
la capacità di spesa in mano alla nazione, in modo da rendere costante il
flusso del consumo adattandolo sempre al gettito produttivo, è un modello
chiaro, accettato anche dalle persone più semplici, e costituisce un canone che
regola il comune comportamento.
Cosi nel nord America la
massa monetaria si espande e si contrae seguendo le effettive necessità del
mercato. In quel fortunato paese le banche non sono un monopolio dello Stato.
Le banche non creano la scarsità della moneta per fare strapagare i prestiti.
Le banche sono istituti privati. Esiste un grandissimo numero di piccolissime
banche periferiche, nelle mani di piccoli banchieri, che operano regionalmente,
con clienti che seguono passo passo, e di cui
conoscono vita morte e miracoli. Il credito si adegua così alle reali e vere
necessità della situazione locale. E non si verificano casi di carenza di
attività produttiva per scarsità monetaria. Perché il sistema bancario ha una
elasticità massima; una grande aderenza alla situazione effettiva del paese. Ed
un senso di profonda responsabilità, perché affidato alla direzione di persone;
i banchieri, non i bancari. Il finanziamento non è mai una pratica, è un
affare.
La garanzia di
solvibilità delle banche in America nasce dal fatto che il credito crea la moneta
che corrisponde ad un effettivo potenziale produttivo messo in movimento per un
consumo effettivo. E se ciò non bastasse i depositi sono garantiti da un
sistema di assicurazioni, per cui tutti i depositi bancari sono garantiti da
contratti assicurativi, che comunque rendono certo il loro rimborso. Il sistema
creditizio e il sistema assicurativo sono collegati.
Così con un contratto si
prevengono le psicosi collettive e si rendono sereni i depositanti. Ciò
conferisce stabilità al sistema e si ripartiscono i rischi sulla intera società
produttrice.
Cose che le nuove scuole
proclamano, e che i conservatori del nostro paese si sforzano di ignorare.
CAPITOLO
NONO
PER UNA NUOVA LINEA
ECONOMICA
L'obiettivo che ci
dobbiamo proporre è chiaro. Dobbiamo valorizzare tutte le risorse che esistono
nel nostro paese.
Gli economisti della
scuola classica vi diranno che al di sopra di un certo volume, la massa della
popolazione cessa di rappresentare un reddito per un paese. Vi è un punto critico,
un optimum di popolazione, oltre il quale il paese diventa sovrappopolato. Al
di sopra di quel punto il rendimento della popolazione decresce, non c'è
rimedio che nella emigrazione. E' una applicazione della teoria ortodossa dei
costi marginali crescenti. Lasciamo andare. La scienza moderna ci ha insegnato
sperimentalmente che il punto di produttività massima non è fisso. Non è una
frontiera ineluttabile come le colonne di Ercole. E' una frontiera di gamma. E
si sposta per effetto della qualificazione tecnica.
La scienza abbassa i
costi marginali
Queste nostre innocenti
affermazioni, rovesciano uno dei canoni della scuola ortodossa degli
economisti. Essi affermano, infatti, che l’espansione produttiva di un mercato,
trova ad un certo punto un ostacolo insormontabile, nella crescente scarsità di
fattori produttivi disponibili. Per cui man mano che la produzione cresce, i
produttori sono costretti a pagare prezzi sempre più alti, per operai sempre
meno abili; per materiali sempre meno idonei, per impianti sempre meno
efficienti. Tutto ciò porta ad una strozzatura progressiva del mercato, ad un
aumento dei costi, e ad una inevitabile inflazione. Per i classici, l’aumento
del costo marginale è un dogma. Fatale ed irrevocabile come il fato, attende
ogni espansione produttiva all'angolo della via, per assestargli una bastonata
in testa, e farla precipitate nella vertigine della inflazione e del disordine
monetario. Per gli ortodossi questa legge non minaccia solo la economia
capitalista. E’ anche una minaccia per la economia collettivista. Non può
essere evitata da nessun ripiego organizzativo, perché insita nella natura
stessa delle cose. E’ una realtà oggettiva, che limita la capacita umana di
espandersi. Se è vero che i costi di un sistema in espansione continuano a
crescere, e i rendimenti a decrescere è chiaro che si debba verificare alla
fine, ovunque e comunque, un eccesso di capacità di acquisto. Un eccesso di
moneta. Una inflazione.
La dottrina era
convincente, e pareva graziosa. Ma era un vestito stretto. E la realtà
rifiutava di mettercisi dentro. Negli ultimi cinquant'anni nei periodi di maggiore tensione durante le
due guerre mondiali, i costi del fattori produttivi, e i costi .dei salari, non
sono affatto aumentati, nella misura che prevedeva la scuola ortodossa.
Contrariamente alle previsioni non si è mai verificata una effettiva
impossibilità a procurarsi lavoro comune e qualificato. La disponibilità di
fattori produttivi non ha creato strozzature irreparabili. Si è creato invece
il movimento dei surrogati. Si sono rapidamente messe a punto tecniche per la
migliore utilizzazione di prodotti nuovi e di prodotti di surrogazione. Questo
sviluppo delle capacità tecniche ha consentito agli imprenditori di adeguarsi a
livelli di produttività crescenti, nettamente superiori. Lo sviluppo del
progresso tecnico è stato dovunque accelerato dalla tensione del mercato. I
costi marginali, che avrebbero dovuto essere crescenti, sono stati smantellati
dalla irruzione della tecnica nel piano della produzione.
Contrariamente a quanta
credevano gli ortodossi, oggi noi sappiamo, per prove sperimentali dirette e
recenti, che lo sviluppo intenso di un mercato determina un progresso tecnico
parallelo, per cui si crea una spinta generale alla riduzione dei costi.
D'altra parte siccome il
progresso tecnico viene attuato prima da pochi imprenditori, più rapidi, più
abili, più avveduti, esso crea nelle loro mani, dei monopoli di fatto. Essi
concentrano così grandi quantità di reddito sotto il loro controllo. Non si
verifica affatto una riduzione di prezzi corrispondente alla riduzione dei
costi. Si realizza invece un accantonamento di utili di congiuntura.
Per cui non è affatto
vera che nel mercato compaia un eccesso di capacità di acquisto. Anzi, nel
mercato la capacita di acquisto tende a congelarsi, nelle mani di pochi. E
tutto il sistema si sposta così non già verso la inflazione per eccesso di
moneta, ma verso la deflazione per difetto di domanda.
La posizione è
diametralmente opposta a quella che sostiene la scuola classica.
Questa rettifica è molto
recente. All'epoca della grande crisi del 1929 ed ancora nel 1936 lo stesso
Lord Keynes propendeva per ricalcare la formula classica, e pur avanzando
qualche dubbio, ed affermando la necessità di controllare lo schematico ragionamento,
lo accettava provvisoriamente, riconoscendo che esso creava un serio ostacolo
alla applicazione delle sue dottrine per la creazione di un regime di pieno
impiego. Ma negli ultimi dieci anni, grazie alla statistiche che si sono
raccolte durante la guerra, nei periodi di economia controllata, si è potuto
finalmente vedere sperimentalmente, come effettivamente si svolgono i fatti. E
si è scoperto, che in regime di espansione economica, i rendimenti della
produttività aumentano molto più rapidamente .dei redditi erogati in salari. Si
crea sempre PIU’ PRODUTTIVITA CHE CAPACITA’ DI
ACQUISTO. Ossia si è posta questa pietra miliare nuova del ragionamento
economico:
UN SISTEMA IN ESPANSIONE
NON TENDE ALLA INFLAZIONE, ESSO TENDE IRREVOCABILMENTE ALLA DEFLAZIONE. In
linguaggio tecnico, diremo, che la esperienza ha frantumato il mito del costi
marginali crescenti.
Non è la prima volta che
ciò accade. Era successo lo stesso per la teoria di Malthus.
II raddoppio della popolazione su un territorio che non muta, per lui
equivaleva al dimezzamento del territorio e al dimezzamento delle risorse.
Anche allora parlava di costi marginali crescenti. Di barriere naturali
oggettive; invalicabili come le colonne di Ercole. E’ intervenuta la chimica e
il rendimento per ettaro si e moltiplicato. II territorio, sotto la pressione
della popolazione, si e dilatato. E con la fotosintesi in vista non sappiamo
come e quanto si dilaterà. Di solito le colonne di Ercole non esistono che
nella nostra fantasia. E i costi marginali crescenti, sono uno dei più
pittoreschi travestimenti di questo mito antico e universale che i semplici
chiamano «paura».
Cosa succede se in questo
panorama, innestiamo la previsione di uno sviluppo tecnico estremamente più
rapido, come quello che interviene per la applicazione della automazione?
La automazione
necessariamente accelera il fenomeno che si è delineato negli ultimi cinquanta
anni in America ed in Europa. La produttività cresce molto più rapidamente dei
redditi guadagnati. Quindi si determina un primo vuoto di domanda e di
acquisti. Inoltre i redditi guadagnati dal monopolio tecnico e dagli
imprenditori crescono più dei redditi guadagnati in salari, per cui si
determina un secondo vuoto, dovuto alla concentrazione del reddito in poche
mani, che ha una assai scarsa propensione al consumo. La deficienza di capacità
di acquisto si dilata e si potenzia con la stessa rapidità con cui si
accelerano tutti gli altri aspetti del fenomeno. La deficienza di capacità di
acquisto, lo scarso consumo, la parsimonia, questo vaso di Pandora, da cui
escono tutti i mali, si manifestano più profondi, e pericolosi che mai. La
politica compensatrice ieri era una necessità. Oggi diventa un urgente
provvedimento senza del quale il sistema si sfascerà.
Ma come attuare una
politica compensatrice veramente efficiente? Se noi metteremo la capacità di
acquisto nelle mani dello stato, sappiamo che ne farà un pessimo uso. Conviene
che la capacità di acquisto che si inietta per integrare il mercato vada nelle
mani dei privati. Come?
A questo punta si
prospettano due possibilità, entrambe dirette a sostenere il mercato
assicurando la regolarità degli sbocchi. Si debbono assicurare gli acquisti di
massa della produzione in due campi distinti. Da una parte nel campo dei grandi
ammassi collettivi delle materie prime fondamentali che servono alla
sussistenza ed alla attività. Dall'altro si devono sostenere gli acquisti di
massa della popolazione, con facilitazioni creditizie selezionate per tipi di
prodotto, in modo da facilitare lo sviluppo di settori produttivi particolari.
Se noi prevediamo che nei
prossimi anni, nonostante ogni nostro ragionevole sforzo, il ritmo di
incremento della produttività, sarà notevolmente superiore al ritmo di
incremento della capacità di acquisto, non possiamo fare altro che accantonare
una parte della produzione, in modo da conservarla a vantaggio di tutti. Dobbiamo
potenziare la scarsa capacità di acquisto, mettendo comunque i privati in
condizione di spendere di più.
E’ chiaro che queste
soluzioni sono la diretta conseguenza del rovesciamento della posizione
ortodossa. Questa presupponendo che il sistema si muovesse verso la inflazione
predicava la parsimonia. Noi avendo constatato che il sistema si muove sempre
più celermente verso la deflazione predichiamo il consumo.
Cosa è intervenuto a
modificare il giudizio? Un nulla. Sono mutati il ritmo e la velocità di
sedimentazione del progresso tecnico. La accelerazione di questo processo non la
si può va1utare da un punta di vista quantitativo. I fenomeni della natura
procedono per salti. A determinati punti critici le quantità diventano qualità.
La rivoluzione industriale ci ha portati su un livello nuovo e qualitativamente
diverso. Come stiamo spiegando.
L'investimento migliore:
l’uomo
Quanto abbiamo premesso
si verifica per tutti gli strumenti produttivi ed anche per l’uomo.
Ad un basso livello
tecnico, una massa di popolazione satura un territorio. Ma se si eleva il
livello tecnico, una massa doppia, tripla, quadrupla, non lo satura più.
L'eccesso di popolazione
di cui si parla, è funzione dell'eccesso di ignoranza. Spendiamo, istruiamo,
educhiamo, qualifichiamo la popolazione italiana, e essa diventerà
insufficiente a tutte le possibilità di lavoro che scaturiranno dai cervelli.
La scienza apre gli
orizzonti, moltiplica le possibilità dei territori. Ma la scienza, prima di
essere qualificazione di un uomo è spesa, è credito. E’ investimento.
L'uomo esercita degli
effetti eversivi sul territorio e sulla natura. Trasforma l'uno e l'altra. La
materia viene riplasmata dalla sua azione, e per così
dire umanizzata. Questa trasformazione riceve il suggello del suo grado di
cultura. E’ quindi il pensiero, che modifica la materia e le conferisce valore
economico. Ciò che per un rozzo primitivo non ha valore, ossia non può essere
coordinato ad un fine, per un colto essere contemporaneo può averne uno
immenso. Il territorio non è un fatto geografico, puramente spaziale; è un
rapporto psichico. Il progredire della scienza, e della cultura tecnica,
conferiscono valori esplosivi a territori che prima non ne avevano alcuno.
Possono concretamente dilatare il potenziale produttivo che era rimasto statico
per millenni.
La ricchezza è un
rapporto tra l'uomo e le cose.
Dopo avere speso per
qualificare l'uomo, bisogna spendere per qualificare il territorio. Un bosco,
un panorama non sono nulla: ma se ci sono strade, alberghi e ritrovi sono fonti
di ricchezza, di movimento, di turismo.
Ogni nostro paese serba
tracce mirabili di quel grande dramma che è la storia umana. In nessuna terra
affiorano tante memorie delle vicende dolorose e liete, che fanno la nobiltà
delle stirpi. L'Italia è un grande libro, che vuole essere aperto, per essere
letto dagli occhi curiosi di tutti i turisti della terra. Si spenda! E si apra
questa edizione unica che fu impressa nel corso dei millenni. I grandi redditi
del nuovi paesi preparano milioni di turisti che ci verranno a conoscere nei
decenni futuri. Prepariamoci a riceverli.
L'ignoranza è la
frontiera della ricchezza
La ricchezza ha una
frontiera: una frontiera che sta sul fronte interno. Essa non è solo abbattuta
e superata dal coraggio; ma anche e soprattutto dalla competenza degli
imprenditori.
Noi abbiamo una
produzione agricola. Però solo il 16% del nostri prodotti vengono lavorati. In
paesi più progrediti del nostro la percentuale di prodotti agricoli lavorati
sale al 68, fino al 70%. E’ cosa ben diversa vendere piselli o vendere piselli
in scatola. Vendere mele o vendere marmellata. Castagne o marrons-glacés.
Vendere uova o vendere dolci. C'è una frontiera da superare nella nostra
agricoltura oltre la quale si può dare vita a molte industrie di
trasformazione: ma per questo occorre educare i consumi: Spendere. E l'oggetto
dello spesa non sono le macchine: è l'uomo.
La stessa cosa si può
dire per i prodotti della pesca e del mare. Lo stesso discorso si può ripetere
per le industrie chimiche. I nostri livelli di consumo per persona sono sconfortantemente bassi. Questa constatazione, fa sospirare
gli economisti di stampo antico, i quali si stringono nelle spalle e concludono
che noi siamo un paese povero. Ma se noi abbiamo del livelli di consumo per
persona od un livello medio che tuttora è molto basso, ciò significa proprio il
contrario. Siamo un popolo che ha una frontiera che dovrebbe essere facile
spostare! Ogni Italiano può consumare di più se lo si mette in condizione di
avere un maggiore reddito. In Italia ci sono molte iniziative da prendere; c'e
molto materiale disponibile. Manca solo chi abbia il coraggio di promuovere
l’avviamento di questo ciclo produttivo. Abbiamo materie prime da lavorare;
uomini disposti a trasformarle; un mercato ansioso di aumentare i consumi
interni. Manca solo la circolazione di una ricchezza che non è reale, ma è
simbolica. In Italia non mancano le ricchezze: mancano i simboli delle
ricchezze. Manca la coscienza delle possibilità che abbiamo.
Le chiavi della soluzione
di questo problema sono nelle mani del governo. Ma è un personaggio enigmatico,
che non prenderà la strada buona se tutti quanti noi non lo costringeremo ad
affrontarla.
La spesa crea il reddito
II problema Italiano è
quello di dilatare la spesa globale per dilatare il reddito globale. Più denari
in mano ai privati, significa più iniziativa per i produttori, più consumo per
i consumatori, più stabilità per la vita sociale e politica.
La dilatazione della
spesa ha un limite solo: nella quantità di potenziale produttivo che giace
inutilizzato nel nostro mercato. Noi dobbiamo dilatare la spesa fino al livello
che appare necessario per convogliare in opere produttive, tutti i nostri
lavoratori, tutti i nostri dirigenti di azienda, tutti i nostri impianti
agricoli industriali e mercantili.
Quali e quanti fattori
produttivi inutilizzati esistono nel nostro sistema economico?
In altri termini, dove si
pone la barriera oltre la quale non potremo più dilatare la creazione di moneta
bancaria e cartacea?
L'Italia è uno dei paesi
più arretrati d'Europa. E noi sulla Europa complessiva possediamo dei dati
precisi. L'Occidente, salvo in periodi eccezionali, come durante la guerra, non
ha mai realizzato regime di piena occupazione. Non solo, ma non ha mai
utilizzato con razionalità il lavoro che ha occupato. Se si esamina il grado di
occupazione «reale» anziché il grado di occupazione «apparente» si scopre che,
in media, la produttività europea per l'agricoltura è «un sesto» di quella
americana. E per la industria è «un quarto». Ciò significa che in rapporto al
livello tecnico raggiunto dagli USA noi dobbiamo considerare disoccupati e
disponibili TRE QUARTI dei lavoratori impiegati. Ma il livello «attuale» degli
USA è ben lontano dal livello che può essere raggiunto con l’applicazione della
tecnica moderna. Le nuove catene automatiche possono agevolmente produrre 4 o 5
volte tanto. Si può calcolare quindi che anche gran parte del fattori
produttivi impiegati negli Stati Uniti, sono solo «apparentemente» impiegati. E
che in realtà applicando nuove tecniche possono essere «liberati» in un tempo
relativamente breve.
Queste considerazioni
pongono la barriera europea e italiana della «integrale occupazione dei fattori
di produzione» in una prospettiva molto molto lontana.
E ci offrono un lungo periodo di tempo durante il quale sarà necessaria
espandere la spesa, dilatando la emissione di moneta e di credito senza
pericolo che si possa verificare neppure l'ombra dell'inflazione.
Purtroppo non si hanno
dei dati precisi sulle effettive disponibilità di fattori produttivi in Italia.
La cifra indicativa di 2 milioni di senza lavoro non dice nulla. A quale grado
di efficienza sono occupati gli italiani che apparentemente sono occupati. Noi
possiamo forse immaginare, ma non documentare, quale è il grado di occupazione
apparente del nostro mercato. Ma se desideriamo fare il punto sul grado di
occupazione «reale» ci troviamo di fronte a una mancanza di informazioni
totale. Grado di qualificazione tecnica, e scuole; grado di utilizzazione delle
materie prime, e progresso tecnico; grado di meccanizzazione, e sviluppo industriale;
grado di razionalizzazione, e sviluppo organizzativo si prospettano di fronte a
noi come tanti campi di indagine ignoti in cui tutto è da studiare,
documentare, scoprire.
Possiamo solo
genericamente dire che il grado di occupazione reale dell'Italia è forse 1/4, o
1/5 della occupazione apparente. Che la nostra disponibilità effettiva di mano
d'opera è di 2 ma forse di 5 o di 6 milioni effettivi. Ciò allo stato attuale
della tecnica. Ma domani?
Se noi accelerassimo
l’applicazione del progresso tecnico e trasferissimo questa massa di lavoratori
in organizzazioni moderne avremmo materie prime sufficienti? Avremmo materie
complementari bastevoli per alimentare i nuovi cicli produttivi estremamente
più intensi?
II pensiero ortodosso
dell'economia riteneva che il fattore produttivo più scarso fosse sempre il
lavoro e che la sua mancanza ed il suo costo crescente determinassero lo
arresto di ogni tentativo di espansione col disordine di un aumento di prezzi e
di inflazioni.
Oggi sperimentalmente
siamo in grado di dire che il lavoro si rende disponibile a costi decrescenti.
Che la sua abbondanza porta alla deflazione. Perché di solito l’incremento
delle remunerazioni e quindi dei consumi è inferiore all'incremento del
rendimento. L'esperienza ha dimostrato che dove lo sviluppo della tecnica sia
realizzata questo stesso sviluppo ha creato materie prime, prodotti base, e
semi lavorati, per così dire prima inesistenti. Non che questi prodotti prima
non esistessero: semplicemente non avevano valore economico, come lo azoto
dell' aria o il metano del sottosuolo o l’energia atomica. Semplicemente non
esistevano in rapporto alla precedente fase della qualificazione tecnica della
civiltà.
Sperimentalmente si può
affermare che dove sia disponibile la manodopera, dove sia realizzabile la
spesa, le materie prime e le materie accessorie compaiono. La strozzatura
effettiva non è nella manodopera non è nella riserva di materie prime. E’ nella
mancanza di moneta reale e di moneta bancaria. Torniamo quindi alla nostra tesi:
la strozzatura che impedisce lo sviluppo della civiltà industriale non è
oggettiva, è soggettiva: non è nella natura, è nel cervello degli uomini.
Dipende da una errata
valutazione del fenomeni. Da una interpretazione delle leggi monetarie e da una
interpretazione della concatenazione del fatti che è esattamente contraria a
quanto avviene sotto i nostri occhi.
Noi temiamo che il
progresso tecnico e lo sviluppo degli investimenti e dei consumi provochi
l’inflazione. E per questo i nostri governi restringono la circolazione,
riducono i redditi, perseguitano i guadagni e predicano la parsimonia. Invece
la espansione produttiva porta tendenzialmente tutto il sistema verso la
deflazione, verso la insufficiente capacità di consumo, verso la insufficienza
del redditi e la politica del governo invece di alleviare questi mali non fa
che aggravarli.
II potenziale produttivo
non è un dato di fatto oggettivo, irrevocabile, statico. E’ una funzione del
progresso tecnico raggiunto dalla scienza applicata alla industria ed alla
agricoltura.
II potenziale produttivo
poteva essere scarso cento anni fa. Poteva essere medio venti anni fa: può
essere enorme domani.
Se la tecnica delle
trivellazioni ci consentirà di raggiungere strati più profondi, troveremo delle
ricchezze non prevedibili; metalli e idrocarburi. E’ un potenziale che ieri non
c'era.
Se il progresso della
scienza ci assiste, ricaveremo dal metano concimi chimici per la fertilità del
nostro suolo. Questo potenziale produttivo ieri non esisteva. II potenziale
produttivo è creato dalla scienza. Ma non esiste finché nella popolazione non
vi è un gruppo di uomini che se ne rendono conto e non si mettono in testa di
sfruttarlo. Esso è dunque frutto della diffusione della cultura e della
qualificazione: della coscienza. II potenziale produttivo quindi non limita in
senso assoluto la politica di dilatazione della spesa,. ma solo in senso
relativo. Se la scienza dilata il potenziale produttivo, ne consegue che si può
passare a un livello di spesa superiore. La chiave del benessere è nel sapere.
Bisogna spendere per
istruirsi.
Come aumentare la spesa
globale
Se l’iniziativa privata
non è in grado di spendere di più, deve intervenire lo Stato. In periodi di
lunga depressione la dilatazione della spesa nazionale può essere attuata solo
da direttive che provengono dal governo. Abbiamo visto che le due forme più
importanti sono: la dilatazione del credito, e il deficit sistematico di bilancio.
Più credito ai privati
Per dilatare il credito
occorre revocare la disposizione che costringe il sistema bancario a mantenere
liquida troppa parte del depositi bancari. Lo scarto obbligatorio di liquidità
deve cessare di essere guardato come un feticcio. Ne seguirà una grande
elasticità creditizia, che metterà nelle mani delle banche forti potenziali di
moneta creditizia. Il difetto del nostro sistema bancario è di avere una
struttura troppo accentrata. Il 90% è di proprietà dell'IRI. I monopoli sono
pessimi. Vogliono lavorare poco e con altissimi utili.
Bisogna spezzare questo
monopolio. Non occorre riprivatizzare le banche
irizzate. Possono essere invece integrate con la concessione di un grande
numero di sportelli privati. Fare il banchiere è un mestiere come fare il
dottore e il farmacista. Non si vede perché debba essere una via chiusa.
Dobbiamo creare una massa di banchieri che siano veramente in periferia a
contatto con la clientela e coi centri di azione dei loro clienti. Dobbiamo
creare mille e mille piccole banche. La creazione di una concorrenza periferica
tra banchieri, abbasserà i costi e ridurrà il costa del denaro. Renderà meno
burocratico e antiquato il servizio. Ripartirà i rischi. Rianimerà il senso di
iniziativa. Riavremo dei banchieri, e ci scorderemo di questa nefasta casta dei
bancari che ha rovinato il paese.
Come abbiamo detto non è
tanto questione di capitali nuovi. E’ invece questione di imprimere al capitale
monetario che possediamo quel ritmo di circolazione che è conforme alle
esigenze della tecnica moderna. Noi viviamo nei tempi in cui i motori fanno
oltre 5000 giri; con un piccolo volume sviluppano una alta potenza. La nostra
banca, col feticcio della liquidità, continua a girare il capitale con il ritmo
asmatico dei trecento giri. Montiamo di giri e scopriremo che l'Italia non è
povera: è ricca.
Meno tasse
La spesa statale può
essere dilatata con un deficit di bilancio. Bisogna ridurre il carico fiscale!
Le tasse non pagate sono reddito che rimane nelle mani degli operatori.
Il privato spende sempre
il proprio denaro meglio del governo, con più efficienza, con minori sprechi
con maggiore aderenza alla realtà. E quindi preferibile che il reddito resti
nelle mani del privato e che il deficit del bilancio risulti da uno sgravio
fiscale.
Le minori entrate del
governo, però, non devono terrificare i ministri e portarli a ridurre la spesa.
Se no, il volume globale della spesa verrà parallelamente ridotto; e il reddito
globale della nazione, in termini monetari, non subirà mutamento. In tale
deprecato caso, si avrebbe una maggiore spesa privata, compensata da una minore
spesa del governo. Invece noi dobbiamo arrivare ad una maggiore spesa privata
aggiunta a una maggiore spesa del governo.
II governo deve
rinunciare alle tasse e accettare il deficit.
Niente prestiti statali
Inoltre va precisato che
il governo non deve compensare il deficit facendo ricorso a prestiti interni. I
denari che si raccolgono con buoni del Tesoro vengono sottratti ai privati. La
capacità di spesa del governo sale di quanto diminuisce la capacità del
privato. Il trasferimento di questa capacità di acquisto, da acquirenti sani,
ad un acquirente notoriamente poco efficiente come lo Stato, costa il sei per
cento: in definitiva il reddito globale non muta, e i costi di trasferimento
salgono. Quindi niente buoni del Tesoro.
Si aggiunga un
particolare. La emissione dei buoni del Tesoro, contrae i depositi bancari dei
depositanti che sottoscrivono il prestito. Ogni qual volta un deposito si
estingue, la banca rende il 25% prelevandolo dal suo fondo di liquidità. E il
residuo 75% lo deve richiedere a chi ha effettuato prestiti ossia restringe il
credito. Ma per effetto delta moltiplicazione del credito, una contrazione di
100 lire nei depositi, net sistema inglese crea una riduzione di 900 lire di
credito; e nel sistema italiano crea una contrazione di 300 lire di credito.
Ossia ogni rastrellamento di 100 miliardi di buoni del Tesoro, crea una
contrazione di 300-400 miliardi di moneta creditizia. Il mercato subisce così
una riduzione molto ma molto maggiore delta somma che viene ceduta al governo.
Una catastrofe per un paese che è già scarso di capacità di acquisto e di
reddito monetario.
Ripetiamo: necessita
ricorrere al deficit.
La moneta è un prestito
senza interessi
La carta moneta come il B.d.T. è un debito dello Stato: la sola differenza tra la
moneta e il buono del Tesoro è questa; che la moneta è un debito che non costa
interessi al governo. Dunque è un debito da preferirsi al B.d.T.
che costa il 5%.
Abbiamo detto che la
espansione monetaria non crea inflazione entro i limiti ragionevoli di un
impiego diretto a mettere in moto tutte le risorse produttive del paese. E
rimandiamo i lettori ai testi ormai classici degli economisti delle scuole
moderne che dimostrano questa legge.
Procediamo oltre.
Il problema non verte
sulla quantità di moneta che lo Stato emette; ma sulla qualità della spesa che
esso effettuerà con questa moneta. Infatti, contrariamente alla tesi classica, non è la carta falsa che crea la
inflazione; è la spesa sterile che sterilizza il simbolo monetario.
Stato di produttori non
Stato produttore
La spesa ragionevole ed
efficiente, crea ricchezza, non povertà, e rafforza, non indebolisce la moneta.
Ma quando si parla di spesa efficiente del governo, per prima cosa si deve
pretendere che questa spesa non provochi contrazioni del reddito privato. Lo
Stato non deve fare l'industriale, l'agricoltore o il farmacista. Lo Stato non
deve assumere funzioni esecutive nei singoli settori in concorrenza ma aiutare
i privati. Esso deve agire sull’ambiente regolarizzando il flusso della domanda
e della offerta della produzione e del consumo. Per dilatare spesa e reddito il
governo deve effettuare quel tipo particolare di spese, che ciascuno di noi, da
solo non potrebbe attuare; e che quindi tutti noi dobbiamo fare assieme.
Queste spese divengono
sempre più numerose e variate. Un tempo c'erano le strade, e gli acquedotti;
oggi ci sono le linee di trasporto elettrico, ferroviario, le fognature e il
recupero delle immondizie, gli ospedali. Per questo egli adotti questo tipo di
interventi; non riduca mai il campo della attività dei privati, che è
complementare.
Poi c'è la grande spesa
che serve a facilitare la comunicazione tra gli uomini; il linguaggio, la
scuola e la qualificazione.
Programmi in frigidaire
I governi dei paesi più
liberali e ponderati, per es. la Svizzera e la Danimarca, hanno da venti anni,
sempre pronto un programma di spese collettive, che possono essere messe in
azione non appena si verificano rallentamenti e recessioni negli affari. Sono
programmi di strade, di ponti, di bonifiche di opere collettive come ospedali,
teatri, stadi, palestre, piscine ecc. E’ buon criterio prevedere queste riserve
di lavori a lunga scadenza. Non si è assillati dal bisogno e non si ha l’acqua
alla gola dei disoccupati che muoiono di fame: I programmi risultano pili
coordinati e razionali, e hanno maggiore respiro: gli interessi della
collettività sono meglio tutelati.
I programmi di lavori,
messi in ghiacciaia, per venire scongelati nei periodi di crisi e di recessione,
sono fatti per creare reddito monetario agli operai, e agli imprenditori; e
quindi è chiaro, che nessuno deve gridare al lupo, al lupo, se queste grandi
opere creano redditi di congiuntura nelle mani di qualcuno; perché e proprio
quello che si vuole ottenere con questi interventi. Dilatare i redditi della
nazione e rianimare l’ottimismo e la spesa.
Se appena appare la
crisi, la spesa dello Stato sosterrà i redditi del mercato e dilaterà i
consumi, le imprese private diventeranno di nuovo attive e si consumeranno le
scorte eccessive che sono causa del male. Non ci sarà nessun bisogno di
ricorrere al sistema vecchiotto di trasformare la nazione in un ospedale di
aziende passive e statizzate, amministrate dall'IRI.
Statizzare le aziende non
le rende attive
Statizzare le aziende non
significa aumentarne le vendite, né incrementare i consumi globali del mercato.
Significa solo socializzare le perdite. Non cura il male. Il solo vantaggio del
provvedimento è che rende possibile tenere aperte le fabbriche passive a spese
di tutti evitando disoccupazioni. Ma una azienda malata, sia di un privata o
sia dello Stato (sia capitalista o socializzata), è sempre un cancro che
produce perdite e miseria: il suo costo e sempre pagato da un solo personaggio:
Pantalone.
II socialismo è una
bellissima cosa quando mette in comune dei guadagni; ma è una ben triste
prospettiva se mette in comune solo delle perdite. E questo è il caso
dell'Italia. In regime socialista o capitalista perché le aziende siano sane
occorre che il mercato di consumo sia forte. Per sanare le aziende bisogna
dilatare la spesa.
CAPITOlO
DECIMO
LA SPESA E’ UNO STRUMENTO
Il pieno impiego non è
figlio del mito; è il risultato della spesa. Una bassa spesa globale fa uscire
dal circuito produttivo una quantità di fattori produttivi, che a un livello
superiore di spesa si ricompongono sul mercato.
La spesa non è nelle mani
di Dio; è nelle mani degli uomini; del governo, delle banche, e dei privati. E'
uno strumento che possiamo governare, da soli, coi banchieri, e coi ministri.
Se noi vogliamo debellare
la disoccupazione dobbiamo brandire questo strumento con ponderazione, con riflessione,
e con fermezza. II bilancio non serve a fare quadrare le entrate con le uscite,
- come credono i ragionieri, - ma a controllare da dove vengono le entrate, e
dove sono dirette le uscite, e quale effetto ha il saldo, sull'andamento del
mercato. Il saldo può essere in deficit, o in attivo; a seconda dei tempi e dei
casi. La spesa dello Stato è come la semente gettata nel campo; non la si può
raccogliere nello stesso giorno, senza distruggere il racco1to. Se lo Stato spende,
ed attende il raccolto, dopo i sette anni magri, lo raccoglierà nei sette anni
grassi e ricolmerà i magazzini in tempo di estate. Ma non può pensare di
colmarli in tempo di gelo. La vita dello Stato ha un ritmo diverso dal ritmo
dell' azienda personale.
Se con un reddito
monetario globale di 10 mila mi1iardi noi constatiamo che il nostro paese ha
una cospicua massa di disoccupati, di impianti fermi, di materie prime
disponibili, è ragionevole portare questo reddito globale a un livello
superiore.
Ammettiamo che un reddito
monetario globale di 15 mila miliardi, tutto il potenziale produttivo della
nazione, venga convogliato nel ciclo produttivo. Sarebbe come se noi
aumentassimo il flusso di acqua in un sistema di turbine. A flusso 10 le
turbine riescono a muovere un terzo del telai di una fabbrica. A livello 15 li
muovono tutti.
Come si ripartisce il
reddito
Abbiamo visto che il
volume del reddito può essere aumentato dilatando la spesa privata (per esempio
col credito) e pubblica (p. es. col deficit sistematico di bilancio). A questo
punto ci si deve chiedere: questo maggiore flusso di denaro come si ripartisce
sul mercato? In mano di chi va a finire? Ci sono delle leggi che ci danno un
criterio per giudicare se la ripartizione di questo reddito è efficiente ed è
giusta?
Ci sono.
Vanno tenuti presenti
alcuni concetti affermati dalla scuola moderna e accettati da tutti i governi
civili.
Il basso reddito
monetario si trasforma tutto in consumo; ciò è chiaro. Un manovale guadagna
appena di che sfamarsi. Ma quanto più il reddito cresce, tanto più si dilata il
raggio dei consumi; nuove industrie e nuovi prodotti vengono trascinati nel
mercato. A livelli ancora superiori una parte del reddito viene accantonato, e
destinato ad investimenti; nel mercato vengono trascinate le industrie che
producono impianti ed attrezzature. Ad altissimi livelli di reddito, il
nababbo, per ogni frazione di maggiore guadagno, non dilata più il suo consumo.
Il suo tenore di vita rimane costante. Dilata solo il suo risparmio, se presume
di guadagnare bene. Ma questo non vuole ancora dire che egli sia disposto ad
investire ciò che non spende per se.
E’ meglio risparmiare
poco e consumare molto
Le scuole moderne di
economia parlano di tre abitudini psichiche, che regolano la ripartizione del
reddito. Sono la propensione al consumo, la propensione al risparmio, e la
propensione all'investimento. Ognuna di queste abitudini si taglia una fetta
del reddito. Ma la fetta è diversa ai diversi livelli di reddito guadagnato.
Per non approfondire troppo
questo tema, che ha fatto scorrere molto inchiostro, preghiamo i nostri lettori
di tenere fermo questo solo concetto: nelle grandi medie il reddito risparmiato
è una percentuale crescente del reddito guadagnato. Su un guadagno di cento
lire avremo 80 lire di reddito destinato al consumo e 20 lire di reddito
destinato al risparmio (l/5).
Ma su un guadagno di 1000
lire il rapporto sarà di 600 di consumo e di 400 di risparmio (meno di 2/3).
Il problema si pone in
questi termini. E’ meglio risparmiare la metà del proprio reddito, o è meglio
risparmiarne un quarto? La scuola classica ci insegnava che era meglio
risparmiare la metà del reddito, perché il risparmio si traduce in
investimento. Bisognava dunque favorire il ricco perché risparmia di più. Questa
tesi è stata smantellata dalla esperienza; è vero il contrario. E’ meglio
risparmiare un quarto del reddito; sarebbe ancora meglio risparmiare solo il
10%. Tanto più bassa è la percentuale di reddito. risparmiato, tanto maggiore è
l'investimento globale. Sono i redditi piccoli quelli che muovono il mercato.
Traduciamo L’affermazione in un esempio.
I miracoli del
moltiplicatore
Tutti possono facilmente
intuire che un investimento di 5 milioni di lire produce un aumento di reddito
molto superiore, perché la spesa non si ferma alla prima bottega, ma continua a
passare da una mano all'altra: si crea una moltiplicazione dei redditi. Ma a
quale legge obbedisce questa moltiplicazione?
Se noi impieghiamo delle
risorse libere nella costruzione di un ponte che costa per esempio 1 milione,
le ripercussioni secondarie saranno le seguenti: i falegnami, le segherie, i
carpentieri, gli operai gli ingegneri con l’impresario guadagneranno 1 milione
di nuovo reddito: il processo non finisce qui, anzi comincia.
Se tutti questi signori
hanno l’abitudine di consumare 2/3 del reddito, e di risparmiarne un terzo,
subito spenderanno 666 mila lire in consumi e 333 le risparmieranno.
Ma coloro che riceveranno
666 mila lire, se avranno le stesse abitudini di risparmio e di consumo,
spenderanno 444 in consumi e 222 le risparmieranno.
Coloro che riceveranno le
444 spenderanno 296 mila in consumi e 148 mila le risparmieranno.
Coloro che riceveranno
296 mila spenderanno 200 mila in consumi e 100 mila le risparmieranno.
Coloro che riceveranno
200 mila spenderanno 132 in consumi e 67 mila di risparmio.
E così di seguito.
La spesa globale sarà:
1.000.000 + 600.000 + 444.000 + 295.000 + 197.000 +132.000. Totale 2.999.999.
Se la propensione è di
consumare i 2/3 del reddito si deve moltiplicare la spesa iniziale per 3. Con
una spesa iniziale di 1 milione si spendono 3 milioni globali complessivi.
Se la propensione media
marginale al consumo fosse stata maggiore di due terzi, per esempio di tre
quarti, il risultato sarebbe stato più favorevole; infatti Ia spesa iniziale di
1 milione avrebbe provocato una spesa globale di 4 milioni.
Se Ia propensione al
consumo fosse stata ancora maggiore, tanto maggiore sarebbe stata la moltiplicazione
degli effetti della spesa iniziale. Concludendo diremo che per conoscere gli
effetti finali e globali di una spesa iniziale si deve moltiplicare questa
somma per un moltiplicatore che è uguale a 3 se il consumo è 2/3;
che è uguale a 4 se si consuma
3/4; a 2 se la si consuma 1/2 ecc. del reddito.
Concludendo, quanta più
grande è la «propensione al consumo» di un mercato, tanto maggiore è la
moltiplicazione degli effetti della spesa iniziale. Ma siccome ad ogni spesa,
una piccola quota di questa, viene risparmiata, alla fine, sommando tutti i
risparmi a cui da luogo la spesa nei suoi innumerevoli passaggi, si ottiene che
il risparmio globale, (e presumibilmente anche l’investimento globale)
finiscono per essere eguali al preciso importo della somma erogata con la spesa
iniziale.
Ossia, per quanto grande
sia la propensione. al consumo e per quanto piccola sia la propensione al
risparmio la somma finale che verrà risparmiata ed investita dal risparmio sarà
sempre eguale alla somma che mette in moto il processo.
Se la propensione al
risparmio è alta, la fuga dei capitali risparmiati limiterà questa agli
effetti. della moltiplicazione dei redditi. Mentre. se la propensione al
risparmio sarà bassa, la fuga del redditi risparmiati sarà modesta e lascerà
nel circuito una grande massa dl redditi monetari che rimbalzeranno in
innumerevoli spese successive per molti passaggi.
Il consumo dilata
l’investimento
In parole povere: quando
più si spende, per, il consumo, quanto meno si risparmia, tanto maggiore è il
moltiplicatore della spesa.
Un grande economista
americano moderno scrive:
«Questo fatto getta nuova
luce sulla questione dei rapporti tra parsimonia e consumo, e dimostra che una
aumentata propensione al consumo aumenta anche l’investimento. Un elevato
consumo andrà di pari passo con un elevato investimento, invece di fargli
concorrenza.
Questo risultato
sorprendente è talvolta chiamato il «paradosso della parsimonia». E’ un
paradosso perché ci è sempre stato inculcato dalla nostra infanzia che la
parsimonia è sempre un bene; non ci si stancava mai di predicare le virtù del
risparmio. Ed ora vi è una generazione di esperti della finanza che sembra
volere convincerci che il bianco è nero e viceversa, e che le antiche virtù
costituiscono dei peccati per la presente generazione» (Samuelson
P. - Economics an introductory analysis).
« Ciò che è bene per il
singolo può non esserlo per la collettività. Il tentativo del singolo di
accrescere i propri risparmi - in certe condizioni - ha per conseguenza di ridurre
il risparmio effettivo della collettività».
Se la nazione è in regime
di piena occupazione è chiaro che per formare nuovo capitale, occorre distrarne
una parte dagli impieghi esistenti, assorbiti dal consumo, in tale caso la
antica dottrina della parsimonia è vera, e il punto di vista individuale e
sociale coincidono.
Nelle antiche società
agricole il precetto era vero; e lo era durante le due guerre mondiali. In quei
periodi si era in regime di piena occupazione di tutte le risorse.
La parsimonia è la rovina
dei popoli
Ma nella storia recente
queste condizioni di pieno impiego e di integrale utilizzazione di tutte le
risorse non si sono più verificate: in generale nella società contemporanea vi
è una dispersione di risorse. Vi è una cronica insufficienza di domanda, che
provoca una cronica insufficienza di investimento e una cronica insufficienza
di potere di acquisto. Vi sono giacenze e accumuli di capitali disponibili, di
merci immagazzinate, di semiprodotti in attesa di impiego, e di risorse
tecniche che si attende di mettere alla prova: In queste condizioni la
parsimonia per i moderni diventa un «vizio sociale». «Quello che era vero per
l'individuo può essere la rovina e l’errore della collettività».
«In periodo di
depressione, i tentativi di essere parsimoniosi hanno per conseguenza un
minore, non un maggiore risparmio globale. II singolo che risparmierà riduce i
consumi, distribuisce meno potere di acquisto, riduce anche il reddito degli
altri. Riduce la velocità di circolazione della moneta e il reddito nazionale.
«Perciò quando vi è
disoccupazione, il consumo e l'investimento non si fanno concorrenza, ma sono
complementari. Ciò che incrementa il consumo incrementa l’investimento. Il
tentativo di ridurre il consumo, in questo caso, ha per solo risultato di
ridurre il risparmio, perché riduce il reddito a un livello in cui la
collettività perde il desiderio di risparmiare». (Op.
cit. pagina 292). Purtroppo questa è la linea che Einaudi ci ha imposta!
I redditi piccoli sono fa
forza della Nazione
Naturalmente questo punto
di vista ci fa capire che per dilatare l’investimento in un mercato bisogna
dilatare i redditi piccolissimi, che sono quelli che si trasformano nella
massima parte in consumi, e non i redditi medi e i redditi grandi, come
facciamo quando eroghiamo capitali e spese per effettuare quella che chiamiamo
politica degli investimenti.
Purtroppo in Italia noi
siamo portati a dilatare la spesa proprio nel settore in cui essa acquista minore
energia dinamica: noi spendiamo volentieri in investimenti e consideriamo ogni
spesa di consumo come distruzione di ricchezza. E’ vero il contrario (4).
(4) Per
rendersi conto della insufficienza cronica di consumo si consulti lo studio del
prof. Tagliacarne sul reddito per ogni singola
regione italiana. L'italiano in media guadagna 13 mila lire al mese: ma in
certe zone (Lecce) la media scende sotto le 5.000 lire al mese. Un terzo circa
della popolazione italiana, con redditi che sfiorano le 6.000 lire al mese, è
fuori dalla vita: sono morti economici. Solo una dilatazione della
circolazione, e una sistematica politica di smantellamento delle zone di
congelamento monetario può richiamarli alla vita. Fino ad oggi, il problema è
stato posto solo nel senso di espropriare il reddito monetario, ai pochi che ne
percepivano. Mai si è affrontato il problema, di curare il reddito monetario
supplementare. La mancanza di moneta è come la mancanza di strade; non fa
scorrere i prodotti, e non fa muovere il lavoro. La scarsità di moneta «isola»
gli italiani; li fa vivere fuori del tempo e dello spazio. Come se fossero
nella luna. Se la circolazione mettesse in comunicazione questi fattori
inutilizzati, mentre apporterebbe loro prodotti, estrarrebbe .dalle loro mani,
innumerevoli produzioni nuove. La scarsità di moneta è un formidabile strumento
di disintegrazione di un mercato che si vuol mantenere in stato di depressione
coloniale. Da chi?
Erogare un credito a un
industriale, anche se questi realizza alti utili, dilata il flusso del
risparmio e dell'investimento molto meno che se noi dilatiamo della stessa
cifra il reddito della povera gente. Perché la propensione al consumo dei
poveri è molto più alta, che la propensione al consumo dell'imprenditore.
Quindi la spesa che parte dal povero ha un potere di diffusione, e di
penetrazione e di moltiplicazione molto superiore.
II problema che ci
dobbiamo porre, nella utilizzazione della spesa, che si vuole dilatare, è in
definitiva questo: quale è il punto di attacco più favorevole, perché le 1000
lire spese hanno un .effetto maggiore; producano, più benessere, più
dilatazione di spesa, più risparmio globale e più investimento. La scienza
moderna risponde a questa domanda con dati di fatto sperimentati da venticinque
anni di azioni governative e ci dice: il punto di attacco migliore, per erogare
la spesa, è la dove sono i redditi più bassi ed i consumi più alti.
Bisogna mettere questa
capacità di acquisto nelle mani di chi consuma. Non di chi investe. Così vuole
la efficienza! Il che è profondamente giusto, anche dal punto di vista sociale
ed umano.
La spesa ha un limite?
Di quanto si deve
dilatare La spesa? Abbiamo detto: di quel tanto che consente di coinvolgere
nella produzione tutte le risorse produttive.
La somma da investire,
sotto questo profilo, appare molto variabile. Si pensi che le opportunità di
investimento dipendono dalle nuove invenzioni, dai nuovi prodotti,dai nuovi
territori, dalle nuove risorse, dalla nuova popolazione. Lo investimento
dipende da quegli elementi dinamici che rinnovano dall'interno il sistema
economico. Dalla tecnica, ma anche dalla politica; dalle previsioni e dalle
aspettative del pubblico; dalle finalità del consorzio umana e dalle scoperte
scientifiche che il progresso mette a sua disposizione per conseguire quei fini
collettivi che esso si propone, In una parola la dilatazione della spesa è
limitata dalla necessità di rinnovamento delle strutture produttive di una
nazione.
E queste sono determinate
dallo sviluppo della tecnica della epoca in cui viviamo, e dalla volontà
cosciente della nazione di servirsene.
Un popolo senza
aspirazioni ha sempre una scarsa spinta all'investimento e la sua vita è
stagnante. Scarsa è la spinta del governo a introdursi nel ciclo produttivo,
per operare interventi compensatori ed animatori.
La scienza dilata gli
investimenti
Ma la civiltà moderna
deve alla scienza un gettito prodigioso di nuove opportunità di investimento.
Più si espande la scienza, più crescono le necessita di investire. Nella
competizione mondiale non si può rimanere indietro. Bisogna rinnovare gli
impianti ed adeguarsi a metodi nuovi. Il progresso impone di raccorciare gli
ammortamenti; impone quindi aumento di redditi industriali. Ma ciò è attuabile
solo con un aumento della massa della produzione su cui ripartire i costi. Il
che impone un aumento del consumi popolari e del salari. II tutto si traduce in
necessità di elasticità monetarie, per seguire le oscillazioni talora brusche
della. tecnica. Il mezzo monetario deve adeguarsi alla elasticità della
mutazione tecnica. II suo irrigidimento manda in frantumi il sistema. Nelle
macchine moderne non si richiede solo maggior resistenza degli acciai, ma anche
e sopratutto massima elasticità. La economia moderna è una macchina ad alto
livello di giri.
Una piccola spesa è
moltiplicata da un forte consumo
Le opportunità di
investimento sono quindi comandate dal progresso della tecnica. Supponiamo che
la tecnica ci imponga di rinnovare le nostre strutture produttive entro un
quinquennio. Per portare un paese ad un determinato livello di efficienza
tecnica, noi possiamo stabilire un bilancio di spesa, che comporti un graduale
rinnovamento delle sue strutture produttive. Abbiamo quindi una possibilità tecnica
di stabilire quali siano le opportunità di investimento globali per una
nazione, ed il costo globale, e quindi la spesa globale.
Supponiamo che le
opportunità di investimento giustifichino un investimento netto di 5 miliardi
all'anno. Non sarà necessario investire 5 miliardi annui, ma molto meno, perché
l'effetto del moltiplicatore si farà sentire anche nel settore
dell'investimento.
Se la proporzione del
consumo è di2/3 e quella del risparmio è di 1/3 una spesa di 5 miliardi per
effetto del moltiplicatore produce un aumento di reddito globale di 15 miliardi
perché il moltiplicatore moltiplica per un coefficiente 3 la spesa base. Su un
reddito globale di 15 miliardi, il coefficiente di propensione media al consumo
e di 2/3. Avremo 10 miliardi spesi in consumi e 5 miliardi di investimenti.
Il consumo crea
l’investimento
Quindi, spendendo 5
miliardi in consumi, avremo 5 miliardi di investimenti e 10 miliardi di consumi
civili.
Ma se il coefficiente di
propensione al risparmio è più basso, per esempio 1/10 e il coefficiente di
propensione al consumo è più alto ed è a 9/10, una spesa iniziale di 5 miliardi
provocherà una spesa globale di 50 miliardi. Il reddito nazionale di 50
miliardi si ripartirà per 45 miliardi in consumi, e per 5 miliardi in
investimenti.
Le decisioni che dovremo
prendere sono quindi molto diverse, per ottenere un investimento netto di 5
miliardi all' anno, a seconda che le propensioni al consumo - ossia le
abitudini del pubblico - sono alte o sono basse. Se la propensione al consumo è
alta, il mercato con una piccola spesa iniziale, può sviluppare una energica
ripresa degli investimenti.
Risparmi diversi per
redditi diversi
Va pero tenuto presente
un'altra serie di fatti. Con una spesa iniziale di 5 miliardi, se il
moltiplicatore è 3 la spesa globale diventa 15 miliardi.
Se il moltiplicatore è 4
la spesa globale diventa 20 miliardi. Se
il moltiplicatore è 5 la spesa globale diventa 25 miliardi. Ossia il reddito
nazionale si moltiplica per il coefficiente del consumo.
Ma più cresce il reddito
nazionale, più cresce la media dei guadagni individuali. E crescendo il
guadagno crescono le propensioni al risparmio: manovali che non risparmiavano,
cominciano ad accantonare qualche lira, il rapporto tra propensione a consumare
e propensione a risparmiare si modifica.
Esso varia ai diversi
livelli di reddito globale. Da 15, a 20, a 25 a 50 miliardi di spesa e di
reddito, La propensione a risparmiare aumenta. Se dopo, 50 miliardi, come è
presumibile, la propensione a risparmiare è raddoppiata, passando da 1/10 a
2/10 approssimativamente e salvo correzioni, avremo che il reddito di 50
miliardi si distribuirà per 40 miliardi al consumo. e per 10 a investimenti.
La propensione al
risparmio segue l’aumento dei redditi
Coloro che ragionano a fil di logica a questo punto affermano, che se è aumentata
la propensione al risparmio, e diminuita la propensione al consumo, non si
potrà più avere un reddito globale di 50 miliardi; si avrà molto meno. Ma la
obbiezione non calza. Infatti, la modificazione del comportamento è posteriore
alla realizzazione del reddito, di 50 miliardi. La abitudine a maggior volume
di risparmio si stabilisce dopo che si è raggiunto tale livello di spesa
globale. E questo livello viene effettivamente raggiunto in base al comportamento
antecedente conformemente alla legge di inerzia formulata da Leonardo; anche in
questo caso l’effetto segue la causa con ritardo.
Successivamente il
risparmio aumenta, e facilita il previsto investimento; l’aumento ha carattere
esplosivo.
Non ci addentriamo nel
calcolo matematico, ne nei punti critici sotto i quali il risparmio non c'e, e
sopra i quali il risparmio c'è… proseguiamo.
II moltiplicatore opera a
doppio taglio. Può essere vantaggioso o dannoso; perché amplifica
l’investimento ma amplifica anche il disinvestimento.
Se il coefficiente del moltiplicatore è 3, e se le opportunità di investire
cadessero da 10 miliardi a zero, il reddito nazionale diminuirebbe di 30
miliardi, ossia una riduzione di 10 porterebbe un effetto globale di tre volte
maggiore.
Bisogna investire tutto
il risparmio
Dopo quanto abbiamo
premesso appare chiaro che una nazione deve investire tutto ciò che non
consuma, ossia tutto ciò che risparmia.
«Se l'investimento è
basso, il livello di equilibrio del reddito provocherà grave disoccupazione e
grave sperpero di risorse nazionali. Il solo livello che si possa desiderare di
raggiungere è quello intorno alla piena occupazione. Ma tale livello potrà
essere raggiunto solo nel caso in cui le opportunità di investimento sono
eguali al risparmio di piena occupazione».
Il reddito tesaurizzato
crea la paralisi
Se per esempio, in regime
di piena occupazione, si risparmiano 100 miliardi, e se ne investono solo 90,
si avrà una mancata spesa di 10 miliardi. La piena occupazione non potrà
mantenersi. 10 miliardi di minore investimento provocherebbero per effetto del
moltiplicatore, un minore reddito globale di 30 miliardi. E di tanto calerebbe
il reddito nazionale.
Per rianimare il mercato,
non sarà però necessario spendere 30 miliardi; basterà spendere 10 miliardi
perché, per effetto del moltiplicatore, .si arriverà di nuovo al primitivo
livello dl reddito nazionale.
Tutto quanto abbiamo
detto. spiega che una politica di intervento del governo, dilatando la spesa, e
facilitando il credito, può avere notevole effetto, molto al di là degli
importi effettivamente erogati.
Il consumo è la
locomotiva del progresso
II consumo è veramente la
locomotiva del progresso.
Trasporta con sé i vagoni
della produzione, trascina il vagone della spesa e del reddito. Il quale
trascina il vagone del risparmio; poi trascina dietro di sé il vagone degli
investimenti e quello del gettito fiscale. Infine trascina dietro di se il
vagone della qualificazione tecnica e dello sviluppo della scienza, la quale
dilata il potenziale produttivo disponibile sul mercato, e rende possibile una
ulteriore dilatazione della circolazione monetaria e creditizia. Se il consumo
si ferma, il treno si ferma. Ed un treno fermo non e più un treno: è rottame.
CAPITOLO
UNDECIMO
AUTOMAZIONE, PRODUZIONE,
CONSUMO
La attuale rivoluzione
industriale della automazione è un tipico esempio della irruzione della scienza
nella vita moderna. La sostituzione di catene automatiche di lavorazione alla
mano d'opera, libera masse umane di lavoratori e crea disoccupazione
tecnologica. Per la sua importanza questa può assumere un pericoloso aspetto
ciclico, e mettere la società moderna di fronte a gravi pericoli. Gli
economisti ortodossi proclamano la tesi del lasciar fare. «A più bassi salari
il disoccupato trova sempre un industriale che lo assume al lavoro», scrive
Einaudi. Ma livelli inferiori di guadagni, in corrispondenza a gettiti maggiori
di prodotti, creano una deficienza cronica di consumo. Ovviamente, la posizione
ortodossa è una via senza uscita.
Le nuove scuole
economiche partono da posizioni opposte, e cioè, da una premessa reale: la
scoperta di nuovi metodi tecnici capaci di riprodurre sul mercato dei prodotti
vecchi, (o dei prodotti nuovi) con minore impiego di fattori produttivi, libera
parte dei fattori produttivi dagli impieghi precedenti in cui erano
permanentemente utilizzati.
Ne consegue che il
progresso tecnico crea delle riserve potenziali di fattori produttivi (cioè delle
scorte di ore lavoro disponibili, di materie prime, di macchinari, di energia
ecc.) che possono venire liberate ed accantonate fuori del ciclo produttivo,
nello stesso momento in cui le nuove tecniche vengono applicate.
L'applicazione di
automazione crea quindi delle riserve di beni reali disponibili, libere per
altri usi. Ossia, l’applicazione delle nuove tecniche produttive, fa comparire
sul mercato un risparmio reale che va ad accrescere le scorte disponibili sul
mercato; scorte di mano d'opera, di materiale, di impianti, di energia, etc. Il
problema è quello di salvaguardare gli sbocchi, ossia le contropartite
monetarie, le rappresentazioni creditizie di questo risparmio reale. E’
evidente che in questo caso i segni monetari, ossia le rappresentazioni
contabili e bancarie di questo fenomeno, in mano ai privati che spendono devono
crescere, non diminuire, come pretenderebbero gli ortodossi della economia
classica.
Abbiamo affermato che per
la nuova scuola la esistenza di fattori produttivi inutilizzati giustifica la
dilatazione monetaria e creditizia, qualora la spesa globale non sia
sufficiente ad assorbire tutti i prodotti offerti, o perché sia tesaurizzata o
perché sia congelata da qualche parte nel mercato. In tal caso L’aumento della
circolazione non determina inflazione; anzi, riporta i fattori inerti nel ciclo
produttivo. La maggiore massa di moneta si controbilancia come maggior gettito
di prodotti creati a costi decrescenti. La automazione, rendendo disponibili
dei fattori produttivi, crea dunque le premesse per una dilatazione monetaria.
Sappiamo anche che possiamo aumentare la circolazione con due sistemi:
aumentando la spesa statale, oppure aumentando la spesa privata. Le soluzioni
possono essere alternative, ovvero congiunte.
In base ai principi che
abbiamo enunciato, per affrontare l'automazione bisogna dilatare la spesa, di
una cifra che corrisponde alla integrale utilizzazione di tutti i fattori di
produzione. La soluzione si profila con quattro ipotesi differenti. Le
esamineremo una dopo l'altra, per vedere quale delle soluzioni sia la più
conveniente dal punto di vista delle scuole moderne e delle scuole ortodosse.
Questi quattro modelli
non sono gli unici, ma sono i fondamentali. E siccome sono semplificati,
servono bene per illustrare i diversi lati del problema e per orientare le
nostre decisioni.
Piena occupazione per
iniziativa privata
Questo modello presuppone
che la piena occupazione possa attuarsi per solo effetto della iniziativa
privata la quale possieda sufficiente reddito e sufficiente volontà di spesa,
per potere da sola convogliare nel ciclo produttivo tutti i fattori
disponibili, comprese tutte le innovazioni tecniche. Si presume che, o per
buona politica, o per buona fortuna, la spesa globale, rappresentata dai
consumi e dagli investimenti netti, sia proprio sufficiente a questo scopo.
Questo è il caso più semplice; e certo il migliore; ed è evidentemente il più
auspicabile. Purtroppo non si verifica spesso, e se si verifica non dura a
lungo. Accelerazioni e recessioni vulnerano continuamente questo equilibrio.
Se la spesa privata non è
sufficiente, quali sono le vie da seguire?
Le vie da seguire sono
tre; e precisamente:
si possono aumentare le
spese pubbliche per aumentare la spesa globale;
si possono ridurre i
prelievi fiscali; per aumentare la spesa privata, senza ridurre la spesa dello
Stato. I primi due modelli provocano un deficit del bilancio.
Infine, si possono
aumentare le spese pubbliche aumentando le entrate fiscali, di modo che il
bilancio non sia in deficit.
Vediamo come un
economista americano illustra queste tre ipotesi.
I modelli di Samuelson
Ammettiamo di avere una
nazione che abbia un prodotto nazionale netto di 200 miliardi di dollari all'
anno. E che realizzi questo reddito in regime di piena occupazione. Ossia
utilizzando tutti i fattori disponibili ivi comprese le innovazioni tecniche
che si vanno realizzando. «Nella tabella che segue vediamo (numeri 5 - 6 - 7)
come il prodotto nazionale netto si ripartisce:
in consumo, investimenti,
e spese pubbliche. (I numeri 6 - 7 - 3 sono in neretto perché gli investimenti
sono stati fissati arbitrariamente, per ogni modello; e così pure le spese
pubbliche ed i tributi).
«Per calcolare il
consumo, bisogna sapere quale è il reddito disponibile per i privati, e quale è
la loro propensione media al consumo, in relazione a quel livello di reddito.
«Per ottenere il reddito disponibile,
prendiamo il reddito globale della nazione, (I) deduciamone il risparmio nella
delle società azionarie (2) e togliamo anche i tributi netti (3): il resto è il
reddito disponibile. A questo punta introduciamo una nuova ipotesi.
«Immaginiamo che la
propensione al consumo sia di 4./5 del reddito e di risparmiare 1/5 del proprio
reddito individuale. A questo punta le nostre ipotesi per definire una situazione
precisa di mercato sono complete.
Vediamo come variano le
conseguenze col variare delle soluzioni proposte.
Modello I: Piena
occupazione per iniziativa privata
«Tanto le spese pubbliche
(n. 7) che i tributi netti (n. 3) sono di 30 miliardi di dollari. II reddito
disponibile sui duecento miliardi di prodotto netto nazionale sarà pertanto inferiore
di (6 + 30) miliardi di dollari. Ossia sarà di 164 miliardi di dollari.
«Data la propensione
marginale al consumo di 4/5 il consumo effettivo sarà (n. 5) di 148 miliardi di
dollari.
«Perché si mantenga la
piena occupazione la formazione netta di capitale investito dai privati (n. 6)
deve essere necessariamente di 22 miliardi di dollari.
(200 - 148 . 30) ». Ciò
equivale a dire che una spesa privata di 22 miliardi di dollari teoricamente
deve bastare per occupare ogni fattore produttivo; anche i fattori costituiti
da miglioramenti tecnici; quei fattori cioè o che provocano rinnovamenti di
impianti od ammortamenti di impianti vecchi.
QUATTRO MODI PER
RAGGIUNGERE LA PIENA OCCUPAZIONE
(Il modello IV è
l’obbiettivo della linea Elnaudl - Vanoni. II modello II è quello da seguire)
|
|
MODELLO I Espansione di investimenti privati |
MODELLO II Spese e Deficit di bilancio |
MODELLO III Riduzione di tributi e deficit di
bilancio |
MODELLO IV Bilancio in pareggio
più spese e più tributi |
|
1) Prodotto nazionale
Netto |
200 |
200 |
200 |
200 |
|
2) Meno risparmio netto
delle società azionarie |
6 |
6 |
6 |
6 |
|
3) Meno tributi netti |
30 |
30 |
17,5 |
80 |
|
4) REDDITO RESIDUO
DISPONIBILE |
164 |
164 |
176,5 |
114 |
|
5) Spese per consumo
variano di 80 cents per ogni dollaro di variazione
del reddito residuo disponibile ……………………. |
148 |
148 |
158 |
108 |
|
6) Formazione netta di
capitale privato |
22 |
12 |
12 |
12 |
|
7) Spese dello Stato |
30 |
40 |
30 |
80 |
|
8) Disavanzo del
bilancio statale |
0 |
10 |
12,5 |
0 |
(Samuelson: Economics and introductory analysis)
Se si verifica tale caso,
il bilancio dello Stato è in pareggio per definizione, perché non occorre a1cun
intervento della spesa statale per integrare la spesa privata. Da sola essa è
sufficiente.
«Però se gli investimenti
netti dei privati non arrivassero a 22 miliardi di dollari ma diminuissero
poniamo di 10 miliardi, cosa avverrebbe?
«Se il governo non prende
alcuna misura il prodotto netto nazionale si contrae, per effetto del
moltiplicatore, di una cifra molto superiore ai 10 miliardi e precisamente di
40 miliardi. I tre modelli seguenti indicano cosa si deve fare perché ciò non
accada.
Modello II: Le spese
pubbliche deficitarie quale mezzo per raggiungere la piena occupazione.
«In questo modello i
tributi non mutano. Aumentano invece le spese pubbliche di 10 miliardi di
dollari, per compensare la diminuzione di 10 miliardi di dollari negli
investimenti privati. Ora, naturalmente, c'è un disavanzo del bilancio: di 10
miliardi di dollari».
II pieno impiego continua
a condizione che i 10 miliardi siano spesi in consumi, e siano moltiplicati dal
moltiplicatore.
Modello III: Riduzione
dei tributi per raggiungere la piena occupazione.
«Si riducono i tributi
per lasciare il reddito nelle mani dei privati in misura sufficiente ad indurli
ad aumentare il consumo, dello stesso ammontare di cui sono diminuiti gli
investimenti. (10 miliardi di dollari). II governo continua a spendere 30
miliardi di dollari.
«Per effetto della
propensione marginale al consumo sappiamo che per indurre il pubblico a
spendere 80 cents occorre lasciargli 1 dollaro; per
indurre il mercato a spendere in consumi 10 miliardi di dollari occorre ridurre
le entrate fiscali di 12,5 miliardi di dollari. Avremo un disavanzo di 12,5
miliardi per ottenere lo stesso effetto che col modello II si è ottenuto con 10
miliardi di dollari ». Questo sistema dunque è più costoso.
Modello IV: Spesa statale
con bilancio in pareggio e tributi crescenti.
Possiamo sanare la
contrazione degli investimenti privati, aumentando la spesa dello Stato. E per
fare in modo che il bilancio dello Stato non sia in deficit, si aumenteranno
contemporaneamente anche i tributi.
Questo modello
corrisponde a quello proposto dalla dottrina ortodossa; e il modello
caldeggiato dai classici. Corrisponde alla «linea Einaudi» italiana. Oggi il
nostro governo formula appunto la tesi dell'aumento dei tributi, per sostenere
una maggiore spesa statale, integrativa della scarsa iniziativa privata.
Sostiene il rigido controllo del bilancio, nella speranza di riportarlo al
pareggio. Vediamo cosa dice l'economista americano su questo modello:
« In questo caso per
integrare 10 miliardi di deficiente spesa privata, le spese pubbliche dovranno
aumentare di ben 50 miliardi. Si ha dunque come primo effetto una enorme
espansione della economia statale. Il settore statizzato diventa preminente.
Ciò è indispensabile se si vuole mantenere il bilancio in pareggio ».
«Infatti, ogni aumento di
tributi riduce ulteriormente la spesa privata; e costringe lo Stato a dilatare
di più in più la sua spesa integratrice. In pratica ogni aumento di tributi,
per mantenere il pareggio del bilancio, contrae la capacità di consumo, che a
priori era gia insufficiente e che si voleva aumentare. Lo Stato deve
compensare con la sua spesa due contrazioni di spesa privata; quella
originaria, e quella provocata dalle sue esazioni fiscali». Il suo sforzo
quindi è doppio ». L'area del suo intervento si dilata.
La linea Einaudi decreta
la morte del ceto medio
In questo caso la spesa
statale cresce col crescere della pressione tributaria e col decrescere della
spesa privata. Si ha in un trasferimento di tutte le iniziative del settore
privato a quello pubblico, un vero esproprio silenzioso, si ha una drastica ed
inevitabile statizzazione di tutti i settori produttivi. Un ingigantimento
della organizzazione dello Stato, per prelevare la ricchezza (fisco) e per
spenderla (nazionalizzazioni e burocrazia). Tutta la classe dei veri
imprenditori, agricoltori e commercianti rimane di più in più svuotata di tutte
le sue possibilità di azione e di iniziativa, deperisce muore.
II Samuelson
conclude con queste parole: «la preoccupazione di mantenere il bilancio in
pareggio, apparentemente è un ragionamento ortodosso; in realtà, è un
provvedimento rivoluzionario e sovvertitore dell’ordine sociale; ROVESCIA E
DISTRUGGE LA LIBERA INIZIATIVA PRIVATA, creando una generate statizzazione».
Egli non può fare a meno
di osservare che il modello III, che si fonda sul disavanzo sistematico dello
Stato «dal punta di vista della economia classica, è una eresia. PERO' SALVA LA
INIZIATIVA PRIVATA», e scrive questa frase che può essere adottata come
definitivo giudizio sulla linea Einaudi: «per queste ragioni vi sono dei
conservatori, anche ortodossi, che sostengono che il bilancio in pareggio è un
pericolo più grave di un bilancio in disavanzo. I tributi elevati e il bilancio
in pareggio, per la sopravvivenza della libera impresa sono i pericoli mortali
». E conclude: «proprio per questa ragione, quando gli investimenti ristagnano,
solo un socialista può permettersi il lusso di essere ortodosso della finanza,
e può predicare La dottrina della parsimonia, delle tasse elevate, del bilancio
statale in pareggio».
Parole gravi, che
dimostrano in quale baratro ci abbia portato l'attaccamento ai modelli
ortodossi che la nuova scienza ha superato. Einaudi e un socialista? E un
alleato del socialisti?
La linea Einaudi porta
alla statizzazione
No! La linea Einaudi
porta irrevocabilmente alla statizzazione delle iniziative, per la progressiva
compressione del settore privato, e la parallela dilatazione del settore
statale. Ma ciò non significa affatto che porti verso una società socialista.
Anzi, questa linea costituisce una spinta verso una forma di controllo della
economia da parte di ceti sempre più ristretti, chiusi, e privilegiati, che
sono formati dalla aristocrazia degli alti burocrati dello stato e del pochi
gruppi dominanti. Questi sono trascinati a perpetuare tale malsana situazione,
perché essa pone nelle loro mani leve di dominio senza limiti, senza controllo
e crescenti.
Luigi Einaudi è
partigiano di una linea e di un modello che rafforza l’alleanza tra monopoli
nazionali, burocrazia statale, e forse di
interessi stranieri. Egli rappresenta, dal punto di vista teorica, il punta
di convergenza di tre interessi concomitanti. L’interesse della burocrazia
statale, di accrescere il proprio dominio; l’interesse dei monopoli nazionali,
di dominare lo Stato; e l'interesse
della concorrenza internazionale di svuotare e restringere la iniziativa
privata delle medie e piccole aziende italiane.
Questa opera, viene
facilitata dalla scorrevolezza, e dalla apparenza innocente, che assumono i
ragionamenti ortodossi nella bocca dei paladini della libertà e del
liberalismo. Le persone, che possono misurare, in tutta la portata, la
contraddittorietà delle conseguenze che provocano i ragionamenti del liberisti
e degli ortodossi sono poche!
Concludendo diremo che
noi siamo guidati da liberisti che parlano di libertà, ma che in realtà distruggono
la libertà. Che propongono di difendere la iniziativa privata; ma in realtà
rendono inevitabile la statizzazione. Tutto ciò prova che il modello ortodosso
che noi seguiamo non ci consente di attuare né il pieno impiego, né la
trasformazione strutturale della nostra società.
Se noi vogliamo rimanere
fedeli alle idee degli economisti classici ed ai principi ortodossi, possiamo
anche tentare questa via, ma occorre che sia chiarimenti detto che la
contropartita di questa fedeltà alle vecchie idee sarà la distruzione di ogni
privata iniziativa; il gigantismo dell' economia statale; il trionfo della
burocrazia; L’assenza di ogni democrazia aziendale, industriale e produttiva.
La contemporanea fine di
ogni illusione liberista e socialista, divorate entrambe dalla piovra statale.
Questa piovra fatale esce da un uovo che ha il candore della innocenza, e che
si chiama «orrore del disavanzo statale».
Evidentemente la via non
e questa!
La via della salvezza
Il modello da seguire per
realizzare la piena occupazione e la trasformazione strutturale della società
italiana è il secondo. Questo è il modello attuato in Canada, in USA, in
Olanda, in Danimarca: 1) dilatazione del deficit sistematico del bilancio per
integrare lo scarso consumo privato; 2) dilatazione del credito per rafforzare
l'aumento del consumo privato; 3) maggiore gettito di produzione a costi
decrescenti; 4) recupero dei deficit statali iniziali sugli utili che il
sistema consegue dopo essersi trasformato. (Conguaglio decennale del saldi
attivi e passivi al bilancio).
Vedremo come questo
modello si inserisca concretamente nelle possibilità pratiche del nostro tempo;
e come si giustifichi per le conseguenze teoriche delle scuole scientifiche
contemporanee.
A questo punta va
sottolineato che la dilatazione monetaria costituisce una redistribuzione di
reddito perché l'aumento della spesa pone nelle mani dello Stato, o dei
privati, la disponibilità di beni reali. La dilatazione monetaria deve quindi
essere attuata con il chiaro obiettivo di impedire la costituzione di
«accantonamenti monetari» eccessivi o di utili di congiuntura, a favore di
particolari settori privilegiati.
Automazione e propensione
al consumo
Infatti l'accantonamento
di eccessive riserve monetarie in mano di particolari settori ridurrebbe la
propensione al consumo e dilaterebbe la propensione all' investimento. Per
effetto del moltiplicatore, se si riduce la propensione al consumo si contrae
la dilatazione delle successive ondate di consumo; e conseguentemente si
riducono anche le successive ondate di investimento, che sono la conseguenza di
ogni nuova spesa di consumo. Se si vogliono dilatare gli sbocchi della
produzione, e contemporaneamente assicurare gli investimenti necessari al
rinnovamento degli impianti, bisogna che il governo operi per aumentare la
propensione marginale del consumo. Bisogna fare propaganda contro la
parsimonia. Quindi in un'epoca di produzioni di massa, il problema è di dilatare
i piccoli consumi e piccoli redditi. Lo sviluppo degli investimenti deve
attuarsi attraverso la vastità e la sicurezza del salari. Contrariamente alle
affermazioni degli ortodossi dell' economia, non si devono erogare i redditi
prevalentemente a nuovi investimenti, bensì prevalentemente ai nuovi consumi. I
salari creano gli investimenti.
Giusta redistribuzione
dei redditi di lavoro
La automazione rende
possibile una redistribuzione del redditi monetari e reali. Questa redistribuzione
non scalfisce la proprietà del mezzi di produzione, che restano di chi sono.
Incrementa i redditi di lavoro: crea giustizia sociale.
In primo luogo abbiamo
aumento dei redditi nelle categorie consumatrici dei prodotti automatizzati,
impiegati nei centri di lavoro che si automatizzano. Ma l' aumento dei salari
nelle sole fabbriche automatiche non basta. Da solo il provvedimento concentra
il reddito nelle mani di una piccola aliquota della popolazione. Gli operai
diventerebbero un ceto privilegiato. D'altra parte, la spinta alla
smobilitazione delle maestranze eccedenti è irresistibile. Non si può presumere
di cristallizzare le situazioni con redditi di favore su categorie scelte in
base all'impiego 1956. Occorre creare altre occasioni di redditi fuori ed a
fianco del gruppi industriali che si vanno automatizzando, in modo da
facilitare l'esodo della mano d'opera dalle occupazioni tradizionali alle
occupazioni moderne. I redditi delle nuove occupazioni debbono essere
superiori, in modo da determinare un incentivo allo spostamento ed alla
parallela qualificazione delle maestranze. Devono essere redditi abbondanti e
sicuri in modo da togliere al trasferimento il carattere di rischio. La
trasformazione va fatta quindi in regime di pieno impiego, non in regime di
sotto impiego perché ]'esigenza fondamentale è la sicurezza dell'uomo.
Questo lato del problema
pone la necessità di dilatare la iniziativa degli imprenditori e degli
innovatori L'investimento e la conseguenza del basso costa del denaro e degli
alti utili. Occorre dunque una politica creditizia di denaro facile e poco
costoso, e di prezzi favorevoli.
Occorre in secondo luogo
una politica di protezione degli utili industriali dovuti alla automazione. I
redditi di impresa vanno esonerati da ogni prelievo fiscale, nei limiti in cui
vengono destinati a perfezionamenti tecnici ulteriori o a impianti nuovi.
Proteggere i nuovi
redditi di impresa
II fenomeno fondamentale
della nuova tecnica è l’accorciamento del periodo di ammortamento degli
impianti industriali. II progresso tecnico tende a rendere rapidamente vecchi
gli impianti per effetto di nuove scoperte. L'accantonamento delle riserve
monetarie per questi ammortamenti deve essere più rapido. Questo fenomeno va
favorito: l’ammortamento deve essere esente da onere fiscale. Bisogna the lo
Stato non falci il grano in erba.
Favorire gli investimenti
complementari e strumentali
Altro fenomeno della
nuova tecnica è la moltiplicazione dei beni strumentali e complementari, che
vengono a rendersi necessari per la fabbricazione di ogni nuovo prodotto
automatizzato.
Ciò provoca la spinta a
creare nuove fabbriche di prodotti speciali. I vecchi consumi, con nuovi metodi,
creano nuove richieste. La spinta all'investimento si dilata come una spirale.
Per facilitare
l’investimento e il rinnovamento degli impianti, il reddito destinato a questo
scopo deve essere esentato da oneri fiscali: si può porre la condizione che si
depositi in conti correnti bancari che il titolare di impresa dovrebbe
vincolare e impegnarsi entro un triennio a utilizzare per pagamento di nuovi
impianti o di trasformazione di vecchi impianti dandogli diritto a
facilitazioni creditizie integrative della spesa di rinnovamento tecnologico.
Questi depositi di
risparmio volontario per rinnovamento di impianti dovrebbero essere
accompagnati da una autorizzazione alle banche a espandere su di essi la
circolazione creditizia, mantenendo uno scarto estremamente basso di liquidità
(del 5%). La conseguenza sarebbe questa: che ogni deposito destinato al
rinnovamento tecnico del mercato provocherebbe una grande spinta alla
dilatazione della circolazione creditizia, così il beneficio del singolo
industriale si dilaterebbe sotto forma di credito su tutta la collettività,
favorendo tutti coloro che hanno capacità, coraggio ed iniziativa per
intraprendere nuovi lavori produttivi.
La storia dimostra che la
stabilità del mercato è legata al fatto che il comportamento degli operatori è
legato alla legge dei grandi numeri. Ogni orientamento univoco degli operatori,
che spezzi il funzionamento di questa legge, rende instabile il sistema,
insicuro l’ambiente e determina l’obbligo del governo di intervenire per
ristabilire l’equilibrio spezzato. L'azione governativa è la tipica azione di
contro-azione (feed-back) delle macchine automatiche e dei meccanismi biologici
di autoregolazione.
«Se gli operatori tutti
insieme ritirano i depositi, se tutti insieme i proprietari di terre vendono le
terre o vendono le azioni, o cedono le fabbriche, tutta la moneta dello Stato
non basterà per pagare la immensa massa di azioni, di case, di terre offerte
sul mercato, perché la massa monetaria è adeguata ai bisogni che nascono dal
comportamento medio, in base al quale le operazioni contrarie si
controbilanciano, e si saldano solo le differenze. Tutte le terre di Francia
non potrebbero essere acquistate nello stesso giorno da tutto l’oro del mondo.
Ciò non pertanto il loro valore è reale e non è chimerico anche se la
contropartita monetaria per un trasferimento totale, manca» (Law: II lettera sul credito).
Ma non avviene mai che
nella stesso giorno siano richieste tutte le terre di Francia, o sia offerto
tutto l’oro del mondo. Se ciò avviene significa che qualche cosa non va, e che
l’automatismo, che rende costanti e contrari i due flussi (di acquisti e di
vendite), si è infranto e che la legge dei grandi numeri non funziona più.
Significa che le condizioni ambientali non consentono più quella costanza che
garantisce la sussistenza di una vita economica organizzata. Le oscillazioni
dei prezzi non riflettono la perdita di valore o l’aumento di valore di questo
o di quello strumento, ma semplicemente sono l’indice della disintegrazione
ambientale del mercato. E non possono essere curate che reintegrando le
funzioni autoregolatrici che sono la premessa della
efficienza dell’ambiente.
Cointeressare gli
assicuratori al progresso tecnologico
II governo deve fare in
modo che le organizzazioni esistenti sul mercato siano automaticamente
mobilitate a questo scopo. E per questo conviene seguire l'esempio americano,
dove si è associato la struttura delle assicurazioni alla struttura bancaria
per garantire ai depositanti il rimborso dei depositi in caso di panico. La
stessa legge potrebbe essere adottata in Italia, in un primo tempo, per
favorire il risparmio destinato agli investimenti ed ai rinnovamenti
tecnologici.
Come nel nord America
anche in Italia le società assicuratrici possono essere invogliate a concludere
con gli Istituti di credito contratti di garanzia per il rimborso dei depositi
bancari.
Si sa che in caso di
panico, nessuno, al di fuori dello Stato, è in condizione di trasformare in fondi
liquidi tutti i beni che esistono in una nazione. Ciò non vuol affatto dire che
i beni abbiano perso il loro valore. Per questa ragione gli assicuratori
dovrebbero poter riscontare a vista, presso il Tesoro, i contratti di
assicurazione nel caso della esplosione di panico, determinato di solito da
irrazionale comportamento del governo, il cui compito è quello di mantenere
sicuro l’ambiente produttivo.
Passato il momento di
punta, che provoca la corsa al ritiro dei depositi, il pubblico ritorna
naturalmente alle banche e restituisce la moneta che ha provvisoriamente
tesaurizzata, rientrando nella normalità. E’ sufficiente stipulare tra le
società assicuratrici e il governo l'obbligo della estinzione progressiva
dell'operazione, con la integrale restituzione al Tesoro delle somme
transitoriamente anticipate, per rastrellare la massa dl circolante dal mercato
e ripristinare l'uso corrente della moneta bancaria. Gli economisti classici
tremano di fronte a queste proposte che ledono la loro fede nella teoria
quantitativa della moneta. Pure, la semplice esistenza di un simile meccanismo
contrattuale rende impossibile l’esplosione del panico e la corsa al ritiro.
Come viene dimostrata dalle esperienze USA.
Teoria quantitativa della
moneta e principio di indeterminazione
Gli economisti ortodossi
collegavano rigidamente la quantità della moneta al valore della moneta. Per
conseguenza concepivano rigidamente il meccanismo monetario imponendosi un
controllo quantitativo rigoroso del numero delle banconote emesse e della
quantità del credito erogato, ora per ora, giorno per giorno. Elevando delle
barriere psicologiche invalicabili, su determinate cifre creavano a se stessi
delle colonne di Ercole immaginarie. Gli economisti ortodossi, anche quando
facevano uso dello strumento monetario, nel loro tentativo di normalizzare il
mercato, non collegavano i loro interventi alla disponibilità di scorte e di
beni strumentali non utilizzati, o a riserve tecniche capaci di trasformare i
metodi produttivi. Il loro ragionamento obbediva ai canoni del determinismo. La
loro ipotesi rigettata dalle nuove scuole economiche, non teneva conto del
«principio di indeterminazione di Heisenberg» (1927) oggi pienamente accettato
dalla scienza. La teoria quantitativa era una estrapolazione del determinismo.
II determinismo di Laplace consiste nel dire che se fosse possibile procurarsi
i dati completi concernenti lo stato dell'Universo per esempio durante il primo
minuto del 1600, con un semplice calcolo si sarebbe potuto dedurre tutto
l’elenco degli eventi passati e futuri. L' avvenire era determinato dal
passato. Applicato alla economia, il postulato si traduce: l’avvenire monetario
di un paese è determinato dal passato monetario di quel paese. Quindi tutto il
futuro sta nelle cifre dei bilanci.
Heisenberg ha dimostrato
che non si possono mal riunire più della metà degli elementi necessari a
determinare un avvenimento futuro, perché l'altra meta degli elementi non
possono esistere che quando l’avvenimento si è realizzato.
Questo è il principio
della indeterminazione. I contabili e gli economisti, con bilanci e statistiche
hanno creduto e credono, che aumentando di precisione nella raccolta dei dati
si possa ragionevolmente o prevedere il futuro, o pianificare lo sviluppo.
Errore! Quando la misura sorpassa un certo limite, quando si entra nel dominio
delle unità piccolissime (elettrone, fotone, mesone) si trovano le irregolarità
più capricciose; i movimenti dei corpuscoli minimi sembrano dominati dalla
fantasia più scapigliata. Lo stesso fenomeno avviene nel comportamento umano.
II comportamento dei singoli individui sembra dominato dalla liberta più
sconfinata: sembra....
Questo apparente disordine
è la condizione per la validità delle nostre leggi fisiche e chimiche; queste
sono rigorose solo se i movimenti sono disordinati, perché solo in tal caso
entrano in giuoco le leggi del grandi numeri, e le leggi della probabilità.
Tutti i fenomeni del microcosmo (come tutti i fenomeni sociali) sono delle
risultanti. Vi è quindi un grande numero di fenomeni elementari apparentemente
contraddittori ed inspiegabili e di questi ci è nota solo la risultante, solo
l’involucro, ma questa risultante è costante. Le vendite e gli acquisti delle
terre si conguagliano. I depositi e i prelievi bancari si equilibrano. Gli
arrivi e le partenze da una città si equivalgono.
Il «principio di
indeterminazione» applicato ai fenomeni scientifici modifica profondamente ogni
nostra concezione sul rapporto causa effetto. Il problema diventa: «in quale
modo l’ordine nasce dal disordine». Questo principio dà una giustificazione
scientifica del comportamento libero, indipendente e apparentemente
contraddittorio, dei singoli individui dentro al complesso sociale. Non spiega
solo l'anarchia atomica. Spiega anche la libertà individuale, e la
contraddittorietà del comportamento dei singoli. Questa contraddittorietà, nel
campo bancario, garantisce la solvibilità delle banche perché mentre uno
ritira, l’altro deposita, e la scorta liquida minima assicura il funzionamento
del sistema. Questa contraddittorietà garantisce la costanza dei valori dei
beni perché mentre uno compera, da altri si vende la stessa merce. Ma lo stesso
principio garantisce l’efficienza dello sviluppo delle iniziative di
investimento e delle trasformazioni strutturali del mercato. Perché è proprio
la contraddittorietà degli orientamenti degli imprenditori che impedisce la
corsa univoca all'accaparramento di alcuni tipi di beni e alla creazione di
medesimi tipi di impianti, che provocherebbero immediatamente la comparsa di
quelle strozzature del mercato, nelle quali si manifestano le spinte al rialzo
dei prezzi.
Per questo in epoca di
automazione assume la massima importanza favorire lo sviluppo degli
investimenti collaterali per beni strumentali e per beni complementari perché
ciò favorisce la diversità degli orientamenti e la molteplicità delle scelte.
II principio di
indeterminazione di Heisenberg opera come ammortizzatore della diffusione delle
nuove tecniche all'interno del carro sociale annegando ogni scelta in miriadi
di altre scelte. E tanto più il progresso si sviluppa, tanto più la necessità
di aumentare le possibilità di scelta diventa urgente. Ecco come il principio
di indeterminazione giustifica anche la teoria dell'aumento dei consumi, contro
la teoria ortodossa del potenziamento degli investimenti.
Ma perché il progresso
scientifico si diffonde? Perché non rimane concentrato nelle mani di pochi?
A questo punto bisogna
introdurre un nuovo concetto nel nostro ragionamento per comprendere perché e
come si diffonde il progresso tecnico nella spazio e net tempo, e perché non
può rimanere isolato in un luogo; ma deve irresistibilmente dilatarsi piegando
a questa necessità tutti gli strumenti e tutti gli eventi.
L'entropia regola
l'Universo e governa l’economia
La scienza ci insegna che
due vasi comunicanti, che hanno livelli diversi di energia tendono a
livellarsi. E ci insegna che la energia accumulata in un punto delle spazio o
del tempo, tende a diffondersi uniformemente nella spazio e nel tempo.
Il termine che si usa per
definire questo fenomeno si chiama «entropia ». La entropia è sempre positiva,
nel senso che l'energia tende a diffondersi uniformemente in tutto il sistema
verso uno stato di equilibrio assoluto. Questa è la legge della degradazione
della energia. Ogni trasformazione scende verso lo zero: non risale mai. Ogni
trasformazione scende uno scalino che mai più verrà rimontato.
La esperienza ci insegna
che questa legge è valida anche nelle trasformazioni economiche. Sotto i nostri
occhi, ogni perfezionamento produttivo tende a diffondersi nella spazio e nel
tempo.
Nello spazio: appena un
produttore più audace lo adotta, altri concorrenti tendono ad adottare e a
portarsi al suo livello tecnico. Quando anche non lo volessero, sono costretti
a farlo. La entropia è una legge; non tollera disobbedienza.
Nel tempo: non appena gli
scienziati nei laboratori anticipano scoperte che modificano le tecniche
produttive attuali, a favore di tecniche produttive nuove, e si pongono per
questo fatto, fuori della realtà economica in cui siamo immersi, in un tempo di
là da venire ecco che tali scoperte creano, col loro altissimo livello di
efficienza, possibilità di lucri altissimi, e generano conseguentemente
altissime spinte per essere realizzate. Esempio classico: la scoperta
dell'energia atomica. La speranza di un altissimo beneficio (fine immediata di
un conflitto, che esprime una concorrenza armata) determina una gigantesca
operazione creditizia: il finanziamento col risparmio collettivo degli U.S.A.
delle officine atomiche. La più grande operazione creditizia dei secoli è stata
determinata dal più grande dislivello di efficienza, in vista del più
desiderato utile. l'accorciamento del conflitto!
La scienza crea nei
laboratori un livello potenziale di efficienza futura. Questo livello di
altissima efficienza tende a diffondersi uniformemente nella spazio e nel
tempo. Questo altissimo livello crea una pressione proporzionale al dislivello
che lo separa dalla tecnica attuale del mercato, ossia dal grado di efficienza
raggiunta dal mercato.
A questo punta occorre
introdurre un altro concetto matematico. Tra due vasi comunicanti la caduta del
livello del più alto provoca lavoro. Analogamente la entropia livellando
dislivelli energetici provoca lavoro.
Per la stessa ragione
scoperte scientifiche che vengono messe a punto nei laboratori e applicate
dagli uffici tecnici delle industrie, che sono all'avanguardia del progresso,
passando dai laboratori alle prime fabbriche, e dalle prime fabbriche ai
concorrenti. dilatandosi nel mercato, PROVOCANO LAVORO. In altri termini creano
degli UTILI. Questi utili sono proporzionali al LIVELLO DELLA CADUTA della
efficienza, dal livello più avanzato, a quello del sistema corrente.
La legge della entropia
ci spiega perché gli ALTISSIMI LIVELLI POTENZIALI raggiunti dalla efficienza
produttiva, che sono formalmente ISOLATI in ambienti ristrettissimi e
qualificatissimi, agiscono come bacilli montani. E producono a vantaggio di chi
li controlla UTILI ALTISSIMI. Ciò spiega perché l'attività degli scienziati e
dei laboratori, creino delle effettive RISERVE di RICCHEZZA. Questa ricchezza è
energia pura.
Pensiero in divenire. Ma
è tanto vera e tanto reale quanto quella di un bacino montano.
Concludendo: la legge
della degradazione della energia costringe la cultura tecnica, accentrata in
pochi ambienti, a diffondersi nello spazio sociale. La diffusione determina una
caduta di livello; una degradazione, che genera un utile. Apparentemente è
l'utile che muove il fenomeno. Ma questo è il punto di vista soggettivo della
legge. Questo spiega perché la diffusione delle tecniche nuove è irresistibile
é inevitabile.
Quasi tutti i fenomeni
vitali si svolgono in uno stato vicino allo stato di squilibrio. La esistenza
di uno squilibrio, di un dislivello, lascia la scelta tra parecchie vie di
«degradazione» (Guillemot) eguali benché diverse. Vi
è quindi una scelta e una libertà.
La legge sulla
degradazione della energia o legge di Carnot-Clasius
ci insegna che tutti i fenomeni vitali sono soggetti alla legge della
energetica. Se noi applichiamo questa legge ai fenomeni economici e sociali,
comprendiamo come il progresso della tecnica e della scienza non sia che una
delle forme in cui si manifesta la crescente entropia del sistema globale di
cui tutti gli organismi - non solo la razza umana - fanno parte.
Nell'universo la legge
della entropia è visibile ovunque. Ovunque vi sono trasformazioni. Ed ogni
trasformazione è soggetta a questa legge. Tuttavia il secondo principio che
abbiamo enunciato metterebbe in evidenza che la materia vivente, e quindi anche
il comportamento umano nella loro evoluzione, obbediscono a una legge che non è
implicitamente contenuta nel principio di Carnot. Di
questo principia si trova traccia negli scritti di Lord Kelvin
e di Freundlich (Leconte De
Lisle).
La qualificazione umana e
tecnica è una forma di entropia
Sul piano economico come
interpreteremo ogni forma di qualificazione?
Come un passaggio di una
energia culturale e scientifica, da un livello aristocratico, ristretto e
superiore, a un livello più basso diffuso, volgarizzato e di massa. E’ una
forma di degradazione di energia. Una forma di entropia.
Anche ogni trasformazione
dei materiali in strumenti di produzione è una forma di entropia. Anche ogni
forma di produzione, trasformazione nella qualità, nella spazio, e nel tempo è
un altro aspetto della entropia, attraverso cui si diffonde la energia
scientifica e culturale accumulata dagli innovatori.
Le più moderne concezioni
della entropia parlano di una catena di degradazione della energia, che
degradandosi si concentra progressivamente da regno minerale al regno vegetale;
dal regno vegetale al regno animale all'umano; dal regno umano al regno
psichico. E lo psichismo, ossia la dilatazione della
cultura, del linguaggio, dell'arte, della scienza, non sarebbe che una forma di
collegamento biologico, che è capace di cementare masse umane sempre più vaste
in unita sociali internamente e fantasticamente disordinate, ma globalmente univoche
nelle risultanze (per la legge dei grandi numeri) le quali si coordinano e si
organizzano interiormente e esteriormente, per accelerare il fenomeno della
degradazione della energia, affrontando compatte la trasformazione del mondo
come vere e proprie unità organizzate. Questo sarebbe il senso della lotta
umana per la conquista delle fonti di energia, per il dominio della natura, per
la penetrazione degli spazi nel micro e nel
macrocosmo: un paragrafo nella legge di Carnot-Clasius
sulla entropia.
Automazione veicolo di
entropia
Queste considerazioni
attinte ai più recenti sviluppi della scienza ci servono per inquadrare il
fenomeno della automazione nella svi1uppo di una società che offre oggi
all’uomo la liberazione dallo sforza fisico, per destinare la massa umana al
sempre più vasto sviluppo della vita intellettuale. Questa intellettualizzazione
è la premessa per la dilatazione del legami e dei collegamenti organizzativi e
sociali. Lo sviluppo del tenore di vita costituisce solo la base materiale per
la liberazione di collegamenti psichici e culturali che creano e rendono
efficienti le grandi unità sociali e biologiche, che compiranno le grandi
trasformazioni della natura dei tempi prossimi. In questo senso va interpretato
lo sviluppo di questo investimento che gli imprenditori sono chiamati a
compiere, e i governi rendere agevole e piano. Arriviamo quindi a queste
conclusioni:
1) La caratteristica
della civiltà moderna è di avere delle enormi scorte disponibili, nel campo dei
prodotti alimentari e dei prodotti industriali e ciò significa che essa può,
utilizzandole, dilatare gli investimenti.
2) La automazione rende
possibile aumentare queste scorte reali. Sia perché richiede minore impiego
delle stesse, per creare prodotti equivalenti, sia perché crea gettiti
produttivi maggiori.
3) La automazione
costituisce quindi la garanzia reale per una dilatazione dello strumento
monetario, che contabilizza questo risparmio reale e lo rende utilizzabile, trasferibile
e trasformabile, nello spazio, nella qualità e nel tempo.
4) La dilatazione
monetaria agisce come redistributrice di reddito,
nelle mani del governo mediante la spesa statale; e nelle mani dei privati
mediante erogazioni creditizie. Tale redistribuzione deve favorire la nascita
di un grande mercato di consumo.
5) La dilatazione del
mercato di consumo, crea per effetto del moltiplicatore la dilatazione degli
investimenti nei settori produttivi dei beni strumentali e complementari dei
beni richiesti. Ossia la armonica crescita delle strutture produttive,
garantite dalla costanza degli sbocchi.
6) La vastità del consumo
costituisce la base di una sicurezza sociale che sul benessere libera gli
uomini per compiti di più in più intellettuali. Precostituisce la base per la
nascita alla vita dell'intelligenza di milioni di uomini assenti dalla vita
intellettiva perché addormentati in secolari ignoranze. E da questo risveglio,
per il calcolo delle probabilità, sta per nascere uno sviluppo di scoperte di
indagini e di ricerche che arricchiranno ancora di più la cultura e la possibilità
dell'uomo di operare sull’ambiente terrestre e cosmico che lo circonda. Ossia,
come abbiamo affermato all'inizio di questo passaggio: la scienza dilata le
occasioni di investimento. Mentre la automazione offre un territorio più vasto
al reclutamento dei ricercatori scientifici.
7) In questo nuovo
ambiente produttivo i costi medi decrescono, i consumi aumentano, i redditi si
dilatano su aree umane sempre più vaste. E come chiamano alla vita. ed alla
azione falangi di uomini nuovi, di nuovi prodotti, così permettono di
rastrellare sui nuovi cespiti, nuovi gettiti fiscali. Questi potranno essere
richiesti dal governo quando il sistema si sia consolidato sulle nuove
posizioni produttive. L'aumento del gettito comincerà allora a compensare i
deficit di bilancio degli anni precedenti. Occorre predisporre un programma di
conguaglio e di compensazioni pluriennali del bilanci statali.
Una scienza nuova: la
cibernetica
8) E per concludere: la
dilatazione della spesa, la dilatazione monetaria (ossia il credito), la redistribuzione
del reddito, l'incremento del consumi e degli investimenti, il miglioramento
della qualificazione, non sono che differenti aspetti di uno stesso fenomeno.
Sono vie che si aprono nel corpo sociale per la diffusione della energia culturale
che si diffonde «degradandosi ». Sono i sentieri innumerevoli, i solchi
differenziati del torrente delta entropia. Sono transiti. E su questo campo di
indagine balbetta le sue prime parole una nuova scienza: la cibernetica. La
scienza delle comunicazioni.
9) La energia culturale
per ora concentrata in poche menti, monopolio aristocratico. di pochi
scienziati, tende irresistibilmente a permeare di se tutto il corpo sociale,
collegando in vincoli di conoscenze e di ipotesi comuni milioni di esseri, avidi
di azione, assetati di collaborazione. Questa diffusione presuppone il
potenziamento di alcune vie di transito della cultura e della organizzazione.
Di quelle vie che mettono a contatto l'uomo con l'uomo. Il potenziamento delle
scuole, dei commerci, del credito, della stampa...
10) In questa
«degradazione della energia culturale», che è una diffusione di cognizioni e di
occasioni di azione, ogni molecola umana è protetta nella sua libertà dalla
Legge dei grandi numeri. Essa non solo può, ma deve operare nella massima
libertà, nella apparente contraddittorietà, coi suoi simili. Perché la costanza
dei risultati è data proprio da questa difformità di comportamenti, che si
equilibrano tra di loro e si compensano. Il che ci è di conforto a credere
nella libertà, assicurata, più che dalla volontà degli uomini, dalla necessità
delle cose.
CAPITOLO
DODICESIMO
SICUREZZA PER CHI
PRODUCE!
Arriviamo così alla fine
di questo nostro viaggio nel paese delle meraviglie. La scienza economica dei
tempi moderni non è meno mirabile e fantastica della scienza che scruta gli
spazi interstellari; e che penetra nell'infinitamente piccolo tra gli atomi.
Noi non abbiamo dato che alcuni punti di riferimento, di quella che è la grande
via su cui si muove la corrente di idee moderne. Non per illustrare le tesi ai
dotti che queste tesi conoscono. Ma per portarle a conoscenza del pubblico, che
su queste tesi è stato sistematicamente tenuto all'oscuro. Una rete di
interessi, di pavidità, e di conservatorismo, blocca
la diffusione di questi concetti. E chi si azzarda a sostenerli, deve
sopportare le ritorsioni, i ricatti, le pressioni di un mondo sordo e oscuro,
formato di potenze collegate e ramificate, che tutto sanno, controllano .e
regolano in base alle loro paure.
Questo libro ha uno scopo
polemico; e rinvia coloro che vogliono approfondirsi ai volumi della scuola
inglese, americana, danese, svedese, australiana, tedesca. E’ stato scritto per
indicare una via di azione da adottarsi per la amministrazione della nazione
italiana.
Non propone una
terapeutica miracolosa. Afferma semplicemente che l'Italia deve adottare i
sistemi che hanno adottato l'Inghilterra, l'Australia, l'Olanda, il Belgio, la
Germania, l'India, il Pakistan, il Giappone, gli Stati Uniti.
Afferma che non c'è nulla
da inventare; basta solo copiare. Non si pretende molto dalla classe dirigente
italiana. Le si chiede di imparare a vedere i mondo coi propri occhi, e non con
gli occhi del professore Einaudi. Di giudicare per propria scienza e per
propria informazione, e non per scienza del decano dei nostri economisti; il
quale ai tempi passati fu un economista insigne. Ma che oggi è come le riserve
liquide delle banche che tanto predilige: quando poteva essere utile non fu
utilizzato; e quando fu utilizzato non poteva più essere utile.
Un nuovo modello
economico
Quello che noi proponiamo
agli italiani - da dieci anni ormai - non è di credere a un nuovo verbo. Le
verità sono aspirazioni, a cui forse ci possiamo soltanto approssimare. Noi
proponiamo agli italiani di credere a un nuovo «modello» che serve a
immaginare, ed a comprendere, come si concatenino e si verifichino certi fatti
del mondo della produzione. Questo modello è molto diverso dal modello che
usarono i classici. Ma presenta il vantaggio di guidare con chiarezza l'azione
che dobbiamo intraprendere, per risollevare il paese dalle sue infinite
miserie. Soprattutto è un modello che è già stato sperimentato. Questo tipo di
modello, non è ne socialista ne capitalista, perché prescinde dal fatto di
sapere chi sia il proprietario delle aziende. Si limita a ragionare in termini
di reddito e di spesa. Di produzione e di consumo. Ed afferma che qualsiasi
regime, di proprietà o privata, o socialista, o mista, deve rispettare questi
punti, se vuole che il circuito della ricchezza non si paralizzi, non rallenti,
non degradi nella inefficienza.
Non propone il mito di
società perfetta; ma formula alcune regole di comportamento che possono rendere
l'ambiente del lavoro umano relativamente stabile, costante, e quindi
passibilmente sicuro, e meno rischioso.
Rendere costante
l’ambiente
Tutta la evoluzione della
scienza ci insegna che la vita è possibile perché in natura si attuano dei
meccanismi automatici, di azione e reazione, che mantengono costante
l'ambiente. Meccanismi del genere mantengono entro certi limiti, (molto
ristretti) costante il clima del globo; mantengono costante il tasso di sale
nel mare e quello dello zucchero, di adrenalina, e di ormoni nel corpo. La
costanza dell'ambiente interno consente la sopravvivenza cellulare. La costanza
dell'ambiente esterno consente la sopravvivenza delle specie animali e
vegetali. Le variazioni che gli esseri possono sopportare sono sempre modeste.
Più la vita si dilata,
più gli ambienti da sottoporre a regimi automatici anti-varianti di
compensazione aumentano. L'uomo può vivere in società solo per effetto di
istituzioni che da millenni hanno reso automaticamente costante anche l'ambiente
sociale in cui si è sviluppato. In questa costanza si è radicato ogni principio
di organizzazione e quindi di specializzazione e di efficienza. Nel clima di
sicurezza e di efficienza l'uomo ha potuto liberare le sue qualità migliori! II
suo pensiero e la sua coscienza.
Instabilità dell'ambiente
produttivo
II pensiero è un
meccanismo con cui egli riesce ad adattarsi a situazioni sempre più complesse e
continuamente rinnovate: mondiali e forse cosmiche. L'ambiente della produzione
oggi è eminentemente instabile. Questa instabilità costituisce il dramma
individuale e sociale moderno. II grande sviluppo delle forze produttive nel
corso delle ultime dieci generazioni pone alla umanità il compito inderogabile
di creare degli automatismi che rendano costante l'ambiente produttivo. O noi
troveremo questi meccanismi automatici e avremo la liberta. O noi non li
troveremo e avremo la servitù e la instabilità inevitabile. Il problema odierno
è ben diverso da quello dei nostri padri. Essi si erano dedicati soprattutto a
cercare modelli teorici con cui assicurare la costanza di un ambiente
produttivo «dentro» alle fabbriche o alle aziende agricole e commerciali. Ciò
era conforme alle esigenze di un periodo di intensa crescita di organismi
produttivi isolati, del tutto rinnovati dalla nuova tecnica. Il problema del
coordinamento e della costanza dell'ambiente in cui cooperano queste unita
produttive, corrisponde invece alla attuale fase della civiltà. I problemi oggi
sono posti non dalla esistenza, ma dalla coesistenza delle industrie. Sapremo
assolvere a questo compito?
Meno schemi e più
esperienza
Per farlo dovremo avere
una chiara conoscenza della meta che ci proponiamo ed adeguare ad essa gli
strumenti di indagine e di esperienza. I modelli della scuola classica degli
economisti non erano né veri né falsi; erano semplicemente conformi ai bisogni
del secolo scorso. Servivano a mantenere uniforme il flusso dentro le aziende.
Ma non tra le aziende.
Per questa ragione allora
erano eccellenti. Proprio per questa ragione oggi quegli stessi modelli non
hanno più che un valore storico; sono curiosità scientifiche. Non servono a
risolvere il nostro problema.
I concetti delle scuole
moderne, di «propensione al consumo; di propensione all'investimento », che
abbiamo tante volte enunciati, sono solo del modelli psicologici come i
concetti di Adamo Smith «propension
of truck, barter and Change»
o come «l’istinto delta riproduzione» di Malthus,
come la «utilità marginale» della scuola austriaca, come la distinzione tra «innovatori
e conservatori» di Schumpeter, come le «epidemie di
ottimismo e di pessimismo» di Pigou, come i
«Complessi dell'inconscio» di Freud. Il concetto di
«Homo Economicus» era una caricatura deliberatamente
errata per facilitare la speculazione intellettuale, e per condannare a priori
l'immagine di creature molto dissimili, conformemente alle necessità polemiche
del secolo scorso.
Oggi però il mondo degli
economisti non ha solo dei modelli psicologici coi quali agire.
Oggi abbiamo più
materiale sperimentale e concreto di un secolo fa. Questo fatto è sostanziale.
Abbiamo molto meno bisogno di ricorrere a schemi, di tipo prevalentemente
astratto ed introspettivo. Oggi noi disponiamo di un numero sempre più grande
di informazioni. Non solo siamo in grado di rilevare e di esaminare i
comportamenti umani, caso per caso, regione per regione; ma siamo soprattutto
in grado di agire su questi comportamenti. La vita moderna va creando tutta una
serie di professioni che si sono specializzate nella funzione di provocare la
variazione delle attitudini. La tecnica di modificare i comportamenti si
organizza e si sistemizza. Molti dei suoi interventi
sono nuovi. Nuovi specialisti studiano i comportamenti dei gruppi e soprattutto
la tecnica per la modificazione di questi comportamenti. Analizzano la
efficienza comparata di tipi di stimoli diversi. E li mettono in opera. Oggi
non solo possiamo fare delle ipotesi. Ma possiamo anche controllarle
sperimentalmente. Oggi possiamo sperimentalmente studiare le variazioni che vi
sono tra livelli differenti di reddito e di consumi. Possiamo sapere come e
quanto un aumento di reddito modifica la possibilità di sbocco per determinati
prodotti; quindi. possiamo determinare a priori livelli di costi decrescenti,
per livelli di redditi crescenti. La opportunità di queste e di altre ricerche
empiriche è grande perché determina i limiti della espansione economica.
Nel passato i dirigenti
industriali e i politici volevano essere orientati sulle grandi idee e sulle
formule generali. Oggi essi vogliono essere informati sui « flussi » di
determinate quantità di beni specifici, da destinarsi a zone precise, in tempi
definiti. Sulla diversità di distribuzioni dei redditi, tra le classi, tra le
regioni, tra le età. Tutto ciò li interessa perché determina e condiziona la
efficienza della struttura produttiva della nazione. Tutte queste differenze,
queste anomalie, questi congelamenti. debbono essere conosciuti dal governo se
vuole salvare. con interventi diretti a garantire la stabilità dei flussi produttivi
la libera iniziativa dei produttori.
I modelli delle nuove
scuole economiche che proponiamo sono conformi a questi scopi. Le loro
rappresentazioni del mercato sono ipotesi, come tutte le acquisizioni
scientifiche. Ma la importanza è dovuta al fatto che queste ipotesi consentono
di effettuare degli interventi sperimentali nella realtà odierna; e di
controllarne gli effetti, con un criterio razionale.
Ringraziamento a Luigi
Einaudi
Dobbiamo chiudere queste
note con un gesto verso Luigi Einaudi. Egli, al culmine degli anni e della vita
di insegnamento, ci lega un estremo ammaestramento. Per assurdo, è riuscito a
dimostrarci che i modelli della economia classica non possono più essere
utilizzati nel tempo presente, per affrontare i nostri problemi.
Mettendo sperimentalmente
un punto fermo ad una veneranda tradizione ci consente di prendere coscienza di
questo fatto. Egli ci ha reso un notevole servizio: indipendentemente dal suo
costo sociale. Apriamo coraggiosamente la porta verso il futuro. Onoriamo i
maestri nei loro insegnamenti e nei loro errori.
Commiato
Mentre queste pagine sono
stampate, migliaia di aziende italiane si dibattono nella disperazione. La
moneta è scomparsa. La cambiale è sovrana. Lo strozzinaggio si pratica a Roma
al 10% al mese. Spinge al suicidio gli onesti, e riempie le pagine dei
giornali. La produzione italiana pare in aumento, (così dice il governo), anche
i guadagni dovrebbero essere aumentati. Ma certo sono concentrati in ben poche
mani, perché accanto al lusso, si nota la disperazione della maggior parte dei
produttori e la stasi delle vendite in tutti i negozi.
Noi abbiamo il record
mondiale dei senza lavoro. Ma deteniamo anche il primato della circolazione
cambiaria, con 18 mila miliardi di cambiali all’anno. Per ogni 10 lire di carta
moneta in circolazione abbiamo 120 190 lire di cambiari. Questo « ritardo» di
pagamenti (al tre per mille) costa 70 miliardi. La intera circolazione
monetaria italiana basta appena a pagare gli interessi passivi di questa
valanga di carta. Non parliamo dei 300 miliardi di protesti annui: pari a un
quarto della circolazione. C'è del marcio sotto le caste apparenze della solida
moneta italiana!
Chi scrive queste pagine,
è stato il primo -- e per lungo tempo il solo - produttore d'Italia che abbia
preso netta e chiara posizione contro una politica economica che ha sempre
giudicato nefasta. Credeva di portare un contributo di pensiero e di onesta
critica alla ricostruzione della Patria.
Conobbe invece ostacoli e
opposizioni di ogni genere. Imparò purtroppo che questo argomento è tabù; e non
deve essere né posto né dibattuto. Così non ha potuto fare altro che mantenere
vive le rivendicazioni ed attendere che i tempi per il dibattito diventassero
maturi.
Coloro che hanno imposto
al Paese questa linea economica parlano di liberta. Ma la liberta non è una
parola. Non è libero un popolo in cui, con lo strumento di banche accecate, con
funzionari condiscendenti, e con una stampa comandata, è impossibile il libero
dibattito sui problemi che interessano il nostro lavoro e il nostro destino.
Non è libero un popolo in
cui trionfa il più spaventoso dei monopoli: il monopolio del denaro, il
monopolio bancario. Da questo monopolio è scaturita la borsa nera della moneta,
nonché un regime di disperazione. di terrore, di sfiducia, nella più onesta
parte del Paese. E quello che è peggio si è imposta una stasi culturale che è
ancora più dannosa.
Queste parole sono
dedicate a coloro che soffrono. Sono state meditate e scritte da un produttore
che per primo vide il baratro, e non rinunciò a nulla per impedire la rovina;
accettando qualsiasi tribuna, ed impugnando qualunque microfono per affermare
la verità. Assumendosi sempre le più coraggiose e sconcertanti responsabilità.
Agricoltura, cinema,
tessitura, calzaturifici, artigianati, commerci sono in crisi. Ma i produttori
d'Italia non sono falliti. Fallite erano già da trenta anni le direttive che ci
sono state imposte. Già due volte nella storia degli ultimi quattro decenni
queste dottrine avevano provocato le stesse catastrofi, là dove erano state
applicate.
II popolo italiano ha
diritto di essere illuminato. Illuminare le menti significa trasformare la
tragedia in cui ci dibattiamo, in un grande insegnamento per l’azione futura.
Queste pagine sono
scritte con questa speranza. Per aprire un dibattito, per distruggere un mito,
per ridare un coraggio, per additare una strada.
CAPITOLO
TREDICESIMO
PAROLE CHIARE AGLI
INGLESI
Non possiamo concludere
senza esprimere il nostro giudizio sulla iniziativa inglese. Sarebbe troppo
facile terminare con la solita imprecazione: l’accusa di «perfidia» diventata
abituale, quando si parla di Albione. Ma è la
ritorsione degli sciocchi!
L'Impero inglese è una
anticipazione della civiltà futura. La sua forza non deriva dal dominio dei
territori. Ma dalla creazione di una rete di comunicazioni, di un sistema di
collegamenti.
Il Commonwealth
è fondato sulla cibernetica. E’ l'impero della comunicazione. I territori e i
popoli sono collegati e rimangono uniti solo perché posseggono un sistema
complesso, elastico, in continuo aggiornamento, formato di strumenti,
estremamente efficienti, che servono a mettere in contatto esseri di paesi,
lontani, abituati a sistemi di vita, di cultura, e di tradizioni diverse.
Tutto nell'impero inglese
si è sviluppato in funzione della comunicazione. Comunicazione tra clementi
dissimili, si badi bene, quindi liberi; non comunicazione tra clementi
livellati nella uniformità. Ciò si deve al fatto che come organizzazione
politica questo impero è nato dalla necessità di tutelare e di potenziare le
prime comunicazioni mercantili, e il traffico delle notizie dietro alle quali
viaggiavano le merci. Non la unificazione dei linguaggi, ma la unificazione
degli standard di produzione e di scambio interessava gli inglesi. La lingua si
è imposta non per capolavori letterari, ma come strumento di lettere
commerciali e bancarie. La sua moneta fu strumento di comunicazione mondiale.
II mercato, la borsa, furono centro di incontri internazionali. La marina,
l'esercito, la diplomazia, la politica, sono coordinate a garantire la
sicurezza dei transiti. Londra può mutare le forme di tutti i suoi domini,
creare repubbliche al posto di regni, stati sovrani al posto di mandati. II suo
dominio non muta; non è fondato sui territori e sulla forma degli Stati. Non
sulla presenza dei suoi soldati. E’ radicato sulla efficienza di uno strumento
mondiale di comunicazione che resta in mano alla sua classe dirigente. Finché
questa classe sa rendere questo strumento efficiente, essa rende tali servizi
ai popoli che inquadra, da rendersi indispensabile, insostituibile, necessaria.
I popoli continentali,
ancorati alla concezione territoriale dello Stato e della nazione, sono stati
infinite volte indotti in errore sulla valutazione della forza politica
inglese.
La verità è che Londra è
la capitale di un vasto impero mercantile, di impressionante efficienza, dotato
di una classe dirigente di primo ordine, aperta al basso, e selezionata da
ammirevoli tradizioni aristocratiche. E’ un impero fondato sui cervelli.
Ha il controllo di una
grande parte del mondo; e questo è un dato di fatto positivo, favorevole allo
sviluppo della civiltà umana. Non è opportuno di agire contro questa forza.
Bisogna assorbire questa struttura in una rete di strutture mondiali diverse,
ma integrate tra loro. Londra ha delle abitudini di pensiero pericolose per gli
altri popoli: ma ne ha altre estremamente utili alla convivenza civile.
Ogni forma di
organizzazione, costituisce al presente un dato positivo: una base da cui si
può partire. E che dobbiamo migliorare. A condizione che questa organizzazione
sia rispettata, garantita nella sua sicurezza, e accolta nella famiglia delle
altre organizzazioni.
Anche il cattolicesimo è
una grande organizzazione. Ma noi non vediamo perché la Chiesa cattolica debba
perseguire progetti europei, capaci di mettere in stato di permanente allarme i
dirigenti britannici.
Il Mediterraneo è
indispensabile alla organizzazione mercantile inglese; non è indispensabile
alla struttura religiosa della Chiesa. Per il mondo conta che i transiti
mediterranei siano sicuri e liberi; non conta la nazionalità dei gendarmi. Per
il mondo conta che il messaggio cristiano sia umano e vero; non conta che sia
sostenuto da una Europa unita e da un Mediterraneo cattolico.
Bisogna avere una chiara
visione dei pericoli che sono latenti nella idea di una «unità europea ».
Questo concetto risveglia una reazione atavica a Mosca e a Londra.
D'altra parte il concetto
di rafforzamento dell'Occidente attraverso una unificazione territoriale è
anche esso per noi un relitto atavico. Nel passato la vastità del territorio
faceva la potenza degli Stati. Ma quelli erano tempi in cui la ricchezza era agricola:
veniva dalla terra. L'industria non c'era. Istintivamente siamo portati a
credere che quella è la via della salvezza! Errore.
Oggi la potenza non è nel
controllo dei territori ma nel controllo delle strutture che assolvono funzioni
internazionali. Chi controlla le comunicazioni ha in mano una forza più forte
di chi controlla i territori collegati. Chi controlla il monopolio dello
stagno, o del caucciù, ha in mano la forza. La potenza si è staccata dalla
terra e si spostata alla organizzazione. Pensare di rafforzare il cattolicesimo
unificando il continente e ricostituendo l'Impero di Carlo Magno è ricorrere a
concezioni ataviche superate dai tempi.
L'Europa ha bisogno di
organizzarsi nel mondo quale esso oggi è. Nel rispetto delle grandi
organizzazioni politiche che sono sue vicine: Inghilterra ed URSS.
Se vogliamo fare opera
costruttiva dobbiamo porre tutti i problemi continentali sul piano di
integrazione non su quello di contrasto con queste due forze. E chiaro che ciò
esige uno sforza di immaginazione e la ricerca di formule nuove.
Adattamento e
rinnovamento
Far ciò è possibile ed è
relativamente facile. I popoli hanno un immenso bisogno di collaborare. Non si
può collaborare contro ma con le organizzazioni nazionali esistenti.
La caratteristica della
civiltà è di essere costituita da strutture organizzate. Gli imperi, le
religioni, le sette segrete, le organizzazioni produttive e mercantili, le
stesse strutture monopolistiche, sono tutte organizzazioni che producono
immensi benefici alla convivenza civile. Sarebbe assurdo che il bilancio di
questa realtà fosse solo positivo; esso ha la contropartita negativa di immense
deficienze; e quindi di immensi dolori.
Per lo più le deficienze
sono dovute a scarsa comprensione delle possibilità attuali; a scarso impulso
ad accettare la realtà presente. Ad una naturale difficoltà a rinnovare metodi,
pensieri, interpretazioni, atteggiamenti. Ognuno sa che nella organizzazione
prevale lo spirito di adattamento, che presiede alla routine dei collegamenti e
delle collaborazioni automatiche, sullo spirito di rinnovamento, che presiede
all'adattamento della struttura interna alle «nuove» esigenze del tempi mutati.
In una epoca di rapido progresso il problema è di rovesciare questa situazione
e di creare più spirito di rinnovamento.
Lo spirito di
rinnovamento opera immaginando nuovi metodi di collegamento tra gli uomini: tra
le organizzazioni. Agisce creando nuovi transiti alla diffusione delle idee,
delle ricchezze, delle tecniche. E’ figlio della entropia. Favorisce la
diffusione della energia in tutte le sue forme, e per questo crea benessere,
ricchezza e sicurezza.
Segue la legge dei grandi
numeri, il principio di indeterminazione e prolifera nella contraddizione e
nella libertà.
Se noi vogliamo portare
un contributo alla civiltà, dobbiamo favorire quelle folle, che rinnovano
dall'interno le strutture organizzate esistenti. Che le rendono consapevoli
delle nuove possibilità che la storia offre a l’uomo.
La guerra continua
Oggi la guerra non si può
dire finita; continua. Ma non dovrebbe continuare tra le nazioni. Ma dentro le
nazioni. tra coloro che sono attaccati alle forme defunte di vita, agli odi,
che li isolano, ai settarismi; contro coloro che sono spinti verso il
rinnovamento del metodi, dei pensieri, delle interpretazioni, e che si sentono
portati a tutto ciò che ci collega e ci rende vivi, in una grande umanità in
progresso ed in sviluppo, verso le conquiste della scienza, del benessere. e
del vero. Oggi la lotta è per il contatto tra gli uomini, tra gli enti, tra le
nazioni. E’ per la comunicazione contro l'isolamento. E’ per la vita.
La tragedia del mondo
attuale è il punto di arrivo di diffidenze secolari, di reticenze diplomatiche,
ma anche di preveggenza e di tempestività ammirevoli. Ha un volto atroce; ma ne
ha anche uno mirabile. Dice quello che può l’intelligenza umana. Ci si può
disperare, ma si può anche molto sperare.
Per questo noi chiudiamo
queste pagine con una presa di posizione verso coloro che consideriamo nostri
avversari, non nostri nemici. Diciamo: abbiamo compreso il vostro gioco.
Soprattutto valutiamo i vostri timori. Tra due organizzazioni, sempre, si può
stabilire un incontro. Una convergenza non può fondarsi che su problemi e su
obbiettivi visti con chiarezza.
Queste parole vogliono
essere un contributo verso la chiarificazione. Noi siamo ottimisti perché
crediamo negli uomini, malgrado gli errori degli uomini.
Vallemosso, aprile-maggio
1956.