L'ideologia politica altera le cause della povertà globale
Il discorso economico dominante ha, sin dai primi anni Ottanta,
rinsaldato la propria autorità presso le istituzioni accademiche
e di ricerca in tutto il mondo: l'analisi critica viene vigorosamente rintuzzata,
la realtà economica e sociale deve essere osservata attraverso un
unico insieme di relazioni economiche fittizie, che serve a occultare i
meccanismi del sistema economico globale. Le dottrine economiche correnti
producono la teoria senza i fatti ("teoria pura") e i fatti senza la teoria
("economia applicata"). Il dogma economico dominante non ammette dissensi,
né discussioni sui propri fondamentali principi teorici: la funzione
primaria delle università è quella di creare una generazione
di economisti leali e fidati, che siano incapaci di svelare le basi sociali
dell'economia mondiale di mercato. Analogamente, gli intellettuali del
Terzo Mondo sempre più spesso vengono arruolati a sostegno dei principi
neoliberali; l'internazionalizzazione delle "scienze" economiche appoggia
senza riserve il processo di ristrutturazione economica globale.
Tale dogma neoliberale "ufficiale" genera anche un "principio antagonista"
che incarna un discorso etico di alta moralità, il quale si concentra
sullo "sviluppo sostenibile" e "l'alleviamento della povertà", ma
nel frattempo distorce e "stilizza" le questioni politiche relative alla
povertà, alla difesa dell'ambiente, ai diritti sociali delle donne.
Questa "controideologia" raramente contesta le ricette della politica neoliberale.
Essa si sviluppa insieme e in accordo, piuttosto che in opposizione, con
il dogma neoliberale ufficiale.
All'interno di questa controideologia (generosamente finanziata
dagli istituti di ricerca) gli studiosi dello sviluppo trovano una nicchia
confortevole. Il loro ruolo è quello di creare (in questo discorso
antagonista) una parvenza di dibattito critico senza discutere le basi
sociali del sistema globale di mercato. La Banca mondiale a questo proposito
gioca un ruolo chiave, promuovendo ricerche sulla povertà e sulle
cosiddette "dimensioni sociali dell' "aggiustamento". Questo centro etico
e le sue categorie implicite (ad esempio l'alleviamento della povertà,
le questioni sessuali, la giustizia, ecc.) danno un "volto umano" alle
istituzioni di Bretton Woods e una parvenza di impegno per i cambiamenti
sociali. Tuttavia, giacché tale analisi è funzionalmente
tenuta separata dalla conoscenza delle riforme macroeconomiche, di rado
costituisce una minaccia nei confronti del programma economico neoliberale.
La manipolazione delle cifre sulla povertà globale
Mentre le differenze sociali e di reddito fra e nelle nazioni si
sono allargate, la realtà della povertà nel mondo viene sempre
più spesso occultata dalla manipolazione delle statistiche sul reddito.
La Banca mondiale "stima" che il 18 per cento del Terzo Mondo sia
"estremamente povero" e il 33 per cento "povero". In un importante studio
della Banca monsiale, usato come referente nelle pubblicazioni sulla povertà
globale, la "linea massima di povertà" viene arbitrariamente collocata
sotto il reddito pro capite di 1 dollaro USA al giorno, che corrisponde
al reddito annuo pro capite di 370 dollari USA [2]. I gruppi di persone
nei singoli paesi con un reddito pro capite superiore a 1 dollaro al giorno
sono arbitrariamente classificati come "non poveri". In altre parole, tramite
la manipolazione delle statistiche sul reddito, le cifre della Banca mondiale
tornano utili per rappresentare i poveri nei paesi in via di sviluppo come
un gruppo minoritario.
I parametri doppi abbondano nella "misura scientifica" della povertà.
La Banca mondiale, per esempio, "stima" che nell'America Latina e nei Caraibi
solo il 19 per cento della popolazione sia "povero": un'alterazione grossolana,
allorché sappiamo per certo che negli Stati Uniti (con un reddito
annuo pro capite di circa 20.000 dollari) un americano su cinque viene
definito (dall'Ufficio del censimento) sotto il livello di povertà
[3].
Note:
1] Michael Chossudovsky è docente di economia all'Università di Ottawa.
2] Cfr. World Bank, World Development Report 1990, Poverty, Washington DC 1990.
3] L'ufficio del censimento degli Stati Uniti stimò (in base
al raggiungimento di un minimo alimentare) il livello di povertà
degli Stati Uniti al 18,2 per cento nel 1996; cfr. B.E. Kaufman, The Economics
of Labor and Labor Markets, Orlando 1989, p. 649. Stime ufficiali più
recenti attestano il livello di povertà nell'ordine del 20 per cento.