28 maggio 2003
FRANCESCHINI E LA STORIA DELLE BR SU DAGOSPIA
STORIA INEDITA DELLE BRIGATE ROSSE SVELATA DA UN EX BRIGATISTA DALLA NASCITA AL SEQUESTRO SOSSI FINO AL SUPERCLAN HYPERION CORRADO SIMIONI, IL "GRANDE VECCHIO" CHE S'IMPOSSESSO' DELLE BR.

Corrado Simioni, uno dei fondatori delle Brigate Rosse e poi della scuola di lingue Hyperion, schedava i suoi compagni per conto di Roberto Dotti, il braccio destro di Edgardo Sogno. Di più: Dotti era l'uomo a cui i brigatisti dovevano rivolgersi in caso di bisogno. Lo rivela Alberto Franceschini, fondatore con Curcio delle Br, alle spalle 18 anni di carcere, oggi dirigente dell'Arci a Roma, ricostruendo per Dagospia, una storia inedita delle Br, dalla nascita al sequestro Sossi. Il suo è il racconto di una scalata: quella tentata da Simioni e dal suo Superclan ai vertici dell'organizzazione terroristica. E riuscita, grazie all'aiuto di due fedelissimi come Mario Moretti e Prospero Gallinari. Prima parte. Giovanni Fasanella intervista Alberto Franceschini. Innanzitutto, Franceschini, può datare con precisione la nascita delle Brigate Rosse: 1969 o 1970? Contrariamente a quanto spesso si dice, sono nate nell'agosto 1970, nel convegno di Pecorile, in provincia di Reggio Emilia. Nel novembre del 1969, a Chiavari, si tenne invece l'assemblea costitutiva del Cpm, il Collettivo politico metropolitano: come dire?, il papà delle Br. Su quale programma politico nacque il Cpm? L'uso della violenza rivoluzionaria. Il Cpm era per la violenza di avanguardie, e questo lo differenziava dagli altri gruppi come Potere Operaio e Lotta Continua, che erano invece per la violenza più legata ai movimenti di massa. Chi stava nel Cpm sapeva che presto sarebbe entrato nella clandestinità. Chi c'era, a Chiavari? Cominciamo dal gruppo di Renato Curcio. Erano soprattutto studenti dell'Università di Trento. Tra questi, Duccio Berio, figlio di un medico milanese legato al Mossad (secondo la voce del popolo, mai confermata) e genero del senatore comunista Alberto Malagugini; Vanni Mulinaris, figlio del proprietario del famoso pastificio friulano. Poi uno che chiamavamo "Pirellino", perchè nipote di Leopoldo Pirelli; un altro, di cui non ricordo il nome...Israel, mi pare, e che oggi dovrebbe lavorare in ambienti della Confindustria. E poi, Italo Saugo, detto il "nonno" per la sua età "avanzata" (aveva circa 35 anni), ex tenente degli alpini e fratello di un esponete neonazista militante di Ordine Nuovo a Tiene (Trento). Tutti rampolli dell'alta borghesia, Curcio era il più povero: figlio non riconosciuto del fratello di Luigi Zampa, il regista. Politicamente, Renato aveva un percorso accidentato: fino ai vent'anni circa aveva militato in Europa Civiltà, un'organizzazione di estrema destra; poi, a Trento, aveva aderito al Partito Comunista marxista-leninista (Linea rossa) Può completare la foto di gruppo di quel convegno? C'eravamo noi di Reggio Emilia, i più numerosi, tutti di provenienza Pci: oltre a me, Prospero Gallinari, Fabrizio Pelli, Roberto Ognibene, Tonino Paroli, Attilio Casaletti, Ivan Maletti. Poi, un gruppo di tecnici della Sit Siemens di Milano, tra cui Mario Moretti, allora iscritto alla Fim Cisl. Un nutrito gruppo di operai dei CUB della Pirelli e dell'Alfa Romeo, un gruppo di lavoratori-studenti che facevano capo a Franco Troiano. Infine, un gruppo di ingegneri dell'IBM, che facevano riferimento a Corrado Simioni... Può darci un ritratto di Simioni? Aveva fondato un'agenzia di informazioni, il Cip (Centro di Informazione Politica) e diceva di lavorare alla Mondadori, ma che cosa facesse esattamente, non è mai stato molto chiaro. Noi lo chiamavamo "l'inglese", per la sua eccentricità (con riferimento all'omonimo personaggio del film di Gillo Pontecorvo "Quemada"). Era il più anziano di tutti, girava in Maserati e dimostrava di avere un sacco di soldi. Quali erano i suoi rapporti con Curcio? Dopo Chiavari, loro due divennero subito i leader del Cpm. Anche se con compiti diversi. Curcio era il leader pubblico, l'uomo delle assemblee. Simioni, invece, amava starsene nell'ombra, preferiva lavorare dietro le quinte: aveva soldi e relazioni, e aveva il compito di preparare la rete logistica necessaria per il passaggio alla clandestinità del Cpm. La distinzione di ruoli tra Curcio e Simioni era in qualche modo concordata o subita da uno dei due? A quel tempo concordata, ne sono assolutamente certo. Può darci un ritratto anche del Moretti di allora? Schivo, riservato, anche lui si dava l'aria di uno che preferiva starsene dietro le quinte. Come Simioni. E infatti era un suo uomo di fiducia, uno dei principali referenti per il suo progetto di costruzione della rete logistica. Moretti, però, lasciò il Cpm nella primavera del 1970. In un manifesto, affisso nella nostra sede, spiegò che si era rotto le balle della trafila di discussioni, che noi eravamo dei perditempo, mentre bisognava passare subito all'azione. Da quel momento, scomparve. A Pecorile, dunque, Moretti non c'era? No. Lì vinse la linea Curcio-Simioni -anche se il loro sodalizio non sarebbe durato a lungo- e si decise il passaggio alla clandestinità in tempi brevi. L'"ala destra" del Cpm, sconfitta, se ne andò per confluire poi in Lotta Continua. Quando e perchè cominciò ad incrinarsi il rapporto tra Curcio e Simioni? Appena un mese dopo il convegno di Pecorile. A causa di una serie di episodi parecchio inquietanti. Dopo Pecorile. mi trasferii da Reggio a Milano e andai ad abitare proprio a casa di Simioni, con la moglie, i figli, Mulinaris, Troiano e la moglie, Maurizio Ferrari. Simioni fece una serie di cose che non andavano bene. Per esempio? Appena arrivato a casa sua, voleva che compilassi un questionario sulla mia vita privata, con domande anche molto intime... E perchè doveva dargli quelle informazioni? Glielo chiesi, appunto. Mi rispose che era per una prova di fiducia nei suoi confronti da parte mia. Allora gli dissi che l'avrei fatto solo se lui avesse dato a me informazioni altrettanto dettagliate sulla sua vita privata... e così non se ne fece niente. Lei però rimase a vivere in quella specie di comune? Si, ma non per molto. La rottura sarebbe avvenuta di lì a poco. Renato ed io proponevamo di colpire personaggi-simbolo legati alla realtà di fabbrica, ma colpendoli nelle "cose" - le loro auto -senza uccidere e firmando le azioni BR. La visione di Simioni, invece, era più legata al contesto internazionale e prevedeva l'assassinio. Per esempio, voleva che ammazzassimo Junio Valerio Borghese, durante una manifestazione neofascista a Trento alla fine di ottobre 1970, facendone ricadere la colpa su Lotta Continua. E un'altra volta ci propose di uccidere due ufficiali della Nato, a Napoli. Ci rifiutammo. Rompeste in quell'occasione? Non ancora. Ci furono altre cose strane. Un giorno, per esempio, ci fece conoscere una donna che presentò come la sua segretaria. Aggiunse -particolare poi risultato vero- che era stata anche una collaboratrice di Manlio Brosio alla Nato. Ci fece credere che eravamo così potenti da infiltrarci persino nella Nato... E non vi venne subito il sospetto che poteva essere vero anche il contrario? In effetti, cominciammo a diffidare di Simioni. Pochi giorni dopo quell'episodio, se ne verificò un altro che mandò in bestia Renato. Eravamo seduti su una panchina, in un paesino dell'entroterra ligure, io, Curcio e Simioni. Avevamo comprato il giornale La Notte e lo stavamo sfogliando, quando ci accorgemmo che Corrado era impallidito. Lo aveva turbato la notizia di una donna saltata in aria mentre stava preparando un attentato contro l'ambasciata americana ad Atene. Corrado ci rivelò che quell'attentato lo aveva organizzato lui e che la donna era una sua amante. Ci arrabbiamo, ma niente in confronto a quello che provammo quando Mara Cagol, la moglie di Renato, confessò al marito che, al posto di quella donna, doveva esserci lei. Senza dir nulla a Curcio, Corrado l'aveva cooptata nella sua rete, che allora chiamavamo -e non mi chieda la ragione, perchè non la conosco- le "zie rosse". Renato non volle più sentir ragioni e decidemmo di separarci da Simioni. Avvenne tutto in modo indolore? Avevamo parecchi debiti con le tipografie (allora facevamo una rivista chiamata "Sinistra proletaria"), diversi milioni di lire, davvero tanto a quell'epoca. E gli accordi, quando decidemmo di separarci, erano che a pagarli fosse Simioni. Lui non battè ciglio, chiese solo un po' di tempo, perchè teneva i soldi in una cassetta di sicurezza in... Grecia. In Grecia? Trasecolammo, quando ce lo disse: la cassa del Cpm, di fatto, era sotto la protezione del regime dei colonnelli! Comunque, poi pagò, e se ne andò. Era il novembre del 1970. Chiedemmo un incontro a Adriano Sofri e Oreste Scalzone, dirigenti rispettivamente di Lotta Continua e Potere Operaio. Ci sembrava giusto informarli sull'accaduto e li mettemmo in guardia: attenti, Simioni è un agente della Cia! Come reagirono? Presero atto. E Simioni, che fine fece? Avevamo deciso di ammazzarlo. Io e Mara, che ci eravamo assunti l'incarico, lo cercammo a lungo, ma lui si era dileguato. Quali conseguenze provocò, nelle BR, la rottura con Simioni? Ci fu una spaccatura e molti andarono via con lui: Berio, Mulinaris, Troiano, la maggioranza dei lavoratori-studenti, gli ingegneri dell'IBM, una parte dei "reggiani" tra cui Gallinari e Ivan Maletti. Quindi Simioni mantenne attiva la rete delle "zie rosse" anche dopo la vostra separazione? Sì, il Superclan. Lo avevamo ribattezzato così perchè teorizzavano un livello di clandestinità ancora più elevato e impenetrabile di quello delle Brigate Rosse. Mi viene in mente un episodio che risale al periodo in cui vivevo con Simioni. Un giorno mi aveva mostrato un tabulato da computer con grafici e proiezioni. Erano delle simulazioni di scenari su cui aveva costruito un percorso politico. "Nel 1974 -mi spiegò- ci sarà una grave crisi economica ed esploderanno forti tensioni sociali. Noi ora lavoriamo sotto traccia per costruire una rete logistica molto forte, con infiltrati in tutte le organizzazioni del movimento e della sinistra. E quando arriverà il momento, grazie al lavoro dei nostri uomini, noi saremo egemoni e in grado di innalzare il livello dello scontro..." Moretti aveva mantenuto i rapporti con il Superclan? Che notizie avevate di lui? Stranamente si rifece vivo con noi poco dopo che Simioni se n'era andato. Nel gennaio del 1971 bruciammo 5-6 camion sulla pista prove della Pirelli, a Lainate. Fu la nostra prima azione clamorosa e i giornali ci dedicarono dei titoloni: si erano accorti delle Br. Un paio di mesi dopo, alla Sit Siemens, venne lasciato un biglietto sulla Maserati di un capo. C'era scritto: «Questa macchinetta durerà finché lo vogliamo noi. Firmato: Brigate Rosse». Non eravamo stati noi a metterlo, ma qualcun altro. Era un messaggio, pensammo. E infatti, qualche giorno dopo riapparve Moretti, voleva incontrarci. Ci andai io, all'incontro. Mi disse che aveva fondato un suo gruppo e che voleva entrare nelle Br. Era l'aprile del 1971, quando cominciò a collaborare con noi. Era stato Simioni a dirgli di tornare, secondo lei? Oggi io ne sono convinto. Anche perché Moretti cominciò a comportarsi in modo strano... Lo avevamo accolto nelle Br, ma eravamo sempre tutti un po' diffidenti nei suoi confronti, giravano sempre delle chiacchiere sul suo conto, non era una persona limpidissima. Che cosa fece di "strano"? Quando nel maggio 1972 arrestarono Pisetta (il nostro primo infiltrato ufficiale), nel covo "prigione del popolo" di via Delfico a Milano, trovarono tutti i negativi delle fotografie che avevamo scattato a Macchiarini, il capo del personale della Sit Siemens sequestrato da noi nel marzo di quello stesso anno. Erano tutte foto che dovevano essere tutte distrutte (e che Moretti ci aveva garantito di avere distrutto), perché potevano consentire agli inquirenti l'identificazione dei compagni che avevano partecipato all'azione. E infatti, proprio sulla scorta di quelle foto, furono arrestati e inquisiti alcuni compagni. Voi gli chiedeste conto del suo comportamento? Si giustificò dicendo che si era sbagliato, le pellicole erano rimaste incollate tra di loro e lui non se n'era accorto... Poi ne fece un'altra. Sequestrammo un caporeparto e lui aveva il compito di preparare il cartello da appendergli al collo per la fotografia di rivendicazione. Lo fece. Solo che, invece di disegnare la stella a 5 punte, il nostro simbolo, ne aveva disegnata una a 6 punte, la stella di Davide. Disse che si era sbagliato... Ora mi chiedo se anche quello non fosse un messaggio a qualcuno, come il bigliettino sulla Maserati del capo Sit Siemens.... Ma se avevate un simile sospetto, non vi venne mai in mente di prendere delle contromisure? Non avevamo prove, ovviamente. E comunque, per noi, forse era più facile credere che Moretti fosse solo un gran pasticcione. Torniamo a Simioni. Lei é dunque convinto che avesse suoi infiltrati dentro le Br? Più che convinto. Oggi direi: certo. Anche perché, dopo il rientro di Moretti, ci fu un altro strano ritorno all'ovile: Prospero Gallinari. Si mise in contatto con noi nella primavera del 1973 e io andai ad incontrarlo alla stazione ferroviaria di Fiorenzuola d'Arda, vicino a Parma. Mi chiese di rientrare nelle Br: Simioni e i suoi sono degli intellettuali, mi disse, non combinano nulla. Così seppi da lui che cosa era successo, nel frattempo, alle "zie rosse". Avevano cambiato nome, si chiamavano "la ditta", teorizzavano e praticavano l'amore collettivo... L'amore collettivo? Erano i capi a formare le coppie, e potevano decidere all'improvviso di romperle per ricostituirle in modo diverso. Così Simioni esercitava un controllo pressoché totale sui militanti. Mi venne in mente il questionario che voleva farmi compilare Simioni e capii che cos'era "la ditta": una specie di setta dalla quale, una volta entrato, uno non poteva più uscire. Però Gallinari ne era uscito. Gallinari mi raccontò che alla fine del 1972 "la ditta" si era sciolta. I membri del gruppo dirigente (Simioni, Mulinaris, Berio, Troiano, Innocente Salvoni e la Tissot, gli stessi che poi avrebbero fondato a Parigi la famosa e famigerata scuola di lingue Hyperion) erano andati a vivere in una villa del Veneto. A tutti gli altri era stato detto: tornatevene a casa, riprendete la vita normale e infiltratevi nelle organizzazioni del movimento e della sinistra; quando sarà il momento, noi vi diremo che cosa dovrete fare. Se Gallinari le fece questa rivelazione, doveva essere sincero. Non le pare? Qualcosa doveva raccontarmi, per essere credibile. Altrimenti non lo avremmo ripreso nelle Br, e lui lo sapeva. Caratterialmente, Prospero era il prototipo dello stalinista: se il "partito" gli avesse chiesto di ammazzare la madre, lui lo avrebbe fatto. Quando tra noi parlavamo di lui, ci piaceva scherzare ricordando la famosa telefonata di Stalin a Bucharin, la notte prima che lo fucilassero: caro compagno Bucharin, gli disse Stalin piangendo, ti comunico che domani mattina sarai fucilato... Gallinari era così. Se Simioni, che aveva in pugno i suoi seguaci, gli avesse ordinato: vai lì e dì questo, lui l'avrebbe fatto senza discutere. Quali altri elementi ha, per ipotizzare un legame di Moretti e Gallinari con Simioni, anche dopo il loro ritorno a casa? Uno piccolo, ma credo molto significativo. Noi della prima generazione avevamo sempre chiamato tra di noi le Br l'"organizzazione". Molti anni dopo, alla fine del 1978, quando incontrai in carcere Azzolini e Bonisoli, mi colpì il fatto che loro, parlando delle Br, usassero tranquillamente il termine "la ditta". Gli chiesi come mai. Mi risposero che dopo la decimazione del gruppo storico, nel 1976 le Br vennero ristrutturate e da allora si era cominciato a chiamarle così. Di recente, leggendo una storia del Mossad, mi ha colpito il fatto che anche i suoi membri, quando parlavano del loro servizio segreto, lo definivano in gergo "la ditta"... Che cosa accadde dopo il rientro di Moretti e Gallinari nelle Br? Durante il sequestro Amerio, fummo contattati dal Mossad. Ci offrirono aiuto e protezione senza pretendere nulla in cambio: a loro bastava che noi esistessimo. Rifiutammo. Quale fu il canale utilizzato per arrivare a voi? Venne a parlarci Antonio Bellavita, direttore di Controinformazione, la rivista che fungeva da facciata legale delle Br (vi collaboravano anche Toni Negri, Emilio Vesce e altri che in seguito avrebbero fatto nascere l'Autonomia). Ci riferì il messaggio, spiegandoci che il tramite era un medico milanese... Il padre di Berio? Non credo... Bellavita, comunque, oggi é latitante a Parigi ed é certamente nel giro dell'Hyperion. Per una strana coincidenza, in quello stesso periodo, si mosse anche l'avvocato Alberto Malagugini, allora responsabile nazionale del settore problemi dello Stato del Pci, e che si diceva fosse molto legato all'Urss... Il suocero di Berio? Sì. Contattò me e Piero Morlacchi, che venivamo entrambi dal Pci, e ci fece questo discorso: guardate che per voi si stanno preparando tempi duri, se vi consegnate al giudice istruttore milanese Ciro De Vincenzo, che é un nostro amico, vi garantisco che ne uscirete puliti e ve ne tornerete a casa. Perché, secondo lei, Malagugini fece un passo del genere? Sapeva che stavano per prenderci, e non voleva ovviamente che saltasse fuori che molti brigatisti provenivano dal Pci. In quel periodo, il generale dalla Chiesa stava costituendo i nuclei antiterrorismo proprio con l'appoggio del Pci. Noi comunque non ci presentammo. Berio e sua moglie certamente sì; ne uscirono puliti e se ne andarono a Parigi, dove poi fondarono l'Hyperion, con Simioni e gli altri. Correva l'anno 1974... La vigilia della grande retata? Sì, cominciarono a scoprire i nostri covi e ad arrestare i compagni... E qui c'é un'altra storia inquietante che merita di essere raccontata. Nel novembre di quell'anno, scoprirono una nostra base a Robbiano di Mediglia, vicino Milano. Tra le altre cose, in quel covo, avevamo i materiali "sequestrati" nel maggio 1974 durante una nostra irruzione nella sede del Centro di Resistenza Democratica di Edgardo Sogno a Milano. Nell'ordinanza di rinvio a giudizio nei nostri confronti, il giudice Caselli a un certo punto scrisse: «...Assai singolare la presenza tra il materiale asportato al Crd di una fotografia di Dotti Roberto tolta dalla tomba di lui». Caselli era stupito che ci fosse tra le nostre cose una fotografia tolta da una lapide... Ammetterà che, in effetti, la circostanza é piuttosto strana? Si, ma io oggi sono in grado di spiegare quel particolare mai chiarito. Nell'aprile 1974 avevamo sequestrato il giudice genovese Sossi. In quei giorni compimmo un'altra azione clamorosa, "perquisimmo" la sede di Sogno, a Milano, e portammo via un sacco di roba. Una volta liberato Sossi, io e Mara Cagol cominciammo a studiarci le carte di Sogno. C'era un necrologio pubblicato sul Corriere della Sera a un anno dalla morte di questo Roberto Dotti, ed era firmato da Sogno e da altri suoi amici. "Strano", disse Mara... Che cosa c'era di strano? Mara mi fece questo racconto: "Quando stavo con Simioni, avevo l'incarico di raccogliere i questionari fatti compilare ai militanti. Un giorno, Corrado mi portò alla Terrazza Martini di Milano e mi fece parlare con una persona che si chiamava Roberto Dotti. Corrado mi disse che le schede avrei dovute consegnarle a questo Dotti e che a lui avrei potuto rivolgermi anche in caso di necessità, se avessi avuto bisogno di soldi o altro". La Cagol non chiese chi fosse il signor Dotti? Certamente, lo aveva incontrato un paio di volte. E lui le aveva raccontato la sua vita. Ex partigiano del Pci, aveva fatto parte della "Volante rossa", condannato per l'omicidio di un dirigente Fiat compiuto a Torino subito dopo la guerra, era fuggito a Praga. Rientrato in Italia, non si era più iscritto al Partito Comunista, perché non ne condivideva la linea ormai, a suo dire, troppo sbilanciata a destra. Ecco, questa era la sua biografia. E quando Mara vide il necrologio, si domandò se quel Dotti fosse lo stesso che aveva conosciuto lei. Allora ci sembrava strano, e sinceramente impossibile, che una persona con quella biografia potesse stare con Sogno! Nel dubbio, io dissi: Mara, vado al cimitero, a Milano, stacco la foto dalla lapide e te la porto. Così feci. Dopo averla vista, Mara non fu in grado di riconoscerlo con certezza. Anche perché lo aveva visto solo due volte, quattro anni prima. E poi ovviamente una foto presa da una tomba in genere non assomiglia molto alla persona viva. E così, quella foto rimase lì... in attesa di chiarimenti. Lei, dunque, oggi ipotizza che il Dotti del necrologio e il Dotti della Terrazza Martini consciuto dalla Cagol fossero la stessa persona? No, io non ipotizzo: oggi ne sono certo. E la certezza l'ho avuta dallo stesso Sogno tre anni fa, leggendo Testamento di un anticomunista, l'intervista che Aldo Cazzullo gli fece per la Mondadori. Ecco, leggo alle pagine 110 e 111. "Come si assicurò i servigi di Dotti?", gli chiede Cazzullo. La risposta di Sogno: "Me ne parlò Piero Rachetto, socialista, partigiano in Val di Susa, dirigente di Pace e Libertà a Torino. Rachetto aveva aiutato Dotti a fuggire a Praga. Al suo ritorno in Italia, me lo indicò come sostituto di Cavallo. Dotti lavorò con me fino alla chiusura di Pace e Libertà, nel '58. Poi gli trovai una sistemazione grazie al mio vecchio amico Adriano Olivetti, che avevo conosciuto anni prima negli ambienti liberali. Olivetti lo assunse a "Comunità". Quando tornai dalla Birmania per fare politica, nel '70, Dotti lavorava alla Martini e Rossi -era il direttore della Terrazza Martini di Milano- e guadagnava un milione al mese. Si licenziò e venne da me, a guadagnare la metà...". La sua conclusione, dunque? Sulla base di questo elemento, si può quanto meno ipotizzare l'esistenza di un legame tra Simioni e Sogno, attraverso Roberto Dotti. freccia rossa che punta in alto

Seconda Parte

Franceschini, la prima azione davvero eclatante delle BR fu il sequestro del giudice genovese Mario Sossi. Ma quella fu anche l'ultima azione a cui lei partecipò? Sì, era la primavera 1974, poi l'8 settembre di quello stesso anno mi arrestarono, con Curcio. Fui io a organizzare quell'operazione e a gestirla politicamente... Sa una cosa? Sono convinto che chi nel 1978, fra i brigatisti e nello Stato, gestì la vicenda Moro, aveva fatto tesoro del sequestro Sossi e lo aveva studiato attentamente. Analizzando nei dettagli il sequestro Sossi, credo infatti che si possa trovare una chiave interpretativa per decrittare almeno i passaggi più importanti del sequestro Moro. Da dove vuole cominciare? Dalla dinamica dell'azione. Sequestrammo Sossi il 18 aprile del 1974, a Genova. Il nucleo operativo era diviso in tre gruppi. Il primo (composto da quattro persone) "prese" il magistrato. Il secondo (due persone) funzionò da "copertura primaria", doveva cioè intervenire anche sparando se fosse intervenuto qualche elemento di "disturbo". Il terzo (io, Mara Cagol e Piero Bertolazzi) prese in consegna l'ostaggio e lo portò nella "prigione del popolo", che conoscevamo soltanto noi tre. C'erano poi altri compagni con ruoli di "copertura secondaria". In tutto parteciparono all'azione se non sbaglio 18 persone. Ora, tutti i partecipanti, anche grazie alle dichiarazioni di diversi pentiti, vennero poi identificati, arrestati, processati e condannati. Tutti, tranne uno... Chi? Francesco Marra, era uno dei componenti del primo gruppo, un ex paracadutista, il più addestrato militarmente di tutti noi. Anche in via Fani, quando presero Moro, c'era un killer molto addestrato che non è mai stato identificato... Appunto. E lei sa chi è? No. Torniamo a Marra. Perchè si salvò? Leggendo gli atti del processo Sossi, fui colpito dalla testimonianza di un compagno pentito, Alfredo Buonavita. Era uno dei quattro del primo gruppo, e ai magistrati aveva ricostruito i fatti con estrema precisione. Con un solo errore: tra i partecipanti all'azione, aveva omesso il nome di Marra, indicando al suo posto quello di Moretti, che però non aveva partecipato all'azione. Buonavita non poteva essersi sbagliato perché conosceva tutto nei dettagli: forse avrà voluto coprire Marra, pensai. Pensò la cosa più logica. Già. Solo che poi scoprii che Marra in realtà era già allora un infiltrato della polizia. Ruolo confermato addirittura da una sentenza del Tribunale di Milano, il 5 luglio 2001. A Buonavita chiesero dunque di non fare il nome di Marra? Per forza. Se Marra era un infiltrato, questo significa che la polizia, e quindi il Ministero degli Interni, sapeva che stavate preparando il sequestro Sossi e vi lasciò fare... È doloroso ammetterlo, ma è così. Marra però non sapeva dov'era la prigione di Sossi. Ma intuiva più o meno in che zona poteva essere e conosceva il tipo di auto (e targa) con la quale io e la Cagol ci muovevamo. E infatti, se si ricostruiscono le indagini dell'epoca, ci si accorge che erano indirizzate sulla base di informazioni precise che qualcuno certamente forniva agli inquirenti. Non vi fermarono, però subito dopo si misero in cerca di Sossi. Non le sembra che ci sia una contraddizione, in quello che lei dice? Non è detto che volessero liberare Sossi. È possibile che volessero soltanto scoprire dove lo tenevamo prigioniero: non potevano permettersi di non saperlo. E poi, che cosa accadde? Una settimana dopo il sequestro, Sossi ci pregò di far avere un biglietto alla moglie e al suo avvocato: chiedeva la sospensione delle indagini... Voleva che si trattasse per la sua liberazione? Sì, di fatto voleva proporre che si aprisse una trattativa. Ci fu una lunga discussione all'interno del nostro Comitato esecutivo, se recapitare o no quel biglietto di Sossi. Moretti era decisamente contrario, io del tutto favorevole. Alla fine Curcio si schierò con me e il messaggio fu recapitato. Come poi nel caso Moro, l'iniziativa partì dall'ostaggio? Sì, era lo stesso Sossi a trattare, non noi. Per questo accettammo. Voi sottoponeste l'ostaggio a un "processo". Quale fu il suo comportamento? Cominciò a collaborare, accettando di rispondere alle nostre domande, ma all'inizio senza sbilanciarsi troppo. Nel frattempo, era riuscito a stabilire un canale con l'esterno: tramite noi, faceva pervenire messaggi alla famiglia e all'avvocato. Quali erano i termini della trattativa? Una trattativa vera e propria, in realtà, non si era ancora aperta. Però accadde qualcosa che fece precipitare la situazione. Ai primi di maggio, 15 giorni dopo il sequestro, scoppiò una rivolta nel carcere di Alessandria. Alcuni detenuti comuni presero in ostaggio delle guardie e il generale Dalla Chiesa intervenne con i suoi neonati nuclei speciali antiterrorismo. La rivolta fu repressa nel sangue: ci furono 7 morti, tra detenuti e ostaggi. Un messaggio terribile per noi. Anche perché sui giornali si diceva apertamente che, una volta individuata la "prigione del popolo", i carabinieri avrebbero agito nello stesso modo. Qual è la lettura che lei ne darebbe, oggi? Quell'episodio potrebbe essere paragonato al falso comunicato n.7 sul Lago della Duchessa del sequestro Moro. Il presidente della DC lesse quel comunicato come una "macabra messinscena" del suo assassinio. Così Sossi vide nella strage di Alessandria una condanna a morte per tutti noi, lui compreso. Tra l'altro, il covo dove tenevamo l'ostaggio era a Tortona, a pochi chilometri da Alessandria. Ma poi ha avuto in qualche modo delle conferme di questa interpretazione? L'anno dopo, il numero due del Sid, Gian Adelio Maletti, rivelò che il generale Miceli gli aveva chiesto di preparare un'operazione speciale durante il sequestro Sossi: far sparire Gianbattista Lazagna, un ex partigiano comunista che simpatizzava per la lotta armata. E a quale scopo? Farlo passare come il capo delle Brigate Rosse. Dopo una settimana, in cui tutti si sarebbero chiesti che fine avesse fatto Lazagna, avrebbe dovuto esserci un blitz nel covo di Tortona. E in quell'operazione avrebbero dovuto ammazzarci tutti, noi brigatisti, Sossi...e lì avrebbero fatto trovare anche il cadavere di Lazagna, il "capo". Il piano non fu attuato perchè Maletti, a suo dire, si sarebbe rifiutato. Però, se Miceli fece quella proposta, significa che la "prigione del popolo" era in fase di individuazione o addirittura già stata individuata. Lei ha detto che l'episodio di Alessandria fece precipitare la situazione. Che cosa accadde? Ne parlammo con Sossi e lui ci disse: ora siamo tutti sulla stessa barca, o ci salviamo tutti o nessuno. E da quel momento cominciò a collaborare davvero. Vi rivelò dei segreti, come Moro? Sossi conosceva perfettamente i meccanismi del potere e ci fece avere delle informazioni da usare come arma di ricatto. Ci disse che lui era un uomo del Sid e che si addestrava all'uso delle armi. Ci rivelò i nomi dei due capi stazione del Sid a Genova con cui era in contatto. E ci raccontò la storia di un traffico d'armi in cambio di diamanti con un paese africano, che passava per la Questura di Genova. Precisamente per il capo della Squadra mobile, Catalano, uomo di fiducia di Taviani. Mettemmo tutto nero su bianco, in un volantino che scrissi proprio io: "Vi diciamo chi sono i veri delinquenti", lo intitolai, e lo rendemmo pubblico, con la richiesta della liberazione di un gruppo di compagni della Gap XXII Ottobre, il primo nucleo di lotta armata in Italia. Fu lo stesso Sossi a suggerirci la strada giuridica per chiedere la liberazione: una lettera, che scrisse lui, di suo pugno, al presidente della Corte d'Assise d'Appello di Genova. A quel punto si aprì una trattativa vera e propria? Sì... E ci fu anche un intermediario, come nel caso Moro? Ci contattò un intermediario che godeva della nostra fiducia. Ne può rivelare il nome? Ma sì, oggi, dopo quasi trentanni, lo posso dire... Era Corrado Corghi, un professore universitario di Reggio Emilia molto legato alla Chiesa... Il Corghi ex presidente dell'Azione Cattolica? Lui, si. Era stato anche segretario regionale della Dc in Emila e a Reggio. Amico di Dossetti e di La Pira, aveva abbandonato la Dc verso la metà degli anni Sessanta ed era uno degli animatori dei cattolici del dissenso. E perchè godeva della vostra fiducia? Era un estimatore di Cuba, amico personale di Fidel Castro e del Che Guevara. Era ambasciatore itinerante del Vaticano in America Latina. Tra l'altro, aveva trattato per conto del Vaticano anche la liberazione di Regis Debray, quando lo scrittore francese amico del Che venne catturato dalla polizia boliviana. Conoscevamo Corghi e Corghi conosceva me. Perciò, quando ci contattò, Renato ed io accettammo subito il rapporto. Per conto di chi trattava, questa volta? Per conto del Vaticano. Ci incontrammo con lui tre volte, a Roma, in alcune chiese. Nel primo incontro ci prospettò una possibile via d'uscita. Noi avremmo liberato Sossi. E in cambio, i compagni della XXII Ottobre sarebbero stati ospitati nella legazione cubana in Vaticano... Anche Moro doveva essere liberato in Vaticano... Assolutamente credibile... Noi dicemmo che eravamo d'accordo e lo incoraggiammo a proseguire. Al secondo appuntamento, qualche giorno dopo, Corghi arrivò sorridente. Disse che la trattativa aveva raggiunto un risultato positivo, perchè Cuba era disposta ad accogliere i nostri compagni. "Stasera potete festeggiare", ci disse. Io tornai nella prigione del popolo con una bottiglia di barolo e brindammo insieme a Sossi. Anche nel caso Moro ci fu un momento in cui il prigioniero era convinto che sarebbe stato liberato... Che cosa accadde, poi, con Sossi? Sembrava tutto a posto. Ma dopo due o tre giorni, l'intermediario ci riconvocò. Ma non sorrideva più. Ci disse che non se ne sarebbe fatto più nulla, perchè i cubani si erano tirati indietro. Come mai? Era intervenuto il Pci, Berlinguer in persona aveva fatto pressione su Fidel Castro. Corghi ci disse anche che, per il disturbo, Berlinguer aveva promesso a Fidel una fornitura dalla Fiat di 50 trattori. Ci avevano venduti per 50 trattori! Come per Moro: mentre il Vaticano trattava, lo Stato e la politica si irrigidivano. Proprio così. La Corte d'Assise d'Appello di Genova, come aveva suggerito lo stesso Sossi, aveva deciso la liberazione dei nostri compagni. Ma il Procuratore Capo Coco aveva fatto ricorso in Cassazione contro quella sentenza; e nel frattempo, per impedire che uscissero, Taviani aveva fatto circondare dalla polizia le carceri in cui erano detenuti i compagni della XXII Ottobre. E quali furono i riflessi al vostro interno? Ci riunimmo per decidere che cosa fare, io, Curcio e Moretti. Secondo Moretti, Sossi doveva essere ucciso. Io, invece, ero di parere opposto. La discussione tra me e Moretti fu durissima. Alla fine, fu decisa una mediazione: avremmo consultato i comandanti delle brigate per conoscere il loro parere. Se era vero che i servizi avevano già individuato la prigione, come voi sospettavate, non c'era molto tempo. Il punto, infatti, era proprio questo. Tornai alla prigione e analizzai la situazione con gli altri due compagni. Da una serie di indizi, era chiaro che il covo era stato individuato. Quali indizi? Un elicottero era passato più volte a volo radente sul tetto della villetta dove eravamo noi. E poi, quel posto completamente isolato nella campagna, fino a quel momento deserto, era improvvisamente diventato meta di strani ciclisti e coppiette. Sapevamo dunque che presto sarebbero arrivati e ci avrebbero ammazzati tutti. Ma perchè volevano Sossi morto? Perchè aveva parlato, suppongo... Non c'era tempo da perdere e decidemmo io, Marra e Bertolazzi, autonomamente, senza dir niente a nessuno. Fu un colpo di mano. Truccammo Sossi, come lui stesso ci aveva suggerito, lo portammo a Milano e lo liberammo alla stazione. Lui, senza avvisare nessuno, salì su un treno e tornò a Genova, dove si consegnò, nella sorpresa generale, alla Guardia di Finanza: dei carabinieri e della polizia, ci aveva detto, non si fidava. Quali conseguenze ebbe, nelle Br, il vostro colpo di mano? Si aprì un duro confronti tra quelli che erano per la liberazione di Sossi, e i "duri" che lo avrebbero voluto uccidere. La maggioranza dei compagni era comunque convinta che la liberazione di Sossi fosse stata una vittoria politica delle Br. E Moretti, cosa fece? Io dissi che uno come Moretti non poteva restare nell'Esecutivo, perchè si era rivelato del tutto incapace di gestire politicamente la situazione: era troppo rigido e schematico, incapace di capire le dinamiche dei fatti. Così chiesi che fosse convocata una nuova Direzione Strategica per eleggere un nuovo Comitato esecutivo, senza Moretti. Era l'agosto del '74, se non ricordo male. Il 7 settembre, in una casa di Parma, ci incontrammo io, Renato e Moretti per fissare la data della riunione della Direzione strategica, il 22 settembre. Moretti non reagi? In quell'incontro, mi sorprese. Disse che avevamo ragione noi, e ammise la sua incapacità politica. Di più: ci anticipò che nella Direzione strategica avrebbe lui stesso chiesto di uscire dall'Esecutivo per tornare a lavorare in una brigata di fabbrica. Fu un gesto, diciamo, di grande umiltà, il suo. Lo pensammo subito anche Curcio ed io. Solo che, il giorno dopo quell'incontro a Parma, io e Renato venimmo arrestati alla stazione di Pinerolo. E Moretti, che era stato avvertito da una telefonata anonima di quello che sarebbe accaduto, non fece praticamente nulla per avvertirci. La riunione della direzione strategica si tenne ugualmente? Sì, alla data fissata. Un anno dopo, in carcere, seppi quello che era accaduto. Moretti non chiese di andare a lavorare in fabbrica, non si dimise dall'Esecutivo. Ci attaccò, sostenendo che Curcio e Franceschini erano degli ingenui, due che giocavano a fare la rivoluzione, mentre bisognava cominciare a fare sul serio. Nel 1976, i compagni che avevano partecipato alla prima fase dell'esperienza brigatista vennero arrestati tutti. Tutti, tranne Moretti che diventò il capo assoluto e indiscusso delle Brigate Rosse. O meglio di quello che continuava a chiamarsi Brigate Rosse. Quale lezione conclusiva si sente di trarre? Ci fecero fuori e si appropriarono di un "marchio" che aveva già una buona posizione sul mercato. Come si fa nelle borse: se c'è un'azienda giovane con prospettive, arrivano i vari finanzieri e fanno la scalata. Ma io, purtroppo, l'ho capito solo dieci anni dopo.