Da: "La globalizzazione della povertà", di Michael Chossudovsky [1], Edizioni Gruppo Abele, 1998, pp. 38 e 39.
Trascritto da Marco Saba

L'ideologia politica altera le cause della povertà globale

Il discorso economico dominante ha, sin dai primi anni Ottanta, rinsaldato la propria autorità presso le istituzioni accademiche e di ricerca in tutto il mondo: l'analisi critica viene vigorosamente rintuzzata, la realtà economica e sociale deve essere osservata attraverso un unico insieme di relazioni economiche fittizie, che serve a occultare i meccanismi del sistema economico globale. Le dottrine economiche correnti producono la teoria senza i fatti ("teoria pura") e i fatti senza la teoria ("economia applicata"). Il dogma economico dominante non ammette dissensi, né discussioni sui propri fondamentali principi teorici: la funzione primaria delle università è quella di creare una generazione di economisti leali e fidati, che siano incapaci di svelare le basi sociali dell'economia mondiale di mercato. Analogamente, gli intellettuali del Terzo Mondo sempre più spesso vengono arruolati a sostegno dei principi neoliberali; l'internazionalizzazione delle "scienze" economiche appoggia senza riserve il processo di ristrutturazione economica globale.
Tale dogma neoliberale "ufficiale" genera anche un "principio antagonista" che incarna un discorso etico di alta moralità, il quale si concentra sullo "sviluppo sostenibile" e "l'alleviamento della povertà", ma nel frattempo distorce e "stilizza" le questioni politiche relative alla povertà, alla difesa dell'ambiente, ai diritti sociali delle donne. Questa "controideologia" raramente contesta le ricette della politica neoliberale. Essa si sviluppa insieme e in accordo, piuttosto che in opposizione, con il dogma neoliberale ufficiale.
All'interno di questa controideologia (generosamente finanziata dagli istituti di ricerca) gli studiosi dello sviluppo trovano una nicchia confortevole. Il loro ruolo è quello di creare (in questo discorso antagonista) una parvenza di dibattito critico senza discutere le basi sociali del sistema globale di mercato. La Banca mondiale a questo proposito gioca un ruolo chiave, promuovendo ricerche sulla povertà e sulle cosiddette "dimensioni sociali dell' "aggiustamento". Questo centro etico e le sue categorie implicite (ad esempio l'alleviamento della povertà, le questioni sessuali, la giustizia, ecc.) danno un "volto umano" alle istituzioni di Bretton Woods e una parvenza di impegno per i cambiamenti sociali. Tuttavia, giacché tale analisi è funzionalmente tenuta separata dalla conoscenza delle riforme macroeconomiche, di rado costituisce una minaccia nei confronti del programma economico neoliberale.

La manipolazione delle cifre sulla povertà globale

Mentre le differenze sociali e di reddito fra e nelle nazioni si sono allargate, la realtà della povertà nel mondo viene sempre più spesso occultata dalla manipolazione delle statistiche sul reddito.
La Banca mondiale "stima" che il 18 per cento del Terzo Mondo sia "estremamente povero" e il 33 per cento "povero". In un importante studio della Banca monsiale, usato come referente nelle pubblicazioni sulla povertà globale, la "linea massima di povertà" viene arbitrariamente collocata sotto il reddito pro capite di 1 dollaro USA al giorno, che corrisponde al reddito annuo pro capite di 370 dollari USA [2]. I gruppi di persone nei singoli paesi con un reddito pro capite superiore a 1 dollaro al giorno sono arbitrariamente classificati come "non poveri". In altre parole, tramite la manipolazione delle statistiche sul reddito, le cifre della Banca mondiale tornano utili per rappresentare i poveri nei paesi in via di sviluppo come un gruppo minoritario.
I parametri doppi abbondano nella "misura scientifica" della povertà. La Banca mondiale, per esempio, "stima" che nell'America Latina e nei Caraibi solo il 19 per cento della popolazione sia "povero": un'alterazione grossolana, allorché sappiamo per certo che negli Stati Uniti (con un reddito annuo pro capite di circa 20.000 dollari) un americano su cinque viene definito (dall'Ufficio del censimento) sotto il livello di povertà [3].

Note:

1] Michael Chossudovsky è docente di economia all'Università di Ottawa.

2] Cfr. World Bank, World Development Report 1990, Poverty, Washington DC 1990.

3] L'ufficio del censimento degli Stati Uniti stimò (in base al raggiungimento di un minimo alimentare) il livello di povertà degli Stati Uniti al 18,2 per cento nel 1996; cfr. B.E. Kaufman, The Economics of Labor and Labor Markets, Orlando 1989, p. 649. Stime ufficiali più recenti attestano il livello di povertà nell'ordine del 20 per cento.



Nota dello scrivente: si assiste nel campo economico a qualcosa di molto simile a ciò che avviene nel campo della medicina che si occupa delle malattie create dalla contaminazione radioattiva, dalle radiazioni nucleari (cancro, AIDS, etc.). Alla scienza pura si sostituisce la propaganda, come se fosse sufficiente mascherare le cause per eliminare gli effetti. I professori di medicina e gli economisti, novelli Goebbels, ci insegnano "di stare tranquilli, che va tutto bene". Aumentano le vendite di prosciutto da applicare sui bulbi oculari.