28 maggio 2003
FRANCESCHINI E LA STORIA DELLE BR SU DAGOSPIA
STORIA INEDITA DELLE BRIGATE ROSSE SVELATA DA UN EX BRIGATISTA DALLA
NASCITA AL SEQUESTRO SOSSI FINO AL SUPERCLAN HYPERION CORRADO SIMIONI,
IL "GRANDE VECCHIO" CHE S'IMPOSSESSO' DELLE BR.
Corrado Simioni, uno dei fondatori delle Brigate Rosse e poi della
scuola di lingue Hyperion, schedava i suoi compagni per conto di
Roberto Dotti, il braccio destro di Edgardo Sogno. Di più: Dotti
era l'uomo a cui i brigatisti dovevano rivolgersi in caso di bisogno.
Lo rivela Alberto Franceschini, fondatore con Curcio delle Br, alle
spalle 18 anni di carcere, oggi dirigente dell'Arci a Roma,
ricostruendo per Dagospia, una storia inedita delle Br, dalla nascita
al sequestro Sossi. Il suo è il racconto di una scalata: quella
tentata da Simioni e dal suo Superclan ai vertici dell'organizzazione
terroristica. E riuscita, grazie all'aiuto di due fedelissimi come
Mario Moretti e Prospero Gallinari. Prima parte. Giovanni Fasanella
intervista Alberto Franceschini. Innanzitutto, Franceschini, può
datare con precisione la nascita delle Brigate Rosse: 1969 o 1970?
Contrariamente a quanto spesso si dice, sono nate nell'agosto 1970, nel
convegno di Pecorile, in provincia di Reggio Emilia. Nel novembre del
1969, a Chiavari, si tenne invece l'assemblea costitutiva del Cpm, il
Collettivo politico metropolitano: come dire?, il papà delle Br.
Su quale programma politico nacque il Cpm? L'uso della violenza
rivoluzionaria. Il Cpm era per la violenza di avanguardie, e questo lo
differenziava dagli altri gruppi come Potere Operaio e Lotta Continua,
che erano invece per la violenza più legata ai movimenti di
massa. Chi stava nel Cpm sapeva che presto sarebbe entrato nella
clandestinità. Chi c'era, a Chiavari? Cominciamo dal gruppo di
Renato Curcio. Erano soprattutto studenti dell'Università di
Trento. Tra questi, Duccio Berio, figlio di un medico milanese legato
al Mossad (secondo la voce del popolo, mai confermata) e genero del
senatore comunista Alberto Malagugini; Vanni Mulinaris, figlio del
proprietario del famoso pastificio friulano. Poi uno che chiamavamo
"Pirellino", perchè nipote di Leopoldo Pirelli; un altro, di cui
non ricordo il nome...Israel, mi pare, e che oggi dovrebbe lavorare in
ambienti della Confindustria. E poi, Italo Saugo, detto il "nonno" per
la sua età "avanzata" (aveva circa 35 anni), ex tenente degli
alpini e fratello di un esponete neonazista militante di Ordine Nuovo a
Tiene (Trento). Tutti rampolli dell'alta borghesia, Curcio era il
più povero: figlio non riconosciuto del fratello di Luigi Zampa,
il regista. Politicamente, Renato aveva un percorso accidentato: fino
ai vent'anni circa aveva militato in Europa Civiltà,
un'organizzazione di estrema destra; poi, a Trento, aveva aderito al
Partito Comunista marxista-leninista (Linea rossa) Può
completare la foto di gruppo di quel convegno? C'eravamo noi di Reggio
Emilia, i più numerosi, tutti di provenienza Pci: oltre a me,
Prospero Gallinari, Fabrizio Pelli, Roberto Ognibene, Tonino Paroli,
Attilio Casaletti, Ivan Maletti. Poi, un gruppo di tecnici della Sit
Siemens di Milano, tra cui Mario Moretti, allora iscritto alla Fim
Cisl. Un nutrito gruppo di operai dei CUB della Pirelli e dell'Alfa
Romeo, un gruppo di lavoratori-studenti che facevano capo a Franco
Troiano. Infine, un gruppo di ingegneri dell'IBM, che facevano
riferimento a Corrado Simioni... Può darci un ritratto di
Simioni? Aveva fondato un'agenzia di informazioni, il Cip (Centro di
Informazione Politica) e diceva di lavorare alla Mondadori, ma che cosa
facesse esattamente, non è mai stato molto chiaro. Noi lo
chiamavamo "l'inglese", per la sua eccentricità (con riferimento
all'omonimo personaggio del film di Gillo Pontecorvo "Quemada"). Era il
più anziano di tutti, girava in Maserati e dimostrava di avere
un sacco di soldi. Quali erano i suoi rapporti con Curcio? Dopo
Chiavari, loro due divennero subito i leader del Cpm. Anche se con
compiti diversi. Curcio era il leader pubblico, l'uomo delle assemblee.
Simioni, invece, amava starsene nell'ombra, preferiva lavorare dietro
le quinte: aveva soldi e relazioni, e aveva il compito di preparare la
rete logistica necessaria per il passaggio alla clandestinità
del Cpm. La distinzione di ruoli tra Curcio e Simioni era in qualche
modo concordata o subita da uno dei due? A quel tempo concordata, ne
sono assolutamente certo. Può darci un ritratto anche del
Moretti di allora? Schivo, riservato, anche lui si dava l'aria di uno
che preferiva starsene dietro le quinte. Come Simioni. E infatti era un
suo uomo di fiducia, uno dei principali referenti per il suo progetto
di costruzione della rete logistica. Moretti, però,
lasciò il Cpm nella primavera del 1970. In un manifesto, affisso
nella nostra sede, spiegò che si era rotto le balle della
trafila di discussioni, che noi eravamo dei perditempo, mentre
bisognava passare subito all'azione. Da quel momento, scomparve. A
Pecorile, dunque, Moretti non c'era? No. Lì vinse la linea
Curcio-Simioni -anche se il loro sodalizio non sarebbe durato a lungo-
e si decise il passaggio alla clandestinità in tempi brevi.
L'"ala destra" del Cpm, sconfitta, se ne andò per confluire poi
in Lotta Continua. Quando e perchè cominciò ad incrinarsi
il rapporto tra Curcio e Simioni? Appena un mese dopo il convegno di
Pecorile. A causa di una serie di episodi parecchio inquietanti. Dopo
Pecorile. mi trasferii da Reggio a Milano e andai ad abitare proprio a
casa di Simioni, con la moglie, i figli, Mulinaris, Troiano e la
moglie, Maurizio Ferrari. Simioni fece una serie di cose che non
andavano bene. Per esempio? Appena arrivato a casa sua, voleva che
compilassi un questionario sulla mia vita privata, con domande anche
molto intime... E perchè doveva dargli quelle informazioni?
Glielo chiesi, appunto. Mi rispose che era per una prova di fiducia nei
suoi confronti da parte mia. Allora gli dissi che l'avrei fatto solo se
lui avesse dato a me informazioni altrettanto dettagliate sulla sua
vita privata... e così non se ne fece niente. Lei però
rimase a vivere in quella specie di comune? Si, ma non per molto. La
rottura sarebbe avvenuta di lì a poco. Renato ed io proponevamo
di colpire personaggi-simbolo legati alla realtà di fabbrica, ma
colpendoli nelle "cose" - le loro auto -senza uccidere e firmando le
azioni BR. La visione di Simioni, invece, era più legata al
contesto internazionale e prevedeva l'assassinio. Per esempio, voleva
che ammazzassimo Junio Valerio Borghese, durante una manifestazione
neofascista a Trento alla fine di ottobre 1970, facendone ricadere la
colpa su Lotta Continua. E un'altra volta ci propose di uccidere due
ufficiali della Nato, a Napoli. Ci rifiutammo. Rompeste in
quell'occasione? Non ancora. Ci furono altre cose strane. Un giorno,
per esempio, ci fece conoscere una donna che presentò come la
sua segretaria. Aggiunse -particolare poi risultato vero- che era stata
anche una collaboratrice di Manlio Brosio alla Nato. Ci fece credere
che eravamo così potenti da infiltrarci persino nella Nato... E
non vi venne subito il sospetto che poteva essere vero anche il
contrario? In effetti, cominciammo a diffidare di Simioni. Pochi giorni
dopo quell'episodio, se ne verificò un altro che mandò in
bestia Renato. Eravamo seduti su una panchina, in un paesino
dell'entroterra ligure, io, Curcio e Simioni. Avevamo comprato il
giornale La Notte e lo stavamo sfogliando, quando ci accorgemmo che
Corrado era impallidito. Lo aveva turbato la notizia di una donna
saltata in aria mentre stava preparando un attentato contro
l'ambasciata americana ad Atene. Corrado ci rivelò che
quell'attentato lo aveva organizzato lui e che la donna era una sua
amante. Ci arrabbiamo, ma niente in confronto a quello che provammo
quando Mara Cagol, la moglie di Renato, confessò al marito che,
al posto di quella donna, doveva esserci lei. Senza dir nulla a Curcio,
Corrado l'aveva cooptata nella sua rete, che allora chiamavamo -e non
mi chieda la ragione, perchè non la conosco- le "zie rosse".
Renato non volle più sentir ragioni e decidemmo di separarci da
Simioni. Avvenne tutto in modo indolore? Avevamo parecchi debiti con le
tipografie (allora facevamo una rivista chiamata "Sinistra
proletaria"), diversi milioni di lire, davvero tanto a quell'epoca. E
gli accordi, quando decidemmo di separarci, erano che a pagarli fosse
Simioni. Lui non battè ciglio, chiese solo un po' di tempo,
perchè teneva i soldi in una cassetta di sicurezza in... Grecia.
In Grecia? Trasecolammo, quando ce lo disse: la cassa del Cpm, di
fatto, era sotto la protezione del regime dei colonnelli! Comunque, poi
pagò, e se ne andò. Era il novembre del 1970. Chiedemmo
un incontro a Adriano Sofri e Oreste Scalzone, dirigenti
rispettivamente di Lotta Continua e Potere Operaio. Ci sembrava giusto
informarli sull'accaduto e li mettemmo in guardia: attenti, Simioni
è un agente della Cia! Come reagirono? Presero atto. E Simioni,
che fine fece? Avevamo deciso di ammazzarlo. Io e Mara, che ci eravamo
assunti l'incarico, lo cercammo a lungo, ma lui si era dileguato. Quali
conseguenze provocò, nelle BR, la rottura con Simioni? Ci fu una
spaccatura e molti andarono via con lui: Berio, Mulinaris, Troiano, la
maggioranza dei lavoratori-studenti, gli ingegneri dell'IBM, una parte
dei "reggiani" tra cui Gallinari e Ivan Maletti. Quindi Simioni
mantenne attiva la rete delle "zie rosse" anche dopo la vostra
separazione? Sì, il Superclan. Lo avevamo ribattezzato
così perchè teorizzavano un livello di
clandestinità ancora più elevato e impenetrabile di
quello delle Brigate Rosse. Mi viene in mente un episodio che risale al
periodo in cui vivevo con Simioni. Un giorno mi aveva mostrato un
tabulato da computer con grafici e proiezioni. Erano delle simulazioni
di scenari su cui aveva costruito un percorso politico. "Nel 1974 -mi
spiegò- ci sarà una grave crisi economica ed esploderanno
forti tensioni sociali. Noi ora lavoriamo sotto traccia per costruire
una rete logistica molto forte, con infiltrati in tutte le
organizzazioni del movimento e della sinistra. E quando arriverà
il momento, grazie al lavoro dei nostri uomini, noi saremo egemoni e in
grado di innalzare il livello dello scontro..." Moretti aveva mantenuto
i rapporti con il Superclan? Che notizie avevate di lui? Stranamente si
rifece vivo con noi poco dopo che Simioni se n'era andato. Nel gennaio
del 1971 bruciammo 5-6 camion sulla pista prove della Pirelli, a
Lainate. Fu la nostra prima azione clamorosa e i giornali ci dedicarono
dei titoloni: si erano accorti delle Br. Un paio di mesi dopo, alla Sit
Siemens, venne lasciato un biglietto sulla Maserati di un capo. C'era
scritto: «Questa macchinetta durerà finché lo
vogliamo noi. Firmato: Brigate Rosse». Non eravamo stati noi a
metterlo, ma qualcun altro. Era un messaggio, pensammo. E infatti,
qualche giorno dopo riapparve Moretti, voleva incontrarci. Ci andai io,
all'incontro. Mi disse che aveva fondato un suo gruppo e che voleva
entrare nelle Br. Era l'aprile del 1971, quando cominciò a
collaborare con noi. Era stato Simioni a dirgli di tornare, secondo
lei? Oggi io ne sono convinto. Anche perché Moretti
cominciò a comportarsi in modo strano... Lo avevamo accolto
nelle Br, ma eravamo sempre tutti un po' diffidenti nei suoi confronti,
giravano sempre delle chiacchiere sul suo conto, non era una persona
limpidissima. Che cosa fece di "strano"? Quando nel maggio 1972
arrestarono Pisetta (il nostro primo infiltrato ufficiale), nel covo
"prigione del popolo" di via Delfico a Milano, trovarono tutti i
negativi delle fotografie che avevamo scattato a Macchiarini, il capo
del personale della Sit Siemens sequestrato da noi nel marzo di quello
stesso anno. Erano tutte foto che dovevano essere tutte distrutte (e
che Moretti ci aveva garantito di avere distrutto), perché
potevano consentire agli inquirenti l'identificazione dei compagni che
avevano partecipato all'azione. E infatti, proprio sulla scorta di
quelle foto, furono arrestati e inquisiti alcuni compagni. Voi gli
chiedeste conto del suo comportamento? Si giustificò dicendo che
si era sbagliato, le pellicole erano rimaste incollate tra di loro e
lui non se n'era accorto... Poi ne fece un'altra. Sequestrammo un
caporeparto e lui aveva il compito di preparare il cartello da
appendergli al collo per la fotografia di rivendicazione. Lo fece. Solo
che, invece di disegnare la stella a 5 punte, il nostro simbolo, ne
aveva disegnata una a 6 punte, la stella di Davide. Disse che si era
sbagliato... Ora mi chiedo se anche quello non fosse un messaggio a
qualcuno, come il bigliettino sulla Maserati del capo Sit Siemens....
Ma se avevate un simile sospetto, non vi venne mai in mente di prendere
delle contromisure? Non avevamo prove, ovviamente. E comunque, per noi,
forse era più facile credere che Moretti fosse solo un gran
pasticcione. Torniamo a Simioni. Lei é dunque convinto che
avesse suoi infiltrati dentro le Br? Più che convinto. Oggi
direi: certo. Anche perché, dopo il rientro di Moretti, ci fu un
altro strano ritorno all'ovile: Prospero Gallinari. Si mise in contatto
con noi nella primavera del 1973 e io andai ad incontrarlo alla
stazione ferroviaria di Fiorenzuola d'Arda, vicino a Parma. Mi chiese
di rientrare nelle Br: Simioni e i suoi sono degli intellettuali, mi
disse, non combinano nulla. Così seppi da lui che cosa era
successo, nel frattempo, alle "zie rosse". Avevano cambiato nome, si
chiamavano "la ditta", teorizzavano e praticavano l'amore collettivo...
L'amore collettivo? Erano i capi a formare le coppie, e potevano
decidere all'improvviso di romperle per ricostituirle in modo diverso.
Così Simioni esercitava un controllo pressoché totale sui
militanti. Mi venne in mente il questionario che voleva farmi compilare
Simioni e capii che cos'era "la ditta": una specie di setta dalla
quale, una volta entrato, uno non poteva più uscire. Però
Gallinari ne era uscito. Gallinari mi raccontò che alla fine del
1972 "la ditta" si era sciolta. I membri del gruppo dirigente (Simioni,
Mulinaris, Berio, Troiano, Innocente Salvoni e la Tissot, gli stessi
che poi avrebbero fondato a Parigi la famosa e famigerata scuola di
lingue Hyperion) erano andati a vivere in una villa del Veneto. A tutti
gli altri era stato detto: tornatevene a casa, riprendete la vita
normale e infiltratevi nelle organizzazioni del movimento e della
sinistra; quando sarà il momento, noi vi diremo che cosa dovrete
fare. Se Gallinari le fece questa rivelazione, doveva essere sincero.
Non le pare? Qualcosa doveva raccontarmi, per essere credibile.
Altrimenti non lo avremmo ripreso nelle Br, e lui lo sapeva.
Caratterialmente, Prospero era il prototipo dello stalinista: se il
"partito" gli avesse chiesto di ammazzare la madre, lui lo avrebbe
fatto. Quando tra noi parlavamo di lui, ci piaceva scherzare ricordando
la famosa telefonata di Stalin a Bucharin, la notte prima che lo
fucilassero: caro compagno Bucharin, gli disse Stalin piangendo, ti
comunico che domani mattina sarai fucilato... Gallinari era
così. Se Simioni, che aveva in pugno i suoi seguaci, gli avesse
ordinato: vai lì e dì questo, lui l'avrebbe fatto senza
discutere. Quali altri elementi ha, per ipotizzare un legame di Moretti
e Gallinari con Simioni, anche dopo il loro ritorno a casa? Uno
piccolo, ma credo molto significativo. Noi della prima generazione
avevamo sempre chiamato tra di noi le Br l'"organizzazione". Molti anni
dopo, alla fine del 1978, quando incontrai in carcere Azzolini e
Bonisoli, mi colpì il fatto che loro, parlando delle Br,
usassero tranquillamente il termine "la ditta". Gli chiesi come mai. Mi
risposero che dopo la decimazione del gruppo storico, nel 1976 le Br
vennero ristrutturate e da allora si era cominciato a chiamarle
così. Di recente, leggendo una storia del Mossad, mi ha colpito
il fatto che anche i suoi membri, quando parlavano del loro servizio
segreto, lo definivano in gergo "la ditta"... Che cosa accadde dopo il
rientro di Moretti e Gallinari nelle Br? Durante il sequestro Amerio,
fummo contattati dal Mossad. Ci offrirono aiuto e protezione senza
pretendere nulla in cambio: a loro bastava che noi esistessimo.
Rifiutammo. Quale fu il canale utilizzato per arrivare a voi? Venne a
parlarci Antonio Bellavita, direttore di Controinformazione, la rivista
che fungeva da facciata legale delle Br (vi collaboravano anche Toni
Negri, Emilio Vesce e altri che in seguito avrebbero fatto nascere
l'Autonomia). Ci riferì il messaggio, spiegandoci che il tramite
era un medico milanese... Il padre di Berio? Non credo... Bellavita,
comunque, oggi é latitante a Parigi ed é certamente nel
giro dell'Hyperion. Per una strana coincidenza, in quello stesso
periodo, si mosse anche l'avvocato Alberto Malagugini, allora
responsabile nazionale del settore problemi dello Stato del Pci, e che
si diceva fosse molto legato all'Urss... Il suocero di Berio?
Sì. Contattò me e Piero Morlacchi, che venivamo entrambi
dal Pci, e ci fece questo discorso: guardate che per voi si stanno
preparando tempi duri, se vi consegnate al giudice istruttore milanese
Ciro De Vincenzo, che é un nostro amico, vi garantisco che ne
uscirete puliti e ve ne tornerete a casa. Perché, secondo lei,
Malagugini fece un passo del genere? Sapeva che stavano per prenderci,
e non voleva ovviamente che saltasse fuori che molti brigatisti
provenivano dal Pci. In quel periodo, il generale dalla Chiesa stava
costituendo i nuclei antiterrorismo proprio con l'appoggio del Pci. Noi
comunque non ci presentammo. Berio e sua moglie certamente sì;
ne uscirono puliti e se ne andarono a Parigi, dove poi fondarono
l'Hyperion, con Simioni e gli altri. Correva l'anno 1974... La vigilia
della grande retata? Sì, cominciarono a scoprire i nostri covi e
ad arrestare i compagni... E qui c'é un'altra storia inquietante
che merita di essere raccontata. Nel novembre di quell'anno, scoprirono
una nostra base a Robbiano di Mediglia, vicino Milano. Tra le altre
cose, in quel covo, avevamo i materiali "sequestrati" nel maggio 1974
durante una nostra irruzione nella sede del Centro di Resistenza
Democratica di Edgardo Sogno a Milano. Nell'ordinanza di rinvio a
giudizio nei nostri confronti, il giudice Caselli a un certo punto
scrisse: «...Assai singolare la presenza tra il materiale
asportato al Crd di una fotografia di Dotti Roberto tolta dalla tomba
di lui». Caselli era stupito che ci fosse tra le nostre cose una
fotografia tolta da una lapide... Ammetterà che, in effetti, la
circostanza é piuttosto strana? Si, ma io oggi sono in grado di
spiegare quel particolare mai chiarito. Nell'aprile 1974 avevamo
sequestrato il giudice genovese Sossi. In quei giorni compimmo un'altra
azione clamorosa, "perquisimmo" la sede di Sogno, a Milano, e portammo
via un sacco di roba. Una volta liberato Sossi, io e Mara Cagol
cominciammo a studiarci le carte di Sogno. C'era un necrologio
pubblicato sul Corriere della Sera a un anno dalla morte di questo
Roberto Dotti, ed era firmato da Sogno e da altri suoi amici. "Strano",
disse Mara... Che cosa c'era di strano? Mara mi fece questo racconto:
"Quando stavo con Simioni, avevo l'incarico di raccogliere i
questionari fatti compilare ai militanti. Un giorno, Corrado mi
portò alla Terrazza Martini di Milano e mi fece parlare con una
persona che si chiamava Roberto Dotti. Corrado mi disse che le schede
avrei dovute consegnarle a questo Dotti e che a lui avrei potuto
rivolgermi anche in caso di necessità, se avessi avuto bisogno
di soldi o altro". La Cagol non chiese chi fosse il signor Dotti?
Certamente, lo aveva incontrato un paio di volte. E lui le aveva
raccontato la sua vita. Ex partigiano del Pci, aveva fatto parte della
"Volante rossa", condannato per l'omicidio di un dirigente Fiat
compiuto a Torino subito dopo la guerra, era fuggito a Praga. Rientrato
in Italia, non si era più iscritto al Partito Comunista,
perché non ne condivideva la linea ormai, a suo dire, troppo
sbilanciata a destra. Ecco, questa era la sua biografia. E quando Mara
vide il necrologio, si domandò se quel Dotti fosse lo stesso che
aveva conosciuto lei. Allora ci sembrava strano, e sinceramente
impossibile, che una persona con quella biografia potesse stare con
Sogno! Nel dubbio, io dissi: Mara, vado al cimitero, a Milano, stacco
la foto dalla lapide e te la porto. Così feci. Dopo averla
vista, Mara non fu in grado di riconoscerlo con certezza. Anche
perché lo aveva visto solo due volte, quattro anni prima. E poi
ovviamente una foto presa da una tomba in genere non assomiglia molto
alla persona viva. E così, quella foto rimase lì... in
attesa di chiarimenti. Lei, dunque, oggi ipotizza che il Dotti del
necrologio e il Dotti della Terrazza Martini consciuto dalla Cagol
fossero la stessa persona? No, io non ipotizzo: oggi ne sono certo. E
la certezza l'ho avuta dallo stesso Sogno tre anni fa, leggendo
Testamento di un anticomunista, l'intervista che Aldo Cazzullo gli fece
per la Mondadori. Ecco, leggo alle pagine 110 e 111. "Come si
assicurò i servigi di Dotti?", gli chiede Cazzullo. La risposta
di Sogno: "Me ne parlò Piero Rachetto, socialista, partigiano in
Val di Susa, dirigente di Pace e Libertà a Torino. Rachetto
aveva aiutato Dotti a fuggire a Praga. Al suo ritorno in Italia, me lo
indicò come sostituto di Cavallo. Dotti lavorò con me
fino alla chiusura di Pace e Libertà, nel '58. Poi gli trovai
una sistemazione grazie al mio vecchio amico Adriano Olivetti, che
avevo conosciuto anni prima negli ambienti liberali. Olivetti lo
assunse a "Comunità". Quando tornai dalla Birmania per fare
politica, nel '70, Dotti lavorava alla Martini e Rossi -era il
direttore della Terrazza Martini di Milano- e guadagnava un milione al
mese. Si licenziò e venne da me, a guadagnare la
metà...". La sua conclusione, dunque? Sulla base di questo
elemento, si può quanto meno ipotizzare l'esistenza di un legame
tra Simioni e Sogno, attraverso Roberto Dotti. freccia rossa che punta
in alto
Seconda Parte
Franceschini, la prima azione davvero eclatante delle BR fu il
sequestro del giudice genovese Mario Sossi. Ma quella fu anche l'ultima
azione a cui lei partecipò? Sì, era la primavera 1974,
poi l'8 settembre di quello stesso anno mi arrestarono, con Curcio. Fui
io a organizzare quell'operazione e a gestirla politicamente... Sa una
cosa? Sono convinto che chi nel 1978, fra i brigatisti e nello Stato,
gestì la vicenda Moro, aveva fatto tesoro del sequestro Sossi e
lo aveva studiato attentamente. Analizzando nei dettagli il sequestro
Sossi, credo infatti che si possa trovare una chiave interpretativa per
decrittare almeno i passaggi più importanti del sequestro Moro.
Da dove vuole cominciare? Dalla dinamica dell'azione. Sequestrammo
Sossi il 18 aprile del 1974, a Genova. Il nucleo operativo era diviso
in tre gruppi. Il primo (composto da quattro persone) "prese" il
magistrato. Il secondo (due persone) funzionò da "copertura
primaria", doveva cioè intervenire anche sparando se fosse
intervenuto qualche elemento di "disturbo". Il terzo (io, Mara Cagol e
Piero Bertolazzi) prese in consegna l'ostaggio e lo portò nella
"prigione del popolo", che conoscevamo soltanto noi tre. C'erano poi
altri compagni con ruoli di "copertura secondaria". In tutto
parteciparono all'azione se non sbaglio 18 persone. Ora, tutti i
partecipanti, anche grazie alle dichiarazioni di diversi pentiti,
vennero poi identificati, arrestati, processati e condannati. Tutti,
tranne uno... Chi? Francesco Marra, era uno dei componenti del primo
gruppo, un ex paracadutista, il più addestrato militarmente di
tutti noi. Anche in via Fani, quando presero Moro, c'era un killer
molto addestrato che non è mai stato identificato... Appunto. E
lei sa chi è? No. Torniamo a Marra. Perchè si
salvò? Leggendo gli atti del processo Sossi, fui colpito dalla
testimonianza di un compagno pentito, Alfredo Buonavita. Era uno dei
quattro del primo gruppo, e ai magistrati aveva ricostruito i fatti con
estrema precisione. Con un solo errore: tra i partecipanti all'azione,
aveva omesso il nome di Marra, indicando al suo posto quello di
Moretti, che però non aveva partecipato all'azione. Buonavita
non poteva essersi sbagliato perché conosceva tutto nei
dettagli: forse avrà voluto coprire Marra, pensai. Pensò
la cosa più logica. Già. Solo che poi scoprii che Marra
in realtà era già allora un infiltrato della polizia.
Ruolo confermato addirittura da una sentenza del Tribunale di Milano,
il 5 luglio 2001. A Buonavita chiesero dunque di non fare il nome di
Marra? Per forza. Se Marra era un infiltrato, questo significa che la
polizia, e quindi il Ministero degli Interni, sapeva che stavate
preparando il sequestro Sossi e vi lasciò fare... È
doloroso ammetterlo, ma è così. Marra però non
sapeva dov'era la prigione di Sossi. Ma intuiva più o meno in
che zona poteva essere e conosceva il tipo di auto (e targa) con la
quale io e la Cagol ci muovevamo. E infatti, se si ricostruiscono le
indagini dell'epoca, ci si accorge che erano indirizzate sulla base di
informazioni precise che qualcuno certamente forniva agli inquirenti.
Non vi fermarono, però subito dopo si misero in cerca di Sossi.
Non le sembra che ci sia una contraddizione, in quello che lei dice?
Non è detto che volessero liberare Sossi. È possibile che
volessero soltanto scoprire dove lo tenevamo prigioniero: non potevano
permettersi di non saperlo. E poi, che cosa accadde? Una settimana dopo
il sequestro, Sossi ci pregò di far avere un biglietto alla
moglie e al suo avvocato: chiedeva la sospensione delle indagini...
Voleva che si trattasse per la sua liberazione? Sì, di fatto
voleva proporre che si aprisse una trattativa. Ci fu una lunga
discussione all'interno del nostro Comitato esecutivo, se recapitare o
no quel biglietto di Sossi. Moretti era decisamente contrario, io del
tutto favorevole. Alla fine Curcio si schierò con me e il
messaggio fu recapitato. Come poi nel caso Moro, l'iniziativa
partì dall'ostaggio? Sì, era lo stesso Sossi a trattare,
non noi. Per questo accettammo. Voi sottoponeste l'ostaggio a un
"processo". Quale fu il suo comportamento? Cominciò a
collaborare, accettando di rispondere alle nostre domande, ma
all'inizio senza sbilanciarsi troppo. Nel frattempo, era riuscito a
stabilire un canale con l'esterno: tramite noi, faceva pervenire
messaggi alla famiglia e all'avvocato. Quali erano i termini della
trattativa? Una trattativa vera e propria, in realtà, non si era
ancora aperta. Però accadde qualcosa che fece precipitare la
situazione. Ai primi di maggio, 15 giorni dopo il sequestro,
scoppiò una rivolta nel carcere di Alessandria. Alcuni detenuti
comuni presero in ostaggio delle guardie e il generale Dalla Chiesa
intervenne con i suoi neonati nuclei speciali antiterrorismo. La
rivolta fu repressa nel sangue: ci furono 7 morti, tra detenuti e
ostaggi. Un messaggio terribile per noi. Anche perché sui
giornali si diceva apertamente che, una volta individuata la "prigione
del popolo", i carabinieri avrebbero agito nello stesso modo. Qual
è la lettura che lei ne darebbe, oggi? Quell'episodio potrebbe
essere paragonato al falso comunicato n.7 sul Lago della Duchessa del
sequestro Moro. Il presidente della DC lesse quel comunicato come una
"macabra messinscena" del suo assassinio. Così Sossi vide nella
strage di Alessandria una condanna a morte per tutti noi, lui compreso.
Tra l'altro, il covo dove tenevamo l'ostaggio era a Tortona, a pochi
chilometri da Alessandria. Ma poi ha avuto in qualche modo delle
conferme di questa interpretazione? L'anno dopo, il numero due del Sid,
Gian Adelio Maletti, rivelò che il generale Miceli gli aveva
chiesto di preparare un'operazione speciale durante il sequestro Sossi:
far sparire Gianbattista Lazagna, un ex partigiano comunista che
simpatizzava per la lotta armata. E a quale scopo? Farlo passare come
il capo delle Brigate Rosse. Dopo una settimana, in cui tutti si
sarebbero chiesti che fine avesse fatto Lazagna, avrebbe dovuto esserci
un blitz nel covo di Tortona. E in quell'operazione avrebbero dovuto
ammazzarci tutti, noi brigatisti, Sossi...e lì avrebbero fatto
trovare anche il cadavere di Lazagna, il "capo". Il piano non fu
attuato perchè Maletti, a suo dire, si sarebbe rifiutato.
Però, se Miceli fece quella proposta, significa che la "prigione
del popolo" era in fase di individuazione o addirittura già
stata individuata. Lei ha detto che l'episodio di Alessandria fece
precipitare la situazione. Che cosa accadde? Ne parlammo con Sossi e
lui ci disse: ora siamo tutti sulla stessa barca, o ci salviamo tutti o
nessuno. E da quel momento cominciò a collaborare davvero. Vi
rivelò dei segreti, come Moro? Sossi conosceva perfettamente i
meccanismi del potere e ci fece avere delle informazioni da usare come
arma di ricatto. Ci disse che lui era un uomo del Sid e che si
addestrava all'uso delle armi. Ci rivelò i nomi dei due capi
stazione del Sid a Genova con cui era in contatto. E ci raccontò
la storia di un traffico d'armi in cambio di diamanti con un paese
africano, che passava per la Questura di Genova. Precisamente per il
capo della Squadra mobile, Catalano, uomo di fiducia di Taviani.
Mettemmo tutto nero su bianco, in un volantino che scrissi proprio io:
"Vi diciamo chi sono i veri delinquenti", lo intitolai, e lo rendemmo
pubblico, con la richiesta della liberazione di un gruppo di compagni
della Gap XXII Ottobre, il primo nucleo di lotta armata in Italia. Fu
lo stesso Sossi a suggerirci la strada giuridica per chiedere la
liberazione: una lettera, che scrisse lui, di suo pugno, al presidente
della Corte d'Assise d'Appello di Genova. A quel punto si aprì
una trattativa vera e propria? Sì... E ci fu anche un
intermediario, come nel caso Moro? Ci contattò un intermediario
che godeva della nostra fiducia. Ne può rivelare il nome? Ma
sì, oggi, dopo quasi trentanni, lo posso dire... Era Corrado
Corghi, un professore universitario di Reggio Emilia molto legato alla
Chiesa... Il Corghi ex presidente dell'Azione Cattolica? Lui, si. Era
stato anche segretario regionale della Dc in Emila e a Reggio. Amico di
Dossetti e di La Pira, aveva abbandonato la Dc verso la metà
degli anni Sessanta ed era uno degli animatori dei cattolici del
dissenso. E perchè godeva della vostra fiducia? Era un
estimatore di Cuba, amico personale di Fidel Castro e del Che Guevara.
Era ambasciatore itinerante del Vaticano in America Latina. Tra
l'altro, aveva trattato per conto del Vaticano anche la liberazione di
Regis Debray, quando lo scrittore francese amico del Che venne
catturato dalla polizia boliviana. Conoscevamo Corghi e Corghi
conosceva me. Perciò, quando ci contattò, Renato ed io
accettammo subito il rapporto. Per conto di chi trattava, questa volta?
Per conto del Vaticano. Ci incontrammo con lui tre volte, a Roma, in
alcune chiese. Nel primo incontro ci prospettò una possibile via
d'uscita. Noi avremmo liberato Sossi. E in cambio, i compagni della
XXII Ottobre sarebbero stati ospitati nella legazione cubana in
Vaticano... Anche Moro doveva essere liberato in Vaticano...
Assolutamente credibile... Noi dicemmo che eravamo d'accordo e lo
incoraggiammo a proseguire. Al secondo appuntamento, qualche giorno
dopo, Corghi arrivò sorridente. Disse che la trattativa aveva
raggiunto un risultato positivo, perchè Cuba era disposta ad
accogliere i nostri compagni. "Stasera potete festeggiare", ci disse.
Io tornai nella prigione del popolo con una bottiglia di barolo e
brindammo insieme a Sossi. Anche nel caso Moro ci fu un momento in cui
il prigioniero era convinto che sarebbe stato liberato... Che cosa
accadde, poi, con Sossi? Sembrava tutto a posto. Ma dopo due o tre
giorni, l'intermediario ci riconvocò. Ma non sorrideva
più. Ci disse che non se ne sarebbe fatto più nulla,
perchè i cubani si erano tirati indietro. Come mai? Era
intervenuto il Pci, Berlinguer in persona aveva fatto pressione su
Fidel Castro. Corghi ci disse anche che, per il disturbo, Berlinguer
aveva promesso a Fidel una fornitura dalla Fiat di 50 trattori. Ci
avevano venduti per 50 trattori! Come per Moro: mentre il Vaticano
trattava, lo Stato e la politica si irrigidivano. Proprio così.
La Corte d'Assise d'Appello di Genova, come aveva suggerito lo stesso
Sossi, aveva deciso la liberazione dei nostri compagni. Ma il
Procuratore Capo Coco aveva fatto ricorso in Cassazione contro quella
sentenza; e nel frattempo, per impedire che uscissero, Taviani aveva
fatto circondare dalla polizia le carceri in cui erano detenuti i
compagni della XXII Ottobre. E quali furono i riflessi al vostro
interno? Ci riunimmo per decidere che cosa fare, io, Curcio e Moretti.
Secondo Moretti, Sossi doveva essere ucciso. Io, invece, ero di parere
opposto. La discussione tra me e Moretti fu durissima. Alla fine, fu
decisa una mediazione: avremmo consultato i comandanti delle brigate
per conoscere il loro parere. Se era vero che i servizi avevano
già individuato la prigione, come voi sospettavate, non c'era
molto tempo. Il punto, infatti, era proprio questo. Tornai alla
prigione e analizzai la situazione con gli altri due compagni. Da una
serie di indizi, era chiaro che il covo era stato individuato. Quali
indizi? Un elicottero era passato più volte a volo radente sul
tetto della villetta dove eravamo noi. E poi, quel posto completamente
isolato nella campagna, fino a quel momento deserto, era
improvvisamente diventato meta di strani ciclisti e coppiette. Sapevamo
dunque che presto sarebbero arrivati e ci avrebbero ammazzati tutti. Ma
perchè volevano Sossi morto? Perchè aveva parlato,
suppongo... Non c'era tempo da perdere e decidemmo io, Marra e
Bertolazzi, autonomamente, senza dir niente a nessuno. Fu un colpo di
mano. Truccammo Sossi, come lui stesso ci aveva suggerito, lo portammo
a Milano e lo liberammo alla stazione. Lui, senza avvisare nessuno,
salì su un treno e tornò a Genova, dove si
consegnò, nella sorpresa generale, alla Guardia di Finanza: dei
carabinieri e della polizia, ci aveva detto, non si fidava. Quali
conseguenze ebbe, nelle Br, il vostro colpo di mano? Si aprì un
duro confronti tra quelli che erano per la liberazione di Sossi, e i
"duri" che lo avrebbero voluto uccidere. La maggioranza dei compagni
era comunque convinta che la liberazione di Sossi fosse stata una
vittoria politica delle Br. E Moretti, cosa fece? Io dissi che uno come
Moretti non poteva restare nell'Esecutivo, perchè si era
rivelato del tutto incapace di gestire politicamente la situazione: era
troppo rigido e schematico, incapace di capire le dinamiche dei fatti.
Così chiesi che fosse convocata una nuova Direzione Strategica
per eleggere un nuovo Comitato esecutivo, senza Moretti. Era l'agosto
del '74, se non ricordo male. Il 7 settembre, in una casa di Parma, ci
incontrammo io, Renato e Moretti per fissare la data della riunione
della Direzione strategica, il 22 settembre. Moretti non reagi? In
quell'incontro, mi sorprese. Disse che avevamo ragione noi, e ammise la
sua incapacità politica. Di più: ci anticipò che
nella Direzione strategica avrebbe lui stesso chiesto di uscire
dall'Esecutivo per tornare a lavorare in una brigata di fabbrica. Fu un
gesto, diciamo, di grande umiltà, il suo. Lo pensammo subito
anche Curcio ed io. Solo che, il giorno dopo quell'incontro a Parma, io
e Renato venimmo arrestati alla stazione di Pinerolo. E Moretti, che
era stato avvertito da una telefonata anonima di quello che sarebbe
accaduto, non fece praticamente nulla per avvertirci. La riunione della
direzione strategica si tenne ugualmente? Sì, alla data fissata.
Un anno dopo, in carcere, seppi quello che era accaduto. Moretti non
chiese di andare a lavorare in fabbrica, non si dimise dall'Esecutivo.
Ci attaccò, sostenendo che Curcio e Franceschini erano degli
ingenui, due che giocavano a fare la rivoluzione, mentre bisognava
cominciare a fare sul serio. Nel 1976, i compagni che avevano
partecipato alla prima fase dell'esperienza brigatista vennero
arrestati tutti. Tutti, tranne Moretti che diventò il capo
assoluto e indiscusso delle Brigate Rosse. O meglio di quello che
continuava a chiamarsi Brigate Rosse. Quale lezione conclusiva si sente
di trarre? Ci fecero fuori e si appropriarono di un "marchio" che aveva
già una buona posizione sul mercato. Come si fa nelle borse: se
c'è un'azienda giovane con prospettive, arrivano i vari
finanzieri e fanno la scalata. Ma io, purtroppo, l'ho capito solo dieci
anni dopo.