Bozza per un’Enciclica sulla 

DOTTRINA SOCIO-ECONOMICA
 

PER LA CHIESA CATTOLICA
 

IN MATERIA DI MONETA E CREDITO

 

Marco Della Luna, avvocato

m.dellaluna@tin.it

Mantova, 4 Settembre 2006

DOTTRINA SOCIO-ECONOMICA PER LA CHIESA CATTOLICA

IN MATERIA DI MONETA E CREDITO
 

I tempi e le conoscenze degli strumenti e dei processi economici e finanziari sono maturati, mentre lo stato delle cose nel mondo è sempre più gravemente squilibrato e minacciato da ingiustizie, abusi, depauperamenti, sfruttamenti dell’uomo sull’uomo, istigati dalla cupidigia e dalla sete di potere, e attuati attraverso strumenti finanziari.

Anche se ultimamente e compiutamente il rimedio ai mali della cupidigia si attua soltanto attraverso la santificazione in spirito dell’uomo, il ruolo centrale della moneta e del credito nelle vicende terrene del genere umano non sfugge alla Chiesa, così come la Chiesa stessa non sfugge dinnanzi all’alternativa posta dagli Evangeli, laddove essi dichiarano che non si può servire sia Dio che Mammona.

La Chiesa ha dunque il dovere, inerente al suo Magistero, di esprimersi in modo chiaro e completo, onde consentire a ogni fedele di compiere quella ineludibile e responsabile scelta che Cristo stesso ha posto all’uomo, tra il servizio di Dio e quello di Mammona. La Chiesa stessa non solo ha il dovere di non prestarsi al servizio di quest’ultimo, ma non deve nemmeno prestarsi a celare o a giustificare chi lo sta servendo, perché ciò equivale a concorrere in questo servizio.

La Chiesa ha altresì il dovere di indicare agli uomini, per il bene, la pace e la libertà degli stessi uomini, i precetti e i principi scritturali regolanti la materia monetaria e finanziaria, nonché gli strumenti e gli atti di riforma più confacenti all’attuazione dei medesimi precetti e principi, riprovando per contro le pratiche contrarie, in sé stesse, per i loro scopi e per i loro effetti, al volere di Dio e alla dignità dell’uomo, ed esortando i loro autori al pentimento, alla desistenza, alla conversione e al risarcimento dei mali con esse cagionati.

A tutti i cristiani cattolici, e particolarmente agli ordinati e ai pastori d’anime, dichiariamo che la lettura, lo studio, l’approfondimento e l’insegnamento fedele e completo della dottrina esposta in questa enciclica è loro importante dovere, al quale non è dato sottrarsi invocando la poca dimestichezza con la materia economica, poiché quanto devesi comprendere è stato qui reso in forma adeguatamente chiara e semplice, sì da poter raggiungere l’intendimento di ogni persona di normale capacità, e considerando che, nello stesso seno della Chiesa, certamente non manca chi può aiutare il fratello nella comprensione, nel chiarimento, nell’approfondimento di questa materia.

Jahvé, nell’Antico Testamento, rende edotto il Suo popolo, Israele, del formidabile potere politico del prestito e del denaro, di come attraverso l’uso avveduto di esso gli Ebrei possano ottenere, internamente, il benessere di tutti gli appartenenti al popolo eletto, ed esternamente il dominio sugli altri popoli.

Il Deuteronomio, nei capp. 15; 23; 28, e soprattutto in 15.6, prescrive al popolo di Israele  la pratica del prestito feneratizio (mutuo a interesse, prestare denaro a interesse) come uno strumento di dominazione che il popolo eletto deve usare a proprio vantaggio rispetto agli altri popoli («Presterai a interesse a molti popoli, ma da nessuna prenderai a mutuo; dominerai molte nazioni, e nessuna dominerà te. Dt, 15.6»). Jahvé altresì prescrive coerentemente ad Israele una doppia etica: una caritatevole verso i fratelli ebrei, e una orientata al profitto e al potere verso i gentili. Solo ai primi spetterà il diritto della remissione settennale dei debiti, e solo ai secondi si potrà prestare a usura.

Prescrive agli Ebrei di concedere prestito all’ebreo bisognoso e di rimettere il debito ai propri debitori ogni sette anni, se ebrei.

Prescrive di non prestare a interesse (“non fenerabis ad usuram”– usura, sino a tempi recenti, indica qualsiasi tasso di interesse) ai fratelli ebrei, ma solo ai gentili.

Il prestito senza usura e con remissione giubilare settennale verso i fratelli ebrei assicurerà il benessere e la benedizione di Jahvé a Israele.

Apparirà nel proseguimento in che senso il prestare a interesse è uno strumento di dominazione, soprattutto nei tempi moderni.

Già l’Enciclica Quadragesimo anno denunciava i mali e le ingiustizie che pratiche finanziarie inique cagionano ai popoli della Terra. Da allora queste pratiche si sono aggravate ed estese. Il prestito ad interesse, praticato come strumento di dominazione nel senso indicato da Dt 15,6, è divenuto un flagello per l’intero genere umano, e ad esso la Chiesa Apostolica intende porre rimedio.

 

Comprendiamo norme tanto dure ed etnicamente connotate come dettate dalla situazione specifica di Israele al tempo di Mosè, di popolo piccolo a rischio di estinzione, errante tra nazioni con le quali i rapporti erano sovente tesi.

 Poiché con l’avvento di Gesù Cristo, e segnatamente con la parte conclusiva dell’annuncio evangelico, lo status di ‘fratello’ viene esteso a ogni uomo, giudeo e gentile, è venuta a cadere la giustificazione della doppia etica suddetta, il presupposto per l’applicazione del dettato di Dt 15.6 e di tutte le consimili prescrizioni, e a tutti gli uomini deve essere applicato il trattamento già prescritto, nel Deuteronomio stesso, per i fratelli ebrei, siccome tutti gli uomini di tutti i popoli sono chiamati al figliolanza divina.

E’ caduta quindi la legittimità dell’uso del prestito feneratizio come strumento di dominazione degli altri popoli e acquista primaria importanza il principio di una pratica creditizia rispettosa dell’uomo.

Invero, le Sacre Scritture vanno lette secondo il fine di elevare spiritualmente l'umanità; ma non per questo si devono escludere interpretazioni di carattere pratico, finalizzate al miglioramento della condizione materiale, della condizione sociale, della dignità e libertà dell’uomo, che sono importanti per l’elevazione spirituale del "popolo eletto", il quale deve riconoscersi, dopo l’opera del Redentore, nell’intero genere umano, oggetto della redenzione.
Ciò premesso, non si può non ravvisare nel seguente passaggio l'invito esplicito e forte del Messia ad allargare le conoscenze del popolo ebraico, anche quelle sociali ed economiche, all'intera umanità (Matteo, Capitolo 5):

«14Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, 15né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucernario perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. 16Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.»

Va peraltro osservato che il prestito, cui riferiscesi il Deuteronomio, corrisponde all’istituto giuridico del mutuo di denaro o cose mobili.

Al tempo del Deuteronomio, e fino a tempi recenti, il denaro in senso proprio era costituito da monete di metallo pregiato aventi valore di scambio intrinseco. Erano usate anche promesse di pagamento trasferibili, prive di valore intrinseco, che circolavano come denaro, detti mamré e terafim, analoghe alle nostre cambiali e a titoli rappresentativi di merci, come le fedi di deposito. A queste, però, non paiono far riferimento i testi citati, in quanto parlano di prestiti di denaro, di derrate, di cose mobili, non già di titoli di credito o rappresentativi di beni.

Nei tempi moderni e presenti, ben diversamente da quando si usava moneta coniata in metalli pregiati, il denaro vero e proprio, ossia il contante, è costituito o da cartamoneta, non avente valore di scambio intrinseco. Come denaro circolano e sono accettati anche titoli di credito, quali assegni, lettere di credito, garanzie bancarie, nonché depositi bancari disponibili a vista, etc.; tutti questi strumenti sono detti ‘denaro scritturale’ o creditizio, ma non sono denaro vero, perché costituiscono solo un diritto del loro titolare ad ottenere denaro dalla banca che li ha emessi.

Il denaro in senso proprio, o cartamoneta, è prodotto da banche centrali di emissione, al costo tipografico, le quali non si obbligano, nell’emetterlo, a cambiarlo in oro o altra valuta a richiesta del portatore, come avveniva in passato, e non  garantiscono il valore del medesimo denaro con coperture auree o di altra natura.

Esse cedono questo denaro cartaceo in proprietà agli Stati e alle altre banche o a società appositamente autorizzate, in cambio di titoli del debito pubblico emessi dallo Stato, per un ammontare pari al valore nominale della cartamoneta ceduta, oltre all’interesse.

Il fatto che questo denaro abbia valore non dipende dunque in alcun modo dalla banca che lo emette, ma solo dalla fede riposta in esso dagli operatori economici e dalla gente in generale, ossia dal fatto che chi lo riceve in cambio di un bene confidi di trovare, a sua volta, chi lo accetti in cambio di un altro bene o in pagamento di un credito; per tale ragione questo denaro è detto ‘fiduciario’. Il suo valore dipende altresì dal fatto che esistano e vengano prodotti, dalla gente, beni e servizi, che sono appunto comperati e venduti in cambio di denaro, e il cui valore è rappresentato dal denaro.

Il denaro creditizio, o scritturale, è invece creato dalle banche commerciali su richiesta dei clienti che chiedono prestito, a costo nullo per le banche. Esso prende la forma di accrediti su conti correnti o documenti cartolari quali assegni, garanzie, lettere di credito, certificati. A tutti questi corrisponde un addebito che la banca opera al cliente.

Anche di questo denaro creditizio o scritturale il valore è dato dalla fede che in esso le gente ripone, e dei beni e servizi che la gente produce e scambia grazie ad esso.

E’ importante notare che il denaro creditizio, giuridicamente, altro non è che un titolo che dà diritto al suo portatore di ottenere, dalla banca che lo ha emesso o accettato, una corrispondente somma di denaro vero e proprio. Il denaro creditizio o scritturale presuppone, quindi, l’esistenza di denaro contante in quantità almeno pari, per poter essere coperto; perché, in quanto il totale del denaro creditizio superasse quello di denaro reale, si avrebbero diritti creditori emessi su denaro inesistente.

Con queste premesse, si deve denunciare una serie di pratiche contrarie alla logica, alle Sacre Scritture, al diritto e alla verità, le quali affliggono le genti del mondo in modo tanto grave, da produrre povertà, insicurezza, guerre, conflitti; e da privare gli uomini, in misura crescenti, della loro naturale libertà, in favore di altri uomini, che abusano delle loro posizioni di maggior potere e di conoscenza di realtà celate o ignote ai popoli.

Queste pratiche, una volta comprese nella loro nequizia, devono essere abbandonate da ognuno che voglia associarsi all'amicizia del Redentore, così come la turpe professione di pubblicano fu abbandonata dall'evangelista Matteo.

In primo luogo, le banche centrali di emissione, che sovente sono private, vendono la cartamoneta da esse prodotta allo Stato, quindi alla collettività, non al piccolissimo costo di produzione maggiorato di un ragionevole ricavo, ma al prezzo pari al valore nominale stampato sulle banconote, oltre all’interesse; e gli Stati accettano tale iniquo scambio, pagando il prezzo con titoli di debito onerati di interesse, ponendo quindi questa spesa a carico della nazione, la quale è l’unica fonte del valore delle banconote, e la quale essi Stati rappresentano. Ciò costituisce un guadagno illecito e illogico per i banchieri, e un danno ingiusto per la nazione e soprattutto per i lavoratori che, con le loro opere, producono il valore del denaro. Il valore del denaro cartamoneta appartiene, per sua natura e inalienabilmente, al momento della sua emissione, alla comunità che lo accetta.

 Peccano quindi assai gravemente sia i banchieri che lucrano con questo iniquo rapporto, che gli intermediari di tale rapporto, che gli uomini dello Stato che, tradendo il mandato e la fiducia della nazione, fanno il danno di questa per arricchire i banchieri centrali.

Peccano i banchieri centrali di emissione, inoltre, in quanto non dichiarano od occultano, con artifici contabili, al fine di eludere le leggi, che impongono loro di rimettere tali lucri allo stato, nonché le tasse, questi loro profitti annualmente realizzati e nel corso degli anni accumulati, mediante il predetto illecito mercimonio, simulando nelle loro scritture contabili inveritiere che tali utili non esistano o che siano compensati dalla cartamoneta circolante, la quale non costituisce in verità in alcun modo un debito o una passività per le banche emittenti, poiché non comporta alcuna obbligazione per loro.

Peccano ulteriormente, dipoi, coloro che si rendano responsabili dell’emissione a debito popolare di cartamoneta non convertibile recante scritte ingannevoli e mendaci, quali “pagabile a vista al portatore”.

In secondo luogo, considerato quanto sopra dicevasi -ossia che il valore della moneta al momento dell’emissione spetta inalienabilmente e per natura alla nazione intera -; e considerato altresì che il potere inerente all’esercizio della creazione della moneta e alla fissazione del tasso dì interesse, quindi all’offerta di moneta, è determinate per la vita collettiva, per gli affari pubblici e per quelli privati, si deve affermare che il potere di emettere moneta e di fissare il tasso di interesse spetta esso pure, per natura e inalienabilmente, alla nazione. Non può essere libera una  nazione, che non sia proprietaria della propria moneta e della fonte della propria moneta, così come non possono essere liberi gli uomini che la compongono. Invero, osserviamo nella storia numerosi casi nei quali, al fine di lucrare denaro e posizioni di potere e di mercato, coloro che detengono il potere di regolare l’offerta di denaro hanno deliberatamente fatto scarseggiare il denaro, così da produrre recessione, povertà, conflitti sociali e bellici, di cui si sono avvantaggiati aumentando persino il loro potere sui governi e sui popoli.

Commette quindi grave peccato che di tale potere si appropri e faccia di esso esercizio, come pure chi concorra con lui in tali fatti, in special modo se lo faccia usando il potere affidatogli dalla nazione o fomentando guerre.

In terzo luogo, è prassi corrente delle banche e di coloro che esercitano il credito, di non prestare, ossia dare a mutuo, denaro; bensì concedere un credito, sottoforma di scritturazione contabile o emissione di titolo di credito, e di farsi pagare l’interesse sull’importo nominale di tale strumento, chiamandolo falsamente ‘mutuo’, nonché di esigere il pagamento di una somma pari all’ammontare nominale di tale strumento di credito.

Tale prassi costituisce un negozio giuridico diverso dal mutuo e dagli altri contratti di credito, quali lo sconto e l’anticipazione bancaria, in quanto tutti questi contratti richiedono, per realizzarsi, la reale consegna di denaro o di cose mobili. Orbene, lo strumento di credito, sia esso assegno, lettera di credito, accredito su conto corrente, non costituisce denaro, ma solo un diritto ad ottenere denaro dalla banca che lo emette. Dunque esso non è idoneo a costituire un mutuo, uno sconto o un’anticipazione. Ciò è vero anche secondo la legge italiana (art. 1813 ss. CC e le leggi di molti altre nazioni).

Inoltre, il finto denaro creditizio viene creato ad opera della banca dal nulla, senza alcuna spesa per la banca, e sul presupposto della richiesta del cliente che domanda un prestito. Da ciò consegue che tali negozi giuridici non rientrano tra le forme di credito ritenute lecite dalla Scrittura e dall’Enciclica Vix Pervenit, che esse costituiscono usura illecita, che l’interesse è preteso senza la dazione di un capitale, sicché essi producono un lucro irragionevole e ingiusto a favore delle banche.

Infine, chi opera la creazione di tale forma di denaro apparente, aumenta il proprio potere d'acquisto sui beni esistenti, senza produrre un corrispondente e giustificante aumento dei beni medesimi, ma prendendosi arbitrariamente il potere di acquisirli; pertanto, il suo agire è sostanzialmente un furto.

Pecca pertanto assai gravemente chi pratica simili forme di credito, indipendentemente dal tasso di interesse preteso; questo tasso di interesse, peraltro, è sempre infinito nella realtà poiché il tasso di interesse è dato dal rapporto tra interesse e capitale, e laddove nessun capitale sia effettivamente dato in prestito, ma siano solo operati accrediti, il capitale è nullo, e qualsiasi numero diviso per zero dà come quoziente l’infinito. Egli pertanto, senza nulla dare, sottrae al prossimo il valore del suo lavoro e dei suoi beni mediante l’inganno e abusando della sua posizione di supposto erogatore di credito.

Pecca ulteriormente chi, nel far quanto sopra, non solo si approfitta dell'ignoranza del prossimo, ma si avvale di parole ingannevoli, per trarre o confermare nell’inganno il prossimo, ossia di parole che suggeriscano che denaro venga effettivamente dato, e che debba essere restituito; e ancora più gravemente pecca chi faccia firmare al richiedente il prestito una  falsa dichiarazione di quietanza, in cui il richiedente dichiari di aver ricevuto la somma.

Tutti questi contratti devono ritenersi nulli e illeciti. Può essere riconosciuto solamente un equo compenso per l’uso effettivo del credito scritturale.

In terzo luogo, siccome è noto che nel mondo, a cagione del fatto che le banche possono assumere impegni creditizi multipli rispetto ai loro effettivi averi, il denaro vero, ossia il contante, costituisce solo un decimo circa dell’ammontare di ciò che viene usato, speso e accettato come denaro, essendo gli ulteriori nove decimi costituiti da finto denaro scritturale, che viene correntemente accettato come equivalente del contante verso il quale esso costituisce un credito, ovvero uno jus ad rem, per questa ragione medesima il finto denaro creditizio o scritturale è ingannevole e fraudolento, dato che alla promessa di pagare denaro contante, che esso rappresenta, corrisponde contante solo per la nona parte circa, onde la promessa è promessa di ciò che non esiste. Questo stato di cose si va aggravando a cagione delle recenti e ampliative norme adottate dal sistema bancario internazionale in fatto di moltiplicatore bancario e di definizione del capitale proprio delle banche, sicché le banche sono oggettivamente capaci di garantire in denaro solo una minima frazione dei loro impegni, e ciò produce una abnorme instabilità e pericolosità del sistema finanziario ed economico mondiale, e una minaccia per tutti gli uomini.

Chiunque abbia concorso o concorra ad alimentare un tale stato di cose, che è intrinsecamente fraudolento e produce squilibri, insolvenze e ingiustizie, pecca; come pecca colui che, pur potendo e dovendo per officio ricoperto, operare per rimediare a questo stato di cose, non opera in tale senso. Ambedue portano, davanti a Dio e all’uomo, la responsabilità di ciò che discende dalle loro azioni ed omissioni su tutto il genere umano.

 

In quarto luogo, osserviamo che la prassi di emettere il denaro con addebito, come pure quella di concedere credito ad usura creandolo dal nulla, nei modi che sopra abbiamo descritto, generano entrambe un debito infinito, che attanaglia le nazioni, massime le più povere, e i singoli uomini, privandoli della libertà, della pace, della gioia di vivere, dei frutti del loro lavoro, a vantaggio dei banchieri e degli usurai. Infatti, dalla circostanza che il denaro contante viene emesso contro il rilascio di titoli di debito gravati da interesse, discende che, in ogni momento, l’ammontare del denaro esistente è necessariamente inferiore all’ammontare del debito esistente verso la banca emittente del denaro, siccome tale debito consiste del capitale, ossia del denaro esistente, oltre all’interesse maturato. Questo debito nasce quindi come inestinguibile per sua propria natura.

Analogamente devesi dire circa il credito concesso a usura.

La necessità di ripagare alle banche il credito alla scadenza, al fine di non perdere la possibilità di accedere al credito, congiunta al fatto che il denaro o credito disponibile è sempre inferiore al debito, porta quindi di necessità i debitori, siano essi gli Stati o i singoli, a cercare di sottrarsi reciprocamente il denaro necessario a far fronte alle scadenze del debito, quindi a ricorrere alla violenza o all’inganno, talvolta alla stessa guerra, come tutti possono osservare.

Non di rado, attraverso il pagamento di interessi, i debitori -singoli cittadini, società, Stati- finiscono per pagare ai supposti creditori più volte il valore di prestiti che, in realtà, non sono mai stati erogati, se non simulatamente.

Pecca pertanto assai gravemente chiunque concorra a queste prassi, diabolicamente insidiose e nocive, soprattutto qualora esse vengano perpetrate con la minaccia o in danno di popoli poveri, o cagionando guerre.

Ma pecca anche colui che, pur conoscendo queste cose ed essendo secondo la buona fede tenuto, in ragione della sua professione, a darne informazione o insegnamento in forma pubblica o privata, ometta di farlo o dia un’informazione falsa.

 

In quinto luogo, osserviamo che il sistema monetario e bancario sinora descritto e condannato, costituisce una forma di monopolio o cartello dell’erogazione di un bene necessario alla vita quotidiana di tutti e all’economia, e che conferisce a chi lo detiene un potere iniquo su chi non lo detiene e lo subisce. E il prezzo sovente preteso ed estorto dalle banche in cambio della moneta è un atto di sfruttamento della posizione di monopolista di un servizio che per sua natura appartiene alla nazione, sicché dovrebbe, per sua natura, essere esercitato a spese e debito di questa.

Così come il denaro, anche gli altri beni e servizi necessari alla vita dell’uomo, quali l’acqua, l’aria, l’energia, le vie di trasporto, le comunicazioni, lo smaltimento dei rifiuti, i servizi bancari di pagamento, per loro natura non possono, senza che si incorra in grave peccato, essere sottoposti a diritti e a gestioni che consentano l’applicazione di sovrapprezzi monopolistici o cartellistici, ossia lo sfruttamento dell’uomo; e lo Stato deve anzi curare che ad essi possano avere accesso tutti i cittadini. Infatti la possibilità di applicare sovrapprezzi in forza della posizione monopolistica o cartellistica acquisita, non di rado grazie all’abuso dei potere pubblico e alla corruzione del potere pubblico, non porta soltanto allo sfruttamento dell’uomo, ma anche all’accaparramento nelle mani degli sfruttatori del valore del lavoro prodotto dalla nazione.

Inoltre, tali posizioni monopolistiche e cartellistiche danno la possibilità fattuale ai loro detentori di esercitare pressioni ingiuste sul prossimo, discriminazioni, ricatti, rivolti al fine di piegarlo alle loro volontà o di privarlo dei suoi naturali diritti, mediante la minaccia, talora attuata, di rifiutare il servizio, di rincararlo, di erogarlo in modo discontinuo.

 

A tutti coloro che, mediante una o più delle pratiche suddescritte, indebitamente si sono arricchiti o hanno arricchito altri, ricordiamo che è loro dovere, anche al fine di poter beneficiare della remissione del peccati, non solo pentirsi, ma anche riparare ai danni cagionati e restituire il mal tolto alle persone e ai popoli che sono stati privati.

 

In conclusione, affermiamo che è dovere dello Stato, della società, di ognuno che su di essi può avere influenza, operare affinché:

Il valore della moneta al momento dell’emissione sia della nazione.

L’emissione della moneta sia eseguita direttamente dallo Stato, che la segnerà al proprio attivo nei conti pubblici, pubblicando fedelmente e senza ritardo la quantità di essa emessa e quella ritirata. E’ errata, e maliziosamente sostenuta, l’opinione  che l’emissione diretta del denaro da parte dello Stato senza contrazione di debito pubblico porti ad eccessiva emissione e a conseguente svalutazione, a causa dell'ingordigia, dell'imperizia e della demagogia dei dirigenti della nazione. Questa convinzione è inequivocabilmente errata perché non prende in considerazione che, nella realtà osservabile dei fatti, le tendenze anche strutturali alla svalutazione sono cagionate proprio dal ricorso da parte dello Stato all’indebitamento pubblico per comperare moneta dalle banche di emissione. Viceversa, il ricorso all'emissione di nuova moneta/credito, da parte del ministero del tesoro responsabile, può al massimo determinare modiche inflazioni facilmente governabili ed immediatamente rientrabili, come effettivamente avvenuto in molti casi storici, quali quelli dell’Isola di Guernsey, degli Stati Uniti d’America nell'epoca anteriore alla loro costituzione e durante la Guerra di Secessione, della Germania prima e durante la Seconda Guerra Mondiale. Si confida che l’emissione senza indebitamento della moneta da parte dello Stato condurrà in brevissimo tempo alla riduzione del carico tributario verso lo scritturale valore della decima. L'introduzione di questa santa riforma consentirà ad ogni nazione di distribuire equamente le risorse a tutti i cittadini; ciò non obbligherà più i cittadini dei paesi poveri ad abbandonare in massa i propri paesi d'origine in cerca di fortuna, e ciò sarà di somma soddisfazione per tutte le genti e attuerà in terra la volontà di pace e benessere del Padre Eterno.

L’emissione della moneta, affinché sia prevenuta la svalutazione della moneta medesima e assicurato il benessere, sia diretta primariamente agli investimenti produttivi e dosata in modo tale da sostenere la realizzazione delle infrastrutture, della ricerca, della innovazione, e di tutto ciò che aumenta la produzione e la produttività di beni e di servizi; si dovranno per contro evitare le spese improduttive che non siano necessarie per l’assistenza alla famiglia, agli anziani, agli infermi, agli inabili, nonché per la difesa della pace e della sicurezza.

Le banche e gli altri prestatori di moneta prendano il danaro a prestito dallo Stato o da ogni altro proprietario di denaro al tasso con questi concordato, e lucrino sulla differenza tra questo tasso e quelli che esse praticheranno ai loro clienti, nonché sui servizi che ad essi forniranno.

Il credito sia esercitato attraverso la effettiva consegna del denaro emesso dallo Stato, e in condizioni di concorrenza tra i suoi erogatori.

Lo Stato si impegni ad accettare e a far accettare la valuta da esso emessa come mezzo per l’estinzione di ogni debito, pubblico o privato; e stampi tale impegno sulle banconote.

Il cittadino abbia diritto di detenere e di usare, per ogni transazione, il denaro contante, senza dipendere da terzi, quali le banche, per eseguire le transazioni, come avviene quando sia imposto il pagamento a mezzo di banche o di terzi; e non sia mai espropriato del suo denaro come avviene quando gli si ordina di depositarlo presso le banche, perché il deposito presso le banche è un falso deposito, detto irregolare, che trasferisce alla banca la proprietà del denaro, privando di essa il suo possessore.

Lo Stato centrale e le amministrazioni locali o particolari conservino al popolo, sicuri da ogni sfruttamento economico, politico e discriminatorio, la proprietà e l’uso dei beni di interesse collettivo, come l’acqua, i fiumi, i laghi, le coste, e tutti gli altri.

Lo Stato assicuri, anche intervenendo direttamente, l’offerta in libero mercato dei servizi essenziali, in modo di evitare che soggetti privati o stranieri acquisiscano potere sul popolo, sul cittadino o sullo stesso Stato attraverso la conquista di posizioni privilegiate.

Ciò sia anche nel campo della informazione e della conoscenza.

Lo Stato consenta e agevoli la produzione senza fine di lucro, l’uso e la circolazione di monete complementari convenzionali, create da soggetti privati o pubblici, vigilando acciocché le banche e le imprese finanziarie consimili non le pervertano a vantaggio proprio e contro il popolo, punendo la loro falsificazione analogamente a quella della moneta ufficiale, riconoscendo che i cittadini e gli enti pubblici hanno il diritto di concordare tra loro la creazione e l’uso di monete non statali, e che tali monete sono utili a monetizzare economie locali o settori economici particolari, nonché a superare momenti di crisi monetaria od economica, evitando o alleviando situazioni di diffusa recessione, disoccupazione, insicurezza e povertà.