«Mai più armi all’uranio» Parlano i familiari delle vittime - di Checchino Antonini, Liberazione, 21 febbraio 2007

Trent’anni, tanto aveva il militare salernitano morto di tumore in un ospedale romano al ritorno dai Balcani. E’ il 45mo di una lista destinata ad allungarsi. L’ha ucciso la Tito Barrak (caserma di Sarajevo dove era di stanza col 19mo reggimento Guide) o comunque un sito contaminato dall’uranio impoverito che piovve sulla Bosnia sotto forma di proiettili anticarro e missili Tomahawk a metà degli anni ’90. Gli americani lo sapevano dal ’91, dopo la Sindrome del Golfo, tanto che due anni dopo i marines andranno in Somalia vestiti da marziani a 40° all’ombra. Il Pentagono spedì un video chiarissimo agli alleati italiani. Gli scienziati lo sapevano anche da prima, dagli anni ’50. Ma i militari italiani furono mandati allo sbaraglio, senza protezioni.

L’uranio è letale quando impatta una superficie a 3mila gradi, lasciando crateri enormi, e lo è a freddo quando viene maneggiato. L’uranio sta nei proiettili ma anche, a barre, nei timoni di direzione di certi aereoplani.

La guerra ha contaminato i mari con le bombe sganciate dagli aerei che rientravano a Gioia del Colle o ad Aviano. L’industria militare ha avvelenato anche la terra dei poligoni dove lo sperimenta. Zone dichiarate imbonificabili. A Escalabano, a due passi da Salto di Quirra, si inorridisce per i troppi bambini malformati.

Il record, ricorda Tiziana Valpiana, senatrice Prc nella commissione Uranio, spetta a Taranto, porto per sommergibili nucleari. Uno scienziato schierato contro la guerra, Mauro Cristaldi, spiega che l’uranio è un metallo pesante due volte più del piombo ed è radioattivo, si annida nei tessuti molli e duri.

Gli stati maggiori negarono tutto quando emerse il dramma dei primi morti, alla fine degli anni ’90, e chi denunciava fu accusato di antiamericanismo viscerale. La Difesa nominò una commissione per autoassolversi. La guidava l’epidemiologo Mandelli, poi smentito da altri calcoli, che avrebbe appiattito la curva delle probabilità e pasticciato, così dicono altri scienziati, nell’accorpamento dei campioni, incluse nel computo anche chi lavorava negli uffici ed escluse, come se le nanoparticelle rispettassero le dogane, le aree al confine col Kossovo. Maurizio Costanzo organizzò toccanti dirette tv con soldati addestrati a dire che tutto andava bene.

Le famiglie sono ancora sole, e i soldati riformati non appena insorge la malattia. Se ci fosse stato un sindacato avrebbe potuto svolgere indagini indipendenti, com’è accaduto in Europa dove non c’è tabù per i diritti sindacali dei cittadini in armi.

Per questo della sorte del numero 45 della lista se ne sa solo dopo cinque giorni. Spiega l’Osservatorio sui militari che la famiglia non voleva alti gradi tra i piedi il giorno dei funerali.

Le famiglie sono tagliate fuori perfino dalla ”speciale elargizione” (che nome medievale) stabilita da una legge dell’1981 trascritta male: è saltata una virgola ed è bastato per negare la concessione di 25mila euro ai militari volontari.
La lista comprende anche decine di civili spediti nei teatri di guerra, o volontari della cooperazione internazionale. I malati italiani, finora, sono 513. Per non dire delle popolazioni locali, intere famiglie sterminate. Inquinate le falde, i campi, le macerie stesse delle case bombardate. A Sarajevo si attesta al 63%, l’incremento di tumori legati alle contaminazioni della catena alimentare.

A spiegare tutto questo è Falco Accame, ex ammiraglio e presidente della commissione Difesa della Camera, che ha voluto promuovere un convegno, ieri pomeriggio, in una sala della Camera nella sua veste di presidente dell’Anavafaf, associazione delle vittime arruolate e dei loro familiari. Aprendo i lavori ricorda prima l’ingegnere fiorentino, Giovanni Caselli, spedito da Palazzo Chigi a verificare l’abitabilità delle case toccate dalla guerra. Morto di tumore al colon perché, ha ricordato suo figlio, aveva voluto sempre condividere la vita di chi gli stava intorno. Le più recenti denunce sono di una crocerossina e di un tenente colonnello, entrambi pugliesi.

Sono pervenute solo grazie a Radio Fante, il passaparola nelle camerate, «unica emittente» a occuparsi dell’uranio impoverito o dell’asbestosi, malattia da minatori, che sta divorando 500 marinai esposti all’amianto. Se ne stanno occupando 43 procure.

La nuova commissione, presieduta da Lidia Menapace, senatrice di Rifondazione, sta per ricominciare i suoi lavori con nuovo slancio sulla scia dell’esperienza della precedente commissione che dovette lottare con l’ostruzionismo delle destre di governo e col muro di gomma degli stati maggiori. Il convegno ha voluto fornirle spunti facendo parlare fisici nucleari, familiari delle vittime, esponenti dei cocer di esercito e marina, sindacalisti di polizia e una senatrice verde Tana De Zulueta che si impegna a chiarire l’equivoco sulle elargizioni.
E dalla Sala del Cenacolo, incastonata tra Montecitorio e Palazzo Madama, arriva una parola d’ordine: basta con le armi all’uranio impoverito. Le inventò Hitler quando non ebbe più tungsteno dalle colonie.